Ignacio Ramonet, L’esplosione dei giornali, Napoli, Intramoenia, 2012, euro 18.

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L’impatto del meteorite Internet è un evento traumatico che cambia i media, estingue la carta stampata, reinventa il ruolo del giornalista: la rivoluzione non è universale, il mondo è diviso dall’accesso e dalla capacità di gestire l’informazione via Internet in info-ricchi e info-poveri. Ignacio Ramonet, già direttore in Francia di Le Monde Diplomatique e ancora oggi direttore dell’edizione spagnola di Diplò, analizza la crisi della carta stampata a livello internazionale, l’avvento di nuove forme di comunicazione e di nuovi criteri di redditività dei sistemi editoriali. Ritiene che Internet sia un lavoro di intelligenza collettiva, di alchimia delle moltitudini; sia democratica, non fornisca un prodotto secondo le istruzioni iniziali, ma proponga un work in progress, una ricerca della verità, una continua conversazione, con una logica orizzontale e circolare.
L’autore guarda sconfortato il panorama di macerie della stampa internazionale, che da un mondo confortevole ed élitario si ritrova di fronte chiusure, fallimenti, licenziamenti, degrado delle condizioni di lavoro dei giornalisti e dei collaboratori. Negli Stati Uniti il paesaggio è cernobylizzato, la situazione italiana non è meno problematica: la stampa generalista è la principale vittima della crisi, nonostante l’ipertrofia dell’offerta dei maggiori quotidiani ai propri lettori;  la crisi economica globale, la perdita di fedeltà verso le testate che non danno più identità di gruppo, la confusione di ruolo fra giornalisti e uffici stampa, la quotazione in borsa con le pressioni sui direttori, aggravano la decadenza. Soprattutto il lavoro d’inchiesta sul campo e il reportage all’estero soffrono per la politica dei tagli alle redazioni. La professione è screditata dai ballisti seriali che diffondono notizie clamorosamente false, dalla collusione col mondo politico e con una mondanità corrotta. La crisi di credibilità ha anche altre cause: il giornalismo scandalistico, di intrattenimento e di spettacolo trionfano a spese delle esigenze di qualità. Per Ramonet la mondializzazione neoliberista distrugge il contropotere del quarto potere che non erge un bastione contro la deriva della superficialità e della sovrabbondanza di informazioni parassite (soft news, infotainment trash news).
 La rivoluzione digitale, combinando scrittura, suono e immagine, favorisce lo sviluppo della Rete e rappresenta un nuovo modo di comunicare. Lo sguardo interessato a questo mondo e ai suoi fenomeni politicamente e socialmente clamorosi, come Wikileaks o
Anonymous, non fa perdere di vista il rischio di uno stile di comportamento intellettuale che può portare a fare surf sui testi corti e multipli perdendo di vista quelli lunghi e complessi.
L’attenta analisi della storia della stampa, senza risalire agli stenografi babilonesi o agli acta diurna di Giulio Cesare, con una particolare attenzione ai rapporti fra il medium, l’organizzazione del lavoro e la professionalità giornalistica, può ricostruire l’evoluzione che porta alle attuali nuove tecnologie; lo aveva già intuito Juergen Habermas (1929-), uno degli esponenti più importanti della Scuola di Francoforte, nel suo saggio Storia e critica dell’opinione pubblica (Roma-Bari, Laterza, 1971). Solo nella Gran Bretagna del tardo Seicento e nella Francia del Settecento si comincia a parlare in senso preciso di opinione e di sfera pubblica come categorie storiche. La stampa d’opinione settecentesca esprimeva il dibattito dei lettori che si ritrovavano nei clubs o nelle botteghe del caffè. La stampa si è sempre fatta un vanto della propria indipendenza nel dare voce a chi non ha voce. In questi ultimi anni ha perso la sua funzione, sopraffatta dai nuovi media. Le tirature dei giornali scompaiono di fronte al numero di internauti che cliccano il sito del giornale e vivono come passeggeri clandestini, mantenuti da chi compra in edicola o è abbonato. L’industria culturale è alla ricerca di nuovi modelli di business e redditività e può darsi che l’età dell’oro della Rete gratuita sia verso la fine.
Rupert  Murdoch, miliardario australiano presidente di News Corporation, pensa che i giornali si estingueranno tutti nel prossimo decennio. Ramonet come altri autorevoli giornalisti è convinto che la buona ricetta per assicurare la sopravvivenza dei giornali ancora a lungo sia la specializzazione che consente l’approfondimento. Il mestiere del giornalista dovrà combinare padronanza dei nuovi media e capacità di narrare storie, tecnologia e arte letteraria. I lettori attraverso i link andranno con sempre maggiore velocità verso un’informazione utile e affidabile. Come illustra nel suo saggio, scritto in modo semplice e colloquiale, con una nota critica del traduttore Pierluigi Sullo sulla situazione italiana, si tratta quindi di reinventare il giornalismo della carta stampata nel nuovo mondo che è passato dai media di massa alla massa dei media, dove i lettori cercano un’informazione di qualità.
Rosangela Lupinacci

