L'ALEPH

Photo
 
L’aleph, ovvero un “formidabile osservatorio”, come lo definì Borges, è una rubrica dedicata alla letteratura. Troverete ogni mese le recensioni dei libri che lo staff del circolo ha letto per voi ma non solo: articoli e commenti dedicati alla cultura in genere in cui cercheremo di esprimere e decifrare i segni di universi molteplici

“ Tre donne”. Robert Musil. pp. 212 EINAUDI

Photo
Dopo cinquant’anni dalla precedente edizione, la Einaudi ha ripubblicato, con la eccellente prefazione di Paola Capriolo, la raccolta di racconti “ Tre donne”,  del grande scrittore austriaco Robert Musil. Cinque storie di donne e uomini che incarnano le tentazioni dell’eros nella temperie culturale del primo ‘900. Personaggi sommersi dagli istinti, trascinati dalla sete di avventura, quasi ad implorare la vicina guerra mondiale chiarificatrice. Le donne danno il titolo a tre dei cinque racconti. “ Grigia” è una contadina che diventa l’amante del dottor Homo. I due si abbandonano in “ quella nebbia di lontano varietà e di sensualità di quella Europa”. E’ il racconto di due metamorfosi, di due dissociazioni dal proprio Io. Nel racconto “La portoghesa”, si narra la storia di una donna lusitana che va in sposa al giovane barone von Ketten. Stanca dell’oceano color viola la donna accetta di andare a vivere nel castello che torreggia su uno sperone di roccia nel bosco di Bressanone. Questa è una fiaba cattiva: può essere esplosivo mettere insieme un uomo guerriero con una donna che vede Dio nella natura. Nel racconto “Tonka” c’è una ragazza considerata sciocca e insensibile, e un giovane colto e di famiglia borghese che si invaghisce di lei, va a viverci insieme, elaborando tuttavia “un sentimento stranamente teso, a uguale distanza dall’amore come dalla leggerezza”. Ma come giustamente sottolinea la Capriolo nella prefazione, è nei due racconti “ Compimento dell’amore” e “ Tentazioni della silenziosa Veronica” che il tema della sensualità in quell’epoca raggiunge il suo culmine. Claudine è la raffinata signora che, partita per la cittadina dove la figliola tredicenne veniva educata in un istituto, durante il viaggio e la permanenza si fa prendere dalla immaginazione sulle azioni e le esperienze di un tempo, quando “rimaneva sotto la dominazione dell’uno o dell’altro senza la sensazione di vivere intense o importanti vicende”.  “Lungo il viaggio guardava al tumulto interiore ed immaginava di poter appartenere anche ad un altro uomo. Ed allora in una crepuscolare delizia sentì lievissime inafferrabili inquietudini”. Il triangolo si chiude con l’apparizione di un signore sconosciuto e con Claudine che si contorce nel pensiero che “l’infedeltà doveva essere un piacere come una pioggia quieta”. “I sentimenti di Claudine s’inclinavano verso l’orlo, e in lei c’era una vertigine”.

In “Tentazioni della silenziosa Veronica”, anche lei impegnata in un triangolo mentale, c’è l’attrazione per Johannes, che parla di “ un orizzonte nuovo, impenetrabile, carico di una strana tensione” che lui tratta come “ un presentimento di un tutto”. Nello stesso tempo “la vicinanza in casa di Demeter l’aiutava e la metteva in difficoltà”. Non pochi studi hanno insistito nella esplosione dei costumi sentimentali e nel rimaneggiamento dell’Io che si verifica nella cultura che precede la prima guerra mondiale  (Cfr. Schorse, Glaser, Huguet ): lo stesso Musil, nella sua grande opera “L’uomo senza qualità”, memore della dottrina erotica di Platone adotta una soluzione paradisiaca. Qui conduce invece direttamente agli inferi. Con questi racconti inediti e acuti ci lascia un’idea dell’individuo che comincia a relativizzare la nozione di divieto e che si lascia trascinare e sommergere dagli istinti.

Acquario

 

 

 

“ ALTAI”, Wu Ming. pp. 411. Einaudi

Photo

Nuovo romanzo epico dei Wu Ming, cooperativa di scrittori che sta innovando la letteratura italiana. Altai è la storia di Emanuele De Zante, giovane uomo di rango, cacciatore di spie per conto di Bartolomeo Nordio, il Consigliere della Serenissima Repubblica di Venezia alla fine del ‘600. La sua origine ebraica lo mette in difficoltà e lo costringe a fuggire dalla città, a vivere una intensa avventura dentro la storia del tempo e, spinto dai suoi potenti flutti, a farvi malamente ritorno. E’ la storia che precede e che poi riguarda la battaglia navale di Lepanto. Un insieme di vicende  che hanno visto scontrarsi gli imperi veneziano ed ottomano. Vicende religiose che, sulle tracce del precedente romanzo “Q”, mettono a contatto la ribellione degli eretici anabattisti che volevano abolire ogni sacramento a Munster in Wesfalia, la volontà ebraica, rappresentata dalla ricerca della Terra Promessa a Mosè, la preghiera del sultano Selim, ombra di Dio sulla terra, i precetti e la potenza della chiesa cattolica romana. Vicende geo – politiche che portano a confrontarsi a distanza personaggi del calibro del Gran Visir, di Yossef Nasi, del Consigliere Nordio. Vicende che si specchiano sulle coste del Mediterraneo e tra i vicoli ed i palazzi di Venezia, Dubrovnik, Costantinopoli e Famagosta. Anche in questo romanzo, dove la scrittura appare più matura di un tempo, c’è un conflitto vasto che decide le sorti di uomini e nazioni, sullo sfondo di crisi dove si fondono elementi storici e leggendari, sconfinanti spesso nel soprannaturale. Nel lavoro narrativo i Wu Ming mantengono un’etica interna. In questo romanzo, puntiglioso nei rimandi storici, nelle espressioni linguistiche, nel merito delle culture cristiana, ebraica ed islamica, gli autori  sottolineano che qualsiasi conquista finalizzata ad un ordine è illusoria perché c’è sempre un cielo che precipita sulla terra. Non siamo eterni, ci dicono. Ma più precari che mai. Se ce ne rendessimo conto, vivremmo la vita con meno tracotanza.
Remo Zanella

 