Guido Conti, Il grande fiume Po, Milano, Mondadori, 2012, pp. 438, euro 21.

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Guido Conti è uno scrittore allo stesso tempo colto e popolare, che si muove con agio fra i testi delle letterature antiche e moderne. Parafrasando Marc Bloch potremmo giocare, dicendo poi che è come l'orco delle fiabe: dove fiuta una storia degna di essere raccontata, là è la sua preda. Per questo Il grande fiume Po è una narrazione poliedrica e visionaria, che riporta il fiume nostro, e non solo nostro, nel centro più vivo della letteratura europea; e Conti la costruisce con il decoro e l'impeto generoso che meritano i luoghi dell'anima. Per intendersi subito, ecco un esempio tratto dall'Indice, relativo al capitolo Mantova (pp.327-351): «Il viaggio del papa Pio II da Revere verso Mantova – Da Rivalta sul Mincio verso Mantova – Dante e la fondazione di Mantova – Il coccodrillo sull'altare – Il libro del Cortegiano oggi – Due città, due anime letterarie: Mantova e Cipada – Verso il monumento a Virgilio – I diavoli di Cipada – Modi di dire sul Po – A casa di Rigoletto – Piazza Sordello – Il soldato Longino – Mantova vista da Dickens – I fasti della mitologia greca – I buchi nel cielo – La camera degli Sposi di Mantegna – Baccanali e battaglie marine tra mostri e tritoni – Stefano Scansani: metafisica del tortello di zucca – Un aneddoto – Una zucca per l'inferno – E una zucca per il paradiso – I tortelli di zucca: la ricetta – Per chi non avesse mai mangiato tortelli di zucca». Il grande fiume Po è infatti un romanzo all'insegna dell'eteroclito, che come un fiume si allarga, restringe e scorre, in mille rivoli narrativi: dalla leggenda al reportage, dall'intervista alle memorie; ma anche dalla poesia (Conti sceglie pure un bel numero di versi: di Francesco Petrarca, Cesare Pavese, Rainer Maria Rilke, Umberto Bellintani ecc.) alla biografia, e a tante altre tipologie testuali. Il Po è un fiume, certo, ma l'Autore, che parla del viaggio lungo quelle rive, lo fa suggestivamente diventare anche una agile e solida barca del cuore per navigare nelle acque ricche e mutevoli della letteratura occidentale, insieme con amici noti e meno noti, e insieme con autori maggiori e minori, vivi e morti. Allora, in queste pagine i miti di Fetonte ed Eridano o di Orfeo possono coesistere con la storia di Taiadela, un artista girovago veramente esistito; Plinio e la sua Historia Naturalis, pur nei loro specifici caratteri, mai trascurati, possono alla fin fine idealmente disserrarsi alle memorie di Goldoni, che fu studente a Pavia; e Virgilio può dialogare con Teofilo Folengo; Giovannino Guareschi con Charles Dickens o Giorgio Bassani con Matteo Maria Boiardo. Il grande fiume Po va insomma considerato come un'opera-mondo, un romanzo dei romanzi possibili della letteratura, dove la cronaca e le cronache storiche, le osservazioni naturalistiche, gli aneddoti e i modi di dire, la critica letteraria e d'arte, i racconti brevi e lunghi o persino le ricette di cucina, si intrecciano con leggerezza nel vasto fluire delle occasioni offerte dalla molteplicità dei casi, dei testi e dei generi letterari. Il libro di Conti è una festa o un trionfo della letteratura, lontano dal divertimento combinatorio all'insegna della piacevolezza o del cosiddetto “postmoderno”. Tant'è vero che Il grande fiume Po è incentratosu una visione forte della scrittura e della letteratura, intese come espressione ma anche come conoscenza: la temporalità storica si innerva qui nella intemporalità del mito e la realtà rappresentata risulta di conseguenza costituita da strati molteplici, che si inglobano gli uni negli altri, in un'acquisizione di pensiero gravida di implicazioni teoretiche. Più che a Danubio di Claudio Magris, pertanto, Il grande fiume Po rimanda liberamente a narrazioni divaganti, antiromantiche e antinaturalistiche, come ad esempio Un romanzo in vapore. Da Firenze a Livorno di Carlo Collodi o i Viaggi nella mia terra dello scrittore portoghese Almeida Garrett, ma anche a narrazioni storiche di respiro come Il Reno. Storia, miti, realtà, di Lucien Febvre. Nella mescolanza dei generi - utile a Conti per organizzare la variegata materia narrativa da lui scelta e procedere in modo flessibile nella costruzione del romanzo -, cadono tanti pregiudizi, appunto naturalistici e non solo, che ancora presiedono a diverse scritture contemporanee. Il personaggio, l'io narrante, il soggetto, la trama, senza teleologie si rivelano in tutta la loro natura di mere convenzioni narrative: come tali, esse possono sempre essere scalzate da altre convenzioni, quando lo scrittore lo possa e lo voglia per intuizione o bisogno vitale e per sapienza tecnica. Attingendo con libertà alla letteratura di ogni tempo, Conti riesce ad essere originale; del resto scrivere è un'arte e questa la si può apprendere soltanto riflettendo sulle esperienze degli altri scrittori di ieri e di oggi. Niente infatti è superato, se in letteratura i “valori” (come nella cultura - dice l'Antropologia) sono sempre negoziabili e sostituibili. Conti non fa letteratura a partire da pregiudizi teorici, da effetti di teoria insomma, ma è sempre pronto a verificare, a vagliare ciò che si pensa fuori della letteratura attraverso di essa; pensa in essa. Eppoi sa che la letteratura non deve barare, perché è lo slancio di verità che fa emozionare il lettore, che ce lo fa incontrare davvero. Per tali ragioni Conti è capace di “trovare” i racconti intorno a sé, di incontrare delle vite che vale la pena di narrare agli altri; e riscopre il passato del proprio territorio, e non solo, perché in esso non cerca “macchiette” o figurine buffe da raccontare alla maniera di Strapaese magari, bensì esistenze che hanno qualcosa di tragico e di grottesco, di folle e di struggente, e che meritano di non essere dimenticate nella loro esemplarità.
Daniela Marcheschi