"Forse il vento", di Massimo Novarin, pp 464, Robin Edizioni 2009

Photo
Dopo un felice esordio con “La valle imperfetta”, romanzo ambientato fra Bologna, città natale, il Canada e il Guatemala,  terre amatissime e mete di ripetuti viaggi, lo scrittore Massimo Novarin torna in libreria con “Forse il vento”, opera che al  tema del viaggio, legato alla sua biografia, formazione e professione, resta debitrice.
La mappa del recente lavoro è costellata ancora una volta di luoghi "sacri" che, accanto alla trama e ai personaggi, costituiscono una imprescindibile chiave di lettura, oltre a fornirci la cifra narrativa di Novarin: diverse, distanti eppure ugualmente pregne di storia e di storie Cuzco e Chan Chan, materia di lezioni universitarie e parziali luoghi d’azione del romanzo, l’immancabile Bologna, città in cui Novarin vive e lavora, infine Trieste, minuziosamente raccontata e nel contempo trasfigurata dai ricordi del protagonista e dallo sguardo trepidante di un amore fresco e vero.  A chiudere il cerchio, l’inserimento di un luogo estraneo alla biografia dello scrittore, trasformato tuttavia dalla penna fluida e dalla fantasia feconda nella più magica ed evocativa tappa del romanzo: la Laguna di Grado, punto da cui tutto parte e a cui tutto riconduce, spazio dell’infanzia, della memoria, della natura, simbolo di un passato importante che, incalzato da una domanda senza risposta, sempre ritorna e,  come il vento, mette scompiglio nella vita dei personaggi.
Lento nell’apprendere l’arte della bicicletta senza rotelline e restio a catturare lucertole e insetti per il puro infantile gusto di torturarli,  il protagonista è fin da piccolo anzitutto curioso investigatore dell' universo: anticonformista negli interessi, l'appassionato studioso di  lucciole e cervi volanti con i compagni di scorribande si integra, ma a patto di potersene distaccare all’occorrenza, tagliando per stradine a lui solo note fra i campi di grano, osservatorio segreto di gonfie nuvole dalle bizzarre forme sotto le quali, sdraiato a pancia all’insù, ama fantasticare.
L’ evoluzione professionale di un bimbo mai sazio di storie e racconti  ben si aggancia alla geografia e alla perlustrazione del mondo tutto: eccolo infatti, adulto, ora nel ruolo di professore di Storia delle Esplorazioni geografiche presso l’Università di Bologna, ora in quello di eterno pendolare di città in città e di continente in continente, assetato di esperienze e in attesa, sempre,  di qualcosa. Ma il passaggio dall’infanzia alla maturità, segnato da  inaspettate scoperte e difficoltosi distacchi, avrà condizionato sensibilmente il protagonista, così bisognoso di amore e stabilità e così restio a lasciarsi andare alla più umana delle avventure.
 
Valeria Lo Forte

“ Sorella, mio unico amore” di Joyce Carol Oates. pp 667, Mondadori

Photo

Con questo romanzo la Oates conferma di possedere una fervida immaginazione ed una grande capacità di scrittura. Usando sapientemente la voce e la prospettiva di Skiler, prima bambino di nove anni e poi ragazzo di diciotto, la scrittrice dipinge la vita ipocrita di una famiglia benestante dell’area rurale – suburbana di Fair Hills nello Stato del New Jersey. Una famiglia costantemente in tensione tra conformismo e smodate ambizioni, in un mondo che ha fatto della corsa alla notorietà fin nella sessualizzazione dell’infanzia una forma esistenziale. Attraverso lo sguardo penetrante della Oates viene descritta una cittadina tranquilla e nello stesso tempo crudele, dove la scala sociale si misura per dimensioni delle abitazioni, conti in banca, cilindrata dei fuoristrada ,abiti firmati, costose frequentazioni di sofisticate palestre e centri benessere. Il monologo di Skiler rivela la paradossale ambiguità della vita psichica : nella sua famiglia c’è tutto, una mamma Betsey, “che non vuole sempre bene”, un papà Blix Rampike, somigliante ad Arnold Schwarzenegger “reaganiano da cima a fondo”, una sorellina Edna Louise, poi chiamata Bliss, che dopo un incidente che porta alla zoppia Skiler, come in una macabra fiaba dei fratelli Grimm diventa, all’età di quattro anni, l’amatissima campionessa nazionale della danza sul ghiaccio. Interessante ed affine la carrellata di bambini del luogo, affetti dai più vari disturbi psichici e consumatori dei più raffinati farmaci,  le tipologie delle donne, prevalentemente di taglia quarantadue, o di maschi yankee, cordiali e gioviali, o rudi e spavaldi come bisonti. Ogni riga è un colpo di coltello affilato. Formidabile la scrittura: le invenzioni stilistiche, le note a piè di pagina, i soliloqui di Skiler. Il romanzo, forse un po’ troppo lungo, è dedicato specificatamente a quel nuovo sogno della vita americana,chiamato celebrità, e narra come Bliss, Bix, Betsey, perfino Skiler, vengono trascinati nella scia della giovane campionessa, “ come pezzi di carta nel vortice d’aria prodotto dallo sfrecciare di un camion a rimorchio”. E, ancora, come il successo della pattinatrice viene fatto rientrare nella vita della famiglia che, tutte le domeniche, con grande soddisfazione, va a messa alla Trinity Episcopal Church. A dir poco avventurosa e drammatica la parte centrale, in cui Bliss viene trovata morta. Un pedofilo, incolpevole, viene incriminato. La famiglia si sfascia. Poi, frammenti di cronaca si mescolano con l’indagine sui sentimenti famigliari. Il lettore, che deve aspettarsi l’incredibile, viene coinvolto in una vicenda edipica, viene messo a parte della crisi della moderna famiglia benestante americana, immagina i fratelli Coen tradurre questo romanzo in film.

Remo Zanella

 

“ Il peso della farfalla” di Erri De Luca, pp. 70. FELTRINELLI

Photo

Settanta  pagine di poesia pura. Nel raccontarsi cacciatore e bracconiere in termini assolutamente precisi,  Erri De Luca ci trascina dentro la storia di un uomo e di una bestia senza lasciarci fiatare un attimo; ci fa bere a sorsate ingorde il pathos dell’uomo che, salendo sentieri impervi, aspetta il “ re dei camosci” sulla cima della montagna. Entrambi sono consapevoli che la loro fine è vicina e che tutto deve rientrare nel magico gioco del vivere e del morire. L’autore entra nelle due diverse, ma per certi versi uguali solitudini: quella del vecchio re delle rupi che aspetta la fine e quella del cacciatore che la sa essere vicina e ineluttabile. De Luca ci porta in alto in un altro mondo, ad ascoltare il canto delle coturnici al sorgere del sole, a vedere i camosci sui pascoli, i larici arrossati dell’autunno sui cigli delle rocce, il nitore del mattino e le ombre lunghe che si perdono dentro gli anfratti, il guizzare dei fulmini, l’accanirsi dell’aquila sui piccoli del branco. Il racconto è un perentorio “ a tu per tu” con se stesso di un uomo giunto ad uno snodo, il più difficile della vita, usando le parole come musica scritta su uno spartito di settanta pagine.
 