Il sogno della letteratura. Luoghi, maestri e tradizioni, Daniela Marcheschi, Gaffi editore 2012, Roma,

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Chi scrive, chi si accosta ai libri per passione, ma soprattutto chi fa critica, dovrebbe leggere Il sogno della letteratura, che trae il titolo da una delle più belle lezioni tenute da Daniela Marcheschi al Salone del Libro di Torino, dove è spesso ospite. Il libro è forse l’opera più importante di critica di questi anni. Contiene fra gli altri saggi sul romanzo degli ultimi decenni, sulla poesia, sugli scrittori, sui maestri e sulla critica, scritti in oltre vent’anni di lavoro molto serio.
Chi è il critico? Chi, prima di tutto, scommette su alcuni nomi; e, poi, nel tempo si vede se ha ragione o no. Di fronte alla schiera dei critici nichilisti che dichiarano a gran voce la morte della critica (Alfonso Berardinelli ad esempio), che lamentano che ci sono troppi libri da leggere - ed è più facile lagnarsi che rischiare -, Daniela Marcheschi, curatrice di due importanti meridiani, uno dedicato a Carlo Collodi (1995) e l’altro a Giuseppe Pontiggia (2004), sceglie e fa i nomi, andando spesso controcorrente, ma ubbidendo sempre ad un principio di verità. Chi sono gli scrittori di oggi? O, meglio, di domani? Leggendo il libro si scopriranno, e non mancheranno le sorprese.
Il critico vero mostra le carte, non si nasconde dietro finte ideologie o culti della personalità. La sua è una scelta di etica e per una specie di ecosistema della conoscenza, e per affermare l'amore per la letteratura e per la libertà. Vive leggendo, scegliendo i buoni romanzi, e lavorando con i suoi scrittori. Se si scrive molto, vuol dire che ci sarà più scelta, non è un fatto negativo. Se non si sa scegliere, vuol dire che il critico non ha fiuto e pensa troppo a se stesso. Il problema è del critico, non del mercato.
Se si pensa che la critica sia morta, vuol dire che non si è ancora capito che la critica è un genere letterario e che, come tale, sta sullo stesso piano della narrativa. La critica è in continuo dialogo con gli scrittori; e ha i suoi generi e sottogeneri come la narrativa. Spesso la critica che ha spazio sui giornali vivacchia di luoghi comuni triti e ritriti: Zavattini se la prendeva sulla «Fiera Letteraria», agli inizi degli anni Trenta, contro coloro che sui giornali scrivevano lamentandosi di quanto allora si pubblicasse troppo...
Tutto ciò significa soltanto che bisogna cercare altri critici più colti e preparati anche sulle idee di estetica, di tradizioni e di stile; critici che argomentano e discutono con forza dei libri e della letteratura, ma sempre con rispetto del lavoro altrui. Contro Steiner e Contro Bloom ne sono due esempi: la Marcheschi denuncia con rigore le derive misticheggianti di un'opera come Vere presenze (1999) di George Steiner, o dimostra come l'idea di Canone di Harold Bloom sia in realtà piena di equivoci idealistici, che ne inficiano tante implicazioni e applicazioni.
Da leggere i ricordi di Carlo Dionisotti, Felice Del Beccaro, Sebastiano Timpanaro, Remo Pagnanelli, in cui si realizza un equilibrio suggestivo tra rievocazione affettuosa degli uomini e giudizio di valore sulle loro opere, cosa che non è molto frequente.
Da leggere le preziose pagine sugli scrittori e sul romanzo contemporaneo, contro tutti colori che ne suonano a morto le campane sui quotidiani; e in particolare quelle pagine su come gli scrittori dovrebbero lavorare oggi. Soprattutto sono da gustare le pagine contro i Wu Ming: Daniela Marcheschi smonta pezzo per pezzo il loro fragile castello teoretico. Chi propone la morte dell’autore dietro sigle e siglette, e va poi, però, alle presentazioni e pretende anche di vivere di diritti d’autore, vive in una contraddizione insanabile e non può ergersi a maestro.
Insomma da leggere questo libro per il suo stile chiaro e senza astrusità, per il modo in cui parla di letteratura; e da leggere gli scrittori su cui Daniela Marcheschi scommette oggi e quelli su cui ha scommesso venti anni fa, e come e perché: la Marcheschi non ne ha sbagliato uno. La critica è scelta feroce e consapevole, è «l'arte di scoprire l'arte nell'arte» e quell'esercizio difficile ma affascinante di risalire la corrente, come fa il salmone, per contribuire alla letteratura autentica. Tutto il contrario degli elogi indiscriminati, del discorso asettico o dell'attacco ad personam, espressioni di una società che sembra aver smarrito il senso più profondo della letteratura. Il sogno della letteratura dimostra però che, se e quando si vuole, è ancora possibile ritrovarlo per intero, netto e luminoso. 
Guido Conti

Più alto del mare, Francesca Melandri, pp. 237, Rizzoli.