Remo Zanella - Verona

 

“Il canto delle manere” di Mauro Corona, Mondadori 2009 , pp. 411

Photo

“Amo immensamente questa terra e più passano gli anni, più mi sembra ricca. Quando sarò vecchio, dai suoi torrenti, dai suoi laghi, dai suoi boschi mi verranno incontro i ricordi dell’infanzia e il cerchio si chiuderà”.
Un inno,un inno ai boschi di Erto , alle loro ombre e al carattere ombroso dei taglialegna, alla loro genuinità e alla loro sapienza.
Un inno alla vita attraverso “l’aria” , l’aria che caratterizza il luogo della tua infanzia, che ti marca a vita l’animo, quell’ "aria che di un posto è il suo carattere,è l’odore che ti circola intorno” e che alla fine della vita ti fa tornare a casa, dopo che hai girato il mondo (per necessità o per lavoro).
Mauro Corona riesce, ancora una volta, a farci “perdere” nei suoi boschi, riesce a trasmetterci i loro colori,  loro suoni, a farci respirare le loro resine, ricordandoci che il rispetto per essi è prima di tutto rispetto per se stessi.
ALMEC, Verona

 

“ Lotta di classe”, di Ascanio Celestini. Pagg. 229 – EINAUDI

Photo
 Ascanio Celestini è uno dei giovani scrittori italiani più promettenti. Prima indaga ed osserva dal basso la vita di operai, immigrati e donne che vivono in ambienti della città tanto ampi quanto nascosti e poi scrive.  Con il titolo “ Lotta di classe”, l’autore racconta l’odissea quotidiana di persone, il loro lavoro precario, i  pensieri e i sentimenti che provano vivendo in una periferia come quella di Roma. Per fissare meglio i personaggi, in alcuni casi  il testo contiene le varie espressioni dialettali del luogo. La trama è costituita dall’intreccio di quattro storie: Salvatore il fratello piccolo, Nicola il fratello grande, Marinella e Patrizia, che abitano in un condominio fuori città e che lavorano nello stesso gigantesco call center. Il romanzo è una requisitoria sul paternalismo e lo sfruttamento.  Ciascuna figura riassume il tragico e il comico della realtà odierna. Bisogna dire che la scrittura di Celestini, è un saliscendi di emozioni, di appunti filosofici e di espressioni poetiche. I due ragazzi hanno ruoli precisi: Nicola, sui trenta,  vivace e un po’ stressato,  sorta di capopopolo nella sollevazione contro i padroni del call center dove lavora di notte, in avanscoperta sulle strade della vita;  e Salvatore, che lo interroga e cerca di imitarlo, in particolare sulle questioni di sesso. Marinella è immersa nel dramma più cupo di una donna con un difetto alla bocca, che, riflettendo in prima persona, ci propone numerose occasioni di ilarità. Patrizia è una bella donna di trentasei anni che sviluppa le sue amare riflessioni sulla vita. Fa dieci lavori ed è rimasta in coma per un anno a causa dello scoppio della propria cucina a gas,  avvenimento che, tra l’altro, scatena i sogni degli abitanti del condominio combattente: tutti si ritrovano per strada in ciabatte, con la canotta impataccata di sugo di cozze e, odorando di minestrina di dado, manifestano la precisa volontà di prendersi una montagna di soldi dall’assicurazione. I personaggi, pur con una vita alienata, non sono tristi, ma semplicemente desiderosi di una vita dignitosa. Perno intorno al quale ruota tutto è il lavoro che i tre adulti prestano nel call center, dove duemila persone che hanno la partita Iva e lavorano a cottimo, urlano contemporaneamente al telefono e cercano di trascinare il discorso per due minuti e quaranta secondi, sei ore al giorno, per cercare di ottenere ottantacinque centesimi di euro alla botta. Questo fino a quando, su una questione di centesimi, si verfica una ribellione e lo sciopero di tutti “ perchè s’è rotto l’ingranaggio del carillon e non serve continuare a dare la carica, la ballerina di bachelite si ferma perché il meccanismo non funziona più”. Celestini, in varie situazioni sociali, esistenziali ed estetiche, adopera l’espressione “lotta di classe”, che in molti casi sembra inappropriata. L’ espressione però trova tutta la sua pienezza nello scontro avvenuto realmente nel 2006 “ in un certo giorno di marzo in cui l’azienda ci ha comunicato che per ogni telefonata di due minuti e quaranta secondi il cottimo restava di ottantacinque centesimi, ma superata quella soglia critica il padrone se ne riprendeva cinque. Allora ci siamo fermati. Perché succede così quando accade l’irreparabile. E allora fermi a guardare gli assistenti capi e strillare”. Celestini ci vuol dire che gli invisibili processi capillari della vita quotidiana possono far cambiare percorso alla storia.

Remo Zanella

 

“ LA CHIESA DEL NO”, di Marco Politi, pagg. 356. Mondadori

Photo
 Marco Politi è una delle firme più prestigiose del quotidiano La Repubblica. Con La Chiesa del no, prende in esame i recenti pronunciamenti della gerarchia ecclesiastica in merito ad alcune vicende emblematiche come la fecondazione artificiale, le coppie di fatto, il caso Eluana Englaro e il diritto del malato grave a sospendere nutrizione e idratazione. La questione che attraversa tutto il saggio è l’invasione di campo della Chiesa sui problemi emersi nella società negli ultimi dieci anni, specialmente quando il Parlamento Italiano è stato al lavoro per trovare delle soluzioni. L’autore ricorda in merito che è stata imposta una legge sulla fecondazione artificiale che considera giusto l’impianto di un embrione malato nell’utero della donna. In altri momenti cruciali si è dichiarato prima che non servono norme sul trattamento biologico e sono state demonizzate le unioni gay per bloccare la proposta sui Pacs. Il paese, dice Politi, ha assistito in questi anni ad una girandola di no che ha infranto le regole dell’articolo 7 della Costituzione, per il quale la Chiesa e lo Stato riconoscono reciprocamente l’esistenza di una sfera propria in cui ciascuno è indipendente e sovrano. E queste prese di posizione in presenza di una classe politica fragile ed assorbente. Politi approfondisce bene la paura della Chiesa verso la secolarizzazione, il timore della stessa che la ricerca scientifica diventi criterio supremo, il suo intento di dimostrare la supremazia della dottrina religiosa in ambito civile. Questo approfondimento viene fatto avvalendosi di confronti con vari personaggi frai più diversi: il Vescovo Alessandro Plotti, il Presidente emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky, il chirurgo Ignazio Marino, il fisico Enrico Bellone, il teologo Vito Mancuso, il filosofo Giulio Girello, il monaco Enzo Bianchi, donne come Mina Welby e Rosi Bindi, uomini di spettacolo come Lino Banfi, sacerdoti come Franco Barbero. Ne viene fuori un libro ricco di intelletto e di qualità. L’ultimo capitolo viene dedicato alla pubblicazione di un significativo colloquio avvenuto nel novembre del 2004 con Joseph Ratzinger quando era Prefetto della Congregazione della Fede. Dichiarò che la Chiesa non poteva essere governata in modo monarchico, segnalò che si stava costituendo una dittatura del relativismo che doveva essere combattuta, che sul piano legislativo ci sono questioni che non tollerano compromessi. Annunci della sua successiva strategia da Papa. In un quadro così complesso, l’autore si concede anche alla ricerca di un approdo di pace, con le parole del teologo Mancuso:” Il cuore del cristianesimo è nell’evento della incarnazione, dove Gesù ha perfettamente riprodotto Dio in se stesso, ed è ciò che si chiama amore”; oppure di spezzare il circolo vizioso, operando secondo il vecchio criterio della tolleranza, meditata e faticosamente emersa dal disastro delle guerre di religione tra cristiani alla fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento. Per dirla con le parole di Giorello: “Né guelfi né ghibellini”, per mantenere la coesistenza tra persone che hanno idee ed affiliazioni diverse.

Acquario

 

 

Magda Szabò “ Via Katalin”, pagg. 198 – Einaudi

Photo
 Magda Szabò è autrice di un altro bellissimo romanzo. Il suo valore letterario era già emerso nelle precedenti opere uscite in Italia solo di recente: “ La porta” e “ La ballata di Iza”. Una scrittrice ungherese scomparsa nel 2007 all’età di novant’anni, dopo una vita all’insegna dell’integrità morale e della passione letteraria. “Via Katalin” è un libro del romanticismo europeo del Novecento dove l’uomo moderno conosce la propria crisi. Può essere apprezzato in particolare da quei lettori che amano la profondità, la grazia e la semplicità della scrittura. Il romanzo unisce attraverso una pluralità di voci, quattro decenni di storia e di vita ungherese, dal 1934 al 1968, e ci mostra il passaggio da un piccolo mondo antico a quello contemporaneo, attraverso l’evoluzione dei personaggi nel profondo del loro animo. La Szabò passa in rassegna le loro personalità e le loro relazioni. Mette a fuoco angoli e panorami della Budapest del tempo, delinea con cura i sentimenti che li animavano. Le esistenze sono normali e nella loro lenta tessitura appaiono trame curiose riguardanti in genere un’umanità dolce e silenziosa. Bambini, adulti, mamme, si muovono in continuità ad intrecciare rapporti e superare solitudini, a vivere nelle case che profumano di dolci, ad ammirare le vasche nel giardino privato di Bàlint dove l’acqua scintilla e il pesce di bronzo luccica, a passeggiare nei giardini pubblici stretti e lunghi di via Katalin che si protendono verso il castello di Buda. Al centro le famiglie Elekes, Held e Bìrò, con i loro bambini: la brava Irèn e la strana Blanka, la dolce Henriett e l’affascinante Balìnt. Si attraversano i vari periodi con i ricordi, persino attraverso l’intervento di un fantasma che tornerà ad osservare gli inquietanti sviluppi della storia. Le varie fasi sono scandite per date ed episodi. 1934: la concitazione di Henriett per il trasloco dalla provincia a Buda, dove incontra la famiglia Held con le sue future amiche. 1944: anno del fidanzamento tra Iren e Bàlint, con la festa subito interrotta per l’arresto di un commensale da parte degli occupanti nazisti (magnifiche le righe che descrivono la morte di Henriett, una sera durante la guerra quando decide di andare ad annusare i profumi del giardino: “Morì nel momento in cui se ne rese conto. Le spararono due colpi al chiaro di luna, il soldato era spaventato, prese male la mira, ma il primo proiettile la centrò in pieno”). 1952: Bàlint è sottoposto ad un processo politico da parte del regime comunista al potere. 1956: Bàlint ritorna. 1961: il fantasma di Henriett va a far visita nelle case di via Katalin, tra gli abitanti intenti alle consuete attività di un tempo. 1968: via Katalin cambia. Vengono abbattuti gli alberi che davano sul Danubio e si costruiscono nuovi edifici. Il fantasma di Henriett torna nel luogo dove stava di solito. Ma non trova più nessuno. C’è solo il Soldato che l’aveva uccisa. “Guardò il suo viso senza paura e senza orrore”. La Szabò ci racconta con dolorosa grazia un punto della storia molto amaro e ci delizia con un grumo di poesia e di calda umanità.

 

Remo Zanella

 

 

“ Il continente invisibile” di Jean Marie Gustave Le Clèzio, pp 126, Instar-libri

Photo

Alzi la mano chi conosceva J.M.G. Le Clèzio. Così, nel novembre dello scorso anno, quando è stato premiato con il Nobel per la letteratura, anche molti lettori italiani hanno manifestato stupore e curiosità. Il libro che titola “ Il continente invisibile”, ci rivela uno scrittore di indubbie qualità: romanziere e nello stesso tempo saggista. Il continente invisibile è l’Oceania. Le Clèzio la scopre con gli occhi di un gruppo di viaggiatori che solo un secolo fa, a bordo di una piroga, attraversano l’oceano in fuga dalla fame e dalla guerra, alla ricerca di una terra che conoscono solo per sentito dire e dove poter vivere in pace. Precise le illustrazioni, a partire da quella del lungo tronco d’albero del pane che scivola sulla cresta delle onde, del ciclo notturno palpitante di stelle dai nomi in lingua maohi che evocano molti miti. Poi è tutto un susseguirsi di descrizioni accurate dell’arcipelago delle Nuove Ebridi, della scogliera nera di Raga, dei villaggi interni, delle storie di persone che li abitano, di racconti apparentemente ingenui. La scrittura è quella di una persona molto ben documentata. Lo sguardo è quello dello storico che ricostruisce gli avvenimenti del tempo, del geografo che studia le coste, che misura le caratteristiche fisiche delle montagne e degli altipiani, ma anche quello dell’etnografo che censisce dei popoli in via di estinzione, che osserva la quotidianità delle donne.  La lettura dona sensazioni di dolcezza, di raffinatezza, di pulizia. Una scrittura che interpreta lo spirito del luogo. Le Clèzio ha la capacità di rivelare l’incontro tra i miti antichi e le storie moderne di un popolo mite. Per i lettori italiani una nuova fonte di curiosità e piacere.

Remo Zanella

 

“ Go down, Moses” di William Faulkner, pp. 367, Einaudi

Photo
Ripubblicato il libro di William Faulkner “ Go down Moses”. In esso c’è tutta la grandezza letteraria dell’autore. Racconta del Missisipi del nord, un mondo fascinoso di fiumi, di foreste popolate da indiani Chickasaw e da orsi, da aristocrazie terriere, razzismo e povertà. Per descrivere quel mondo Faulkner inventò un linguaggio ricco di espressioni gergali. 
Go down, Moses, scritto nel 1942, è libro di racconti, ma Faulkner lo considerava un romanzo. I personaggi principali sono il bianco Isaac McCaslin, il figlio Ike e il nero Lucas Beauchamp. Il libro si dilunga sui rapporti complicati e a volte incestuosi tra i membri della famiglia, ma in realtà svolge i temi della purezza, lealtà e nobiltà della vita primitiva nella foresta e quello dell’ingiustizia razziale con cui i bianchi opprimono crudelmente i neri.
Nel capitolo “L’orso”, che molti critici considerano il capolavoro di Faulkner, il vecchio Sam Fathers “inizia” il giovane Ike sporcandogli la faccia con il sangue di un cervo ucciso. E’ l’iniziazione ad una vita morale libera dalle convenzioni ed ispirata soltanto ai valori della lealtà. Da nessuna parte si trova un racconto così intenso come quello della cattura ed uccisione del vecchio orso chiamato Old Ben. Ogni novembre da otto anni Ike accompagna il padre ed alcuni suoi amici nella foresta. Li attende in una baracca un cacciatore particolare di nome Boon che dorme su un pagliericcio insieme con un cane gigantesco di nome Lion, che ha gli occhi gialli e il pelo blu, tanto spaventoso quanto silenzioso. La descrizione della foresta  vergine, regno di Old Ben è considerata una delle più belle pagine della letteratura americana. Dopo anni di appostamenti, è incredibile la scena della lotta finale, con quest’orso gigante che si alza sulle zampe posteriori, che si scuote, ma  trascina con sè il cane Lion che lo azzanna alla gola e il suo padrone Boon, avvinghiato che gli tiene piantato un coltello affilato sotto la spalla sinistra. Faulkner è un grande scrittore della sua terra e della  speranza per le sorti dell’umanità. Il personaggio del giovane Ike ci rivela le convinzioni dell’autore: non si abitua all’ingiustizia, rinuncia al diritto dinastico ed all’eredità paterna, articola il tema dell’espiazione nei confronti dei neri. Quando fu premiato con il premio Nobel ci lasciò scritto: “ Credo che l’uomo non si limiti a resistere. Credo che vincerà. Se l’uomo durerà, se trionferà alla fine sul nichilismo, è perché ha un’anima capace di compassione, sacrificio, tolleranza, sopportazione”. Faulkner conosce la forza dell’amore.
Remo Zanella

 

“ La figlia dello straniero” di Joyce Carol Oates, pp. 670, Mondadori

Photo

Con la sua ultima opera “ La figlia dello straniero”, la settantenne scrittrice statunitense si conferma di buon livello letterario. La Oates è nota al grande pubblico perché abilissima nel pigiare insieme e tradurre in prosa vari aspetti della realtà, come la miseria, la violenza, il razzismo, le famiglie divise, gli esseri sopravissuti, la natura. Il meccanismo narrativo è quello della storia di una donna dentro quella degli Stati Uniti dagli anni trenta ai giorni nostri. La donna è Rebecca che si sposta senza una meta precisa lungo l’East Coast americana, tenendo stretto per mano il figlio Niley. Quadro iniziale: Rebecca al lavoro, dentro una tuta, su una catena di montaggio con occhiali  e guanti di protezione. E’ l’America  anni ’50 delle fabbriche industriali dai cui cancelli, dopo otto ore trascorse nel frastuono assordante e nell’aria irrespirabile, usciva una fiumana di lavoratori. Secondo quadro: una famiglia ebrea alla deriva, immigrata dalla Germania nazista, con una madre silenziosa, un padre intransigente e paranoico, due fratelli rudi e la sorella ultima nata. Nella storia famigliare che occupa la prima parte del libro si rintracciano molte delle motivazioni relative al comportamento di Rebecca. Altre derivano dalla criticità del rapporto di coppia. Altre ancora dal desiderio di libertà.Rebecca è inseguita dai fantasmi. I comportamenti razzisti dei cittadini di Milburg e quelli violenti dell’uomo che ama, il quale prima la difende da una molestia, poi la cerca, la possiede, ritorna ai suoi improbabili affari, ritorna e picchia crudelmente lei e il figlio. E così Rebecca, un mattino di ottobre, con ferma consapevolezza focalizza di essere insieme ad un uomo spaventoso, che richiede una decisione irrevocabile e lampante. Terzo quadro:all’inizio la fuga  come gioco: due vite che “ non si devono fermare mai”, e attraversano montagne, fiumi e contee. La donna si porta dietro una ferita nell’anima che continua a sanguinare e  circoscrive i suoi sentimenti al figlio. Eppure, una novità per la Oates, il suo sforzo ha un esito positivo. Nel quarto quadro incontra un uomo ricco che non smetterà di amarla e con il quale metterà insieme una specie di famiglia. Riuscirà anche nell’intento di ricostruire la propria identità attraverso lo scambio di lettere con una cugina che immaginava scomparsa. La nuova donna, con il suo sorriso e la sua determinazione rappresenta la speranza. Confermato lo stile crudo ed efficace a raccontare storie di solitudine e di conflitti tra persone.
Remo Zanella

 

“ Il pane di ieri” di Enzo Bianchi, pp. 114 – Einaudi

Photo

Prendi un ambiente come quello del Monferrato. Facci nascere un uomo in una povera famiglia contadina. Portalo nell’alto Piemonte tra prati e fitti boschi, osservalo mentre fa crescere e fiorire il Monastero di Bose. Aggiungici la sapienza coltivata in anni e anni di studio e meditazione. Chiedigli di ricordare una frase breve di forma lapidaria o sentenziosa, o parole antiche che evocano i costumi sociali o il senso della vita per riportarle nella quotidianità attuale. Troverai dei racconti lievi e pieni di senso. Padre Enzo Bianchi con il suo ultimo libro “ Il pane di ieri”, dimostra di essere pienamente padrone delle espressioni idiomatiche e dei temi più importanti legati al patrimonio della civiltà contadina. Rimane subito impressa la frase lapidaria “ Fare il proprio dovere a costo di crepare”, ovviamente scritta in dialetto del Monferrato, alla quale fa seguito una più meditata “ Senza esagerare”. Bianchi, insieme ad altre, la definisce un magistero umano. Tra le seconde eccellono quelle riferite al cibo. Qui troviamo una piccola lezione antropologica sui prodotti, sulla cucina e la tavola come luoghi di umanizzazione e di convivio. Lì si intrecciano acqua, fuochi, aromi, prodotti commestibili, scambio con culture più lontane. Basti pensare all’olio, al sale, alle acciughe. In questo ambito si rivelano preziose le lezioni sul pane e sul vino. Il primo come simbolo della natura e della vita dura. “ L’uomo trae il pane dalla terra” narra con forza evocativa il salmo 104. E la civiltà del Mediterraneo ci insegna Bianchi, ha sempre accostato il pane ad un altro frutto della terra e del lavoro umano: il vino. Anche qui, il dono accanto all’essenziale, la gioia accanto alla sostanza. Ma se fino a sessant’anni fa, l’esistenza umana era gremita di questi simboli, oggi, purtroppo, nel linguaggio c’è poco di sacro e l’anima ha meno sapore. Questo monaco ci aiuta a capire che quello che è avvenuto non è stata la vittoria della laicità. E’ stato un impoverimento.

Acquario  

 

Uomo nel buio, di Paul Auster, Einaudi, pp 152

Photo

L’intuito non inganna il noto scrittore newyorkese Paul Auster. Nello spaesamento generale, ci propone un romanzo breve e fantastico proprio dell’attuale età caotica. Il titolo è una metafora del personaggio, ma vale anche per l’umanità. Il libro si ispira ad una fantasia sull’America che si sfalda, da quando c’è stata la prima elezione contestata di George W. Bush. Un paese diviso dove si combatte una pesante guerra civile. Lo stato di New York, insieme ad altri, si è ribellato alla politica del presidente appena eletto. August Brill, il personaggio principale, è un critico letterario di settantadue anni che vive a casa della figlia divorziata Miriam per rimettersi dopo un incidente stradale. Katya è la nipote. Con lei, colpita dalla morte del suo ragazzo in Iraq, passa molte ore davanti alla TV. Brill, a questi momenti, alterna l’insonnia e le fantasie su un racconto dove un certo Owen Brick è catapultato nella guerra civile in atto. Nella follia generale emerge un’America spossata, triste e violenta. Vale la pena di osservare che la recente elezione di Barak Obama incarna questo stato d’animo collettivo e offre una risposta. Nel libro si sviluppano le due storie: il destino tragico dell’America e quello delle singole figure umane. In una notte insonne Brill e la nipote si raccontano. In questo dialogo affiorano i momenti belli e quelli deprimenti. La sensibilità sale al diapason. Brill racconta del suo amore di coppia, tenero e pieno per lunghi anni, della lunga interruzione e della faticosa riconquista. La nipote racconta del suo amore incerto per il fidanzato ucciso in Iraq,  dentro l’orrore della vita. Nel romanzo amaro di Paul Auster è possibile individuare due modelli umani: da una parte individui che credono nella selezione naturale, che hanno avuto successo; dall’altra, una società che si prende cura delle persone meno fortunate. L’autore ci aiuta a mettere a confronto un mondo impegnativo e dolce con quello furioso “ che viene avanti rotolando” fuori dalla finestra.
 
Remo Zanella

 

“ Il libro di mio fratello”, di Bernardo Atxaga, Einaudi, pp. 393

Photo
Cimitero della comunità di Stoneham, a Three Rivers, California. Joseba, davanti alla tomba di David quarantadue anni dopo che si erano incontrati alla prima lezione nella scuola elementare di Obaba, nei Paesi Baschi. Poco dopo, seduti sulla veranda davanti ad una vista molto bella di case vigneti e limoni, Mary Ann, moglie di David, consegna a Joseba uno dei tre esemplari di un libro scritto dal marito nella vecchia lingua basca, con tante kappa e tante erre, confezionato da un gruppo di amici della biblioteca cittadina. Si tratta, appunto, del “Libro di mio fratello”. Un romanzo di qualità: sapienza nella ricostruzione storica, grazia dell’infanzia, accensioni liriche della prosa. Il libro di una vita scritto da David incontra altre due mani molto amiche che lo completano. Un capitolo sulla famiglia con le parole dolci sulle figlie, il racconto del primo incontro con Mary Ann durante una vacanza a S. Francisco, un altro sulla sua prima patria e sulla sua giovinezza, durante la quale aggiorna continuamente la lista degli amici, in quel luogo dei Paesi Baschi. In quello stesso tempo, un’accurata analisi della guerra civile che ha preceduto la seconda guerra mondiale,  dei bombardamenti nazisti di Guernica e delle conseguenze nei rapporti tra quanti si erano schierati sui fronti opposti. Le scene si fanno lente. Si mescolano conversazioni amicali, panorami straordinari di boschi, cavalli in corsa e domande taglienti. Ancora storia vera con l’occupazione di Obaba da parte dei falangisti e la fucilazione di sette repubblicani. Questo è il duro prologo all’epoca in cui David, Joseba e Augustin entrano appieno nella lotta clandestina per la liberazione dei Paesi Baschi. Conosciamo così dall’interno la visione politica dell’Eta, gli attentati che rivendicano la libertà di Euskadi, l’impostazione di quel movimento, fino alla sua quasi estinzione. Atxaga dà il senso di immersione nel paesaggio basco, in mondi sociali e vortici di personaggi che hanno compiuto quelle scelte. L’autore possiede la delicatezza formale e la semplicità di chi finora ha scritto libri per bambini. Questa è la storia di una generazione con le sue speranze, i suoi errori e, a volte, la sua tragicità. David e Ioseba erano più che compagni di lotta. Erano amici. Il libro di mio fratello è soprattutto la testimonianza di questo sentimento speciale
 

Remo Zanella

 

Lontano da Gerusalemme, di Giulio Busi, Einaudi 2003, pp 190

Photo

E se invece di viaggiare per chiese e castelli provassimo ad errare per sinagoghe? Magari cercando di rendere attuale il nasa’, quel “rituale secco del deserto che  a ogni partenza richiedeva lo smantellamento di un riparo e l’ineluttabilità di un ulteriore distacco”?
L’itinerario che propone l’autore parte da Cochin e passando per Gerusalemme, Istanbul, Atene, Roma e altre città fra le quali Londra e Parigi finisce a New York, toccando oltre ai luoghi della diaspora contemporanea anche centri come Mantova “officina dei cabalisti” e Soncino “stamperia di confine”.
Tutto il volume offre spunti e riflessioni che attraverso il presente continuano a rivisitare il passato, ma l’apice descrittivo raggiunge il suo culmine a Berlino, nel “labirinto della dimenticanza” dove la forza dell’assenza vi rapirà….
Il libro  non vuole essere un agenda di viaggio, ma di pensiero, un aiuto a “vedere tra le pietre come si legge tra le righe, per tentare di tracciare linee d’unione tra i punti distanti della mappa della storia”.
 
ALMEC, Verona
 

 

 

Rossovermiglio, di Benedetta Cibrario, Feltrinelli 2008, pp 212

Photo

Con questo romanzo di esordio la Cibrario, ha vinto il premio Campiello 2008. Lo scorso anno il romanzo vincente aveva riguardato la storia di una donna in un paese della Basilicata a cavallo dei due secoli precedenti. Quest’anno, la figura di una donna tra la Torino del primo Novecento e la campagna toscana. Per colpire la mente il paesaggio è disseminato di colline “ come il fondale di Guidoriccio da Fogliano”, fontanili, vigneti, oliveti e, in questo caso, un ricercatissimo vino Chianti, Rossovermiglio, che dà il titolo al libro. Possiamo trovarci di fronte ad un indizio per quegli autori che vogliono essere candidati graditi alla giuria del prossimo premio. L’autrice è una donna di indubbio intelletto ed immaginazione, possiede una scrittura affascinante. Rossovermiglio è un romanzo realistico che copre un arco di tempo dal 1928 al dopoguerra. Trama e personaggi sono classici. Una giovane donna che vive nell’ambiente aristocratico torinese è costretta dai genitori ad un matrimonio combinato. Succede quasi subito che di lato ad una vita matrimoniale piena di incomprensioni, scatti la scintilla dell’amore per un certo Trott: “ Sentii nel mio sguardo lo stesso potere raggelante che io avevo avvertito nel suo”. Curiosa la presenza dei cavalli nella storia famigliare. Scatenante la vendita da parte del giovane marito del cavallo Peak: da qui la ribellione e la determinazione che portano la protagonista nel borgo di S.Biagio tra le colline senesi. Un’amica definisce il luogo un confino, un castigo: quello invece diventa il posto dove la protagonista si concentra su qualcosa di suo e, nel lavoro di ricostruzione, può esprimere la propria personalità. Il romanzo racconta la sorpresa di quell’uomo che appare e scompare, rimanendo sempre piantato come un ago nel cuore della donna. Una vicenda avvolta in un velo di eccitazione e di incertezza. Nel corso della lettura sorge l’interrogativo se questo sia giusto. Se quell’uomo silenzioso, dubbioso ed ambiguo, con un modo di fare furtivo e quasi losco, abbia merito tanta dedizione. Un affresco storico nel quale si stagliano figure armate di grandi temperamenti. La parte migliore è quella che approfondisce le relazioni personali, che sviluppa la introspezione psicologica, che muovendo sul filo della realtà e dell’apparenza, getta le basi della incomunicabilità tra le persone. In questo quadro, la parte finale si tinge di giallo e ci conduce alla scoperta delle ragioni crudeli o sentimentali che muovono la vita umana.
Remo Zanella
 
 

“L’ottava vibrazione”, di Carlo Lucarelli, Einaudi, pp. 462

Photo
Accanto ad altri autori italiani, anche Carlo Lucarelli, che si trasforma per l’occasione in un abile cantastorie, dà il suo contributo alla ricostruzione del mosaico dimenticato e sporco della storia: una storia di colonialismo all’italiana, in questo caso. Il titolo del romanzo, “L’ottava Vibrazione”, è tratto da una poesia dell’etiope Tsegaye Gabrè Medhin:“Questa è la terra dell’ottava vibrazione dell’arcobaleno: il Nero. E’ il lato oscuro della luna, portato dalla luce. Ultimo colpo di pennello nel dipinto di Dio”. Siamo in Eritrea, 1896, alla vigilia dell’offensiva militare dell’esercito di casa Savoia contro il Negus di Abissinia. Dietro le macchinazioni dell’Italia, che vorrebbe tenere insieme prestigio nazionale e missione morale, si profilano invece l’avidità della borghesia, la fame di terre coltivabili da parte delle plebi meridionali e il  pressappochismo degli ufficiali dell’esercito. I personaggi non sono quelli politici e militari della storia, bensì quelli della vita quotidiana: le vicende parallele degli esseri umani, sbattuti in un angolo del mondo per gli interessi dei potenti di turno, ma anche le passioni, vigorosamente analizzate fino al delirio cinico del sadismo. Con un efficace impasto di parole forti e altre inedite che restituiscono meglio la cifra di quella terra, di quella vita e di quella avventura, Lucarelli fa vivere il lettore in mezzo alla polvere, al puzzo di cammello, al caldo soffocante, facendolo imbattere ora in un commesso coloniale corrotto, ora in una donna adultera,  in un maggiore sospettato di essere un serial killer, in varie giovani africane, in un carabiniere che insegue il maggiore, in un eritreo che parla perfettamente l’italiano con l’accento fiorentino, in ufficiali, sottufficiali e soldati semplici di varie culture. Avvalorato da interessanti annotazioni storiche, il romanzo racconta la disfatta dell’esercito italiano ad Adua: seimila morti, millecinquecento feriti e duemila prigionieri. Nel leggere di quelle mediocri manovre viene in mente la frase che scrisse in un suo romanzo Luigi Meneghello: “ Gli italiani non sono buoni di fare la guerra!”: se il lettore aveva una idea anche vagamente mitologica della grande avventura colonialista in Africa, Lucarelli provvede accuratamente a smontarla. 
Cagnolone
 

"Il capitalismo ha i secoli contati", di Giorgio Ruffolo, Einaudi 2008 , pp. 259

Photo

Cosa sono: il Kula ,il Potlach, il Karum e cosa li lega?

Perché i romani seppero immaginare e attuare ordinamenti dotati di una forza d’integrazione sorprendente?
Perché Filippo II poteva affermare che sul suo impero il sole non tramontava mai ,(ma senza i genovesi sarebbe tramontato)?
E’ vero che la globalizzazione ha segnato un aumento generale del benessere economico e sociale di portata storica eccezionale con l’allungamento delle speranze di vita, l’attenuazione del dolore, l’umanizzazione delle pene, l’aumento dei diritti civili, il miglioramento della condizione femminile? Cosa dire tuttavia della devastazione dell’ambiente, degli squilibri distributivi di  risorse, del deterioramento delle relazioni sociali, della dissipazione delle ricchezze reali e, infine, dell’ impoverimento delle risorse morali?
E ancora: è ormai acquisito che la riorganizzazione della grande impresa capitalistica ha rimesso in causa i rapporti fra capitale e lavoro e la condizione del lavoro stesso?
E allora se ci  ritroviamo in uno stato d’insoddisfazione diffusa, di generale incertezza correlati da sfiducia e timore del futuro, quale senso possiamo dare oggi alla nostra società?
Ed ecco che  Giorgio Ruffolo, ne “Il capitalismo ha i secoli contati” prova a darci alcune risposte, e, specialmente, una speranza  (che troverete nell’ultimo capitolo)
 
ALMEC - Verona

 

 

“ La porta”, di Magda Szabò, Einaudi, 2005. pp. 248

Photo

“Emerenc, ad un certo punto non volle più arricchire il proprio spirito e prese una decisione simile a quella del capitano Butler in Via col vento. Anche lei come l’eroe senza scrupoli del romanzo non volle più rischiare il cuore per nessuna causa e per nessun altro essere umano”.
"La porta” è il primo lavoro di Magda Szabò pubblicato in Italia dalla Einaudi,   romanzo superbo di una donna che, come altre eroine della letteratura mondiale, passa nel cuore e nel cervello di chi la legge perché sa cogliere l’essenza, la chiave di volta dei rapporti umani. Scandagliandole all’interno della coppia, della famiglia, della comunità, la Szabò racconta le vicende di un popolo intero, quello ungherese nella fattispecie, che, dopo la seconda guerra mondiale, è costretto a rimboccarsi le maniche, rinascere dalle macerie e convogliare energie, vita, segreti dentro il proprio quotidiano.
Nel personaggio della padrona di casa si intuisce la vicenda autobiografica della scrittrice, colta ed affabile, che se dapprima si mantiene ad una certa distanza  dagli altri, poi, per cerchi concentrici, attraverso la relazione con la figura principale del romanzo, la vecchia e generosa Emerenc dedita alle pulizie di casa, approfondisce se stessa e si apre al mondo.
Due esistenze preziose quanto distanti l’una dall’altra, due donne che, nonostante i conflitti, i fraintendimenti, le parole non dette e quelle dette di troppo, alla fine lasciano che la porta si apra e che l’intelligenza si incontri con il cuore.
Scrittrice raffinata e mai ampollosa, come nella migliore tradizione culturale del centro Europa da Kafka, a Schulz a Hrabal,
la Szabò somma bene elementi reali e fantastici, trasmette il palpitare della vita in una città europea, si concentra con acutezza psicologica su un microcosmo composto dalle due figure femminili, dal marito della padrona di casa, che esiste solo in termini formali sullo sfondo della vicenda, da un intelligente cagnolone maschio di nome Viola, aprendoci in alcuni momenti alla visione di un quartiere, ai suoi ritmi, agli esseri umani, alle loro relazioni e, principalmente, alle loro solitudini.

 Remo Zanella – Verona

 

"Grand River", di Wu Ming, Einaudi, pp. 214.

Photo
Il precedente “ Manituana”, pubblicato nel 2007, aveva esaltato il lavoro di squadra di Wu Ming, la cooperativa di scrittori impegnati come moderni cantastorie. Insieme toccano tasti ed emettono note che singolarmente non  sanno produrre. Molto interessante la scelta di scovare una storia entrata nell’oblio e di rivelare un suo senso profondo: quello dei popoli deboli sconfitti dalla forza delle nazioni più forti. Esemplare il loro metodo di lavoro: su un preciso sfondo storico sviluppano una trama, con ricerca dei dettagli. Il tutto con una scrittura plurale e un linguaggio efficace. E’ stato il caso di Manituana, la terra delle delizie lungo il San Lorenzo. Nel caso di Grand River, la storia muove da una riflessione sul malessere da spaesamento moderno in una città come Bologna, che spinge a intraprendere un viaggio per un reportage a sfondo storico e antropologico, richiesto da un nuovo editore. Wu Ming ci guida attraverso Montreal, Quèbec, Toronto. Lo fa per dare profondità a una storia di indiani Irochesi e coloni lealisti che, sconfitti a sud del San Lorenzo, dovettero rifugiarsi in Canada. Nel precedente romanzo  c’erano alcuni personaggi che in Gran River vengono approfonditi: Joseph Brant, gran capo Mohawk, profeta, politico e guerriero, fedele alleato della Corona britannica durante la guerra di indipendenza dai francesi; Molly Brant, sua sorella, compagna del Commissario per gli affari indiani Sir William Johnson, madre di otto figli e grande matriarca di quel popolo. Molly e Joseph sono da ricordare anche perchè hanno consentito l’alleanza tra i bianchi e i Mohawk. Con il viaggio, l’autore vuole capire quanto di loro resta nel Paese che hanno contribuito a fondare, e lì, sul Monte Royal, nell’arcipelago delle Mille Isole, nei musei che visita, nella musica rock che ascolta, riconosce in generale la rimozione del “fardello indiano”, ma nello stesso momento la presenza ineludibile dei nativi. Sulle loro tracce, l’autore vola fino a Vancouver,  città sull’oceano e tra le montagne. Qualcuno la definisce la più bella del mondo. Lì i popoli della terra vivono insieme. E i nativi indiani continuano a battersi per nuovi valori occidentali.
Acquario

 

"Una parentesi luminosa", di Marella Caracciolo Chia, Ed. Adelphi, pp. 177

Photo

Il sottotitolo recita: L’amore segreto fra Umberto Boccioni e Vittoria Colonna, e di questo il libro tratta nelle ultime settanta pagine. Ne parla attraverso le lettere che i due amanti si sono scambiati nella breve estate del 1916, a Grande Guerra iniziata, dopo aver passato pochi giorni insieme all’Isolino preso in affitto da Vittoria Colonna presso i Borromeo sul Lago Maggiore.
L’amore viene annunciato all’inizio del romanzo, ma è solo dopo cento pagine fitte di dinastie e parentele aristocratiche, descritte al limite dell’autocompiacimento, che la passione prende corpo attraverso la corrispondenza epistolare dei due. La ricostruzione dell’autrice nel dipingere un affresco dell’epoca è talmente minuziosa da rischiare di disaffezionare il lettore alla vicenda promessa dal sottotitolo in poi.
Fortunatamente lo scambio di missive si staglia sul romanzo come assoluto protagonista in virtù dell’autenticità dei contenuti, recando una ventata di vita vera tra le pareti stantie di una classe tutto sommato oppressa dai propri privilegi. L’appassionata comunicazione epistolare rende perfettamente l’incanto fatale di due vite incrociatesi per caso e destinate, forse non altrettanto per caso, a separarsi nella tragedia. Due esistenze illuminate da un lampo, la parentesi luminosa del titolo, capace di fermare in quel punto il procedere di ogni cosa.
Le lettere, tutte scritte nel rigoroso rispetto della forma di cortesia tranne una, esprimono con calore temperato dal garbo e probabilmente anche dal timore di destare sospetti il sentimento che lega gli amanti. Un sentimento tale da far progettare alla nobildonna, sposata al principe Leone Caetani di Teano, da cui ha avuto un figlio non precisamente brillante, di perseguire finalmente la felicità in una vita costellata da sfarzo e noia, viaggi e indipendenza, mai da quel meglio di cui Vittoria crede finalmente di aver avvertito il profumo grazie all’incontro con Boccioni.
La restituzione degli eventi in forma di dichiarazione postuma, di blando prolungamento della meraviglia tra le righe della corrispondenza, denuncia tutta la propria insufficienza in quanto unica risorsa nel tormento del distacco obbligato.
Il suo valore di testimonianza appare evidente solo alla fine, quando giunge a mitigare il sapore amaro lasciato da un’impossibile storia d’amore incapace di assurgere al rango di possibilità.
Marco Ongaro - Verona

 

 
Logon