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Un cielo nero di luna nuova ma luccicante di stelle pulsanti e precise. Mare a perdita d’occhio, ingannevole muro travestito da libertà. E un’aria speziata che penetra dentro, facendo saltare ai cuori un battito, come al ricordo di un grande amore perduto. Note sensoriali ed efficaci immagini ossimoriche catapultano il lettore sull’ Isola, l’Innominata (c’era, e tanto bastava), fotogramma iniziale e meta finale del viaggio, di una bellezza tanto spietata quanto assolutamente interdetta ai suoi ospiti. E i galeotti, scaraventati fuori dall’elicottero, a respirarla inebriandosene per pochi struggenti minuti. Il tempo di essere tradotti a calci e bastonate entro gli angusti confini di cemento nel carcere di massima sicurezza. Il contesto storico è quello cruciale degli anni di piombo nell’Italia delle stragi e dei sequestri, su cui la scrittrice e sceneggiatrice Francesca Melandri, al suo secondo romanzo dopo il fortunato ”Eva dorme” (uscito per Mondadori nel 2010 e subito tradotto nei maggiori Paesi europei), torna a investigare da un’angolazione ancora poco esplorata sia dalla cronaca sia dalla letteratura: né i colpevoli né le vittime, che pure si percepiscono nelle loro personali tragedie, interessano l’autrice, bensì le famiglie dei carnefici, padri madri e mogli la cui dose di indicibile dolore è rincarata sia dall’oblio di istituzioni e società, sia dal peso di un’onta che li taglia fuori da qualsiasi umano consorzio. Carichi di questo triplice fardello che, pena la morte per crepacuore,  li costringe a una forzata sospensione dei sentimenti, a Luisa, madre di cinque figli e moglie di un crudele assassino, e a Paolo, padre di un giovane terrorista pluriomicida, entrambi in visita ai loro cari, altro non resta che cercare di sopravvivere. Lui, professore di filosofia in pensione, è tutto sospiri e gemiti che stringono il cuore dalla compassione. Lei, contadina e montanara senza istruzione, placa l’ansia contando maniacalmente tutto ciò che le capita a tiro. Ma la coppia, l’ossimoro più bizzarro escogitato dalla sapiente penna della Melandri, spartisce nella disperata privazione di sogni e prospettive un humus esistenziale destinato a dare frutto. Su un binario parallelo che incrocia, nello spazio di una mezza giornata, le vicende dei protagonisti, la storia dell’agente carcerario Pierfrancesco Nitti, faccia d’angelo con la giacca sempre imbrattata di sangue, apre uno squarcio dentro la realtà altrettanto disumanizzante di chi con i detenuti ci convive, seppur dall’altra parte delle sbarre, nel quotidiano silenzio del carcere speciale denso e carnivoro come il fiato di un predatore. E tutt’ intorno, pervasa da un senso di contrasto, anzi di assurdo,  l’Isola idilliaca e traditrice trattiene fra le dita indifferenti i fili di ogni destino. Ma proprio quando i sentieri sembrano segnati per sempre, l’abbraccio morbido di una moglie comprensiva che accoglie il carceriere con tutta la sua incapacità di trovare le parole scioglie ogni paura, mentre Paolo e Luisa, complice la tempesta che impedisce alla motonave di affrontare il viaggio di ritorno, sperimentano un miracoloso disgelo del cuore, fino a riuscire, dopo anni di lacrime, a ridere a pancia molla, a ridere facendo rumore.
Valeria Lo Forte
 
 
 

Anne Sward, Fino all'ultimo respiro, pp 324, Mondadori

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Svezia, anni Settanta. In un isolato villaggio vicino al mare nasce Lo, più simile a un'eschimese che a un'albicocca dorata. Spensierata, tra corse in mezzo ai campi e un'allargata famiglia numerosa e amorevole, l'infanzia di Lo trascorre serena, fino a quando accade qualcosa che cambierà la sua vita per sempre. Un incendio scoppiato per la siccità lungo la linea ferroviaria brucia tutto. Lo stesso giorno Lo conosce Lukas, un ragazzo arrivato chissà quando dall'Ungheria, assieme al padre, un selvatico che parla una lingua incomprensibile persino per suo figlio. Tra i ragazzi nasce un'intesa profonda fatta, soprattuto, di sguardi e gesti che si consumano negli indimenticabili pomeriggi dorati trascorsi al sicuro nella "capanna del pescatore". L'adolescenza finirà però presto, e Lo e Lukas si troveranno divisi, incapaci di dirsi i loro sentimenti, logorati da tradimenti e abbandoni.
Una saga familiare, ma anche un’ impossibile storia d’amore che nasce quando i due protagonisti sono giovanissimi. Avvincente, ben scritto, con non pochi passaggi notevoli. I personaggi – da nonno Bjorn alla madre di Lo, dai  numerosi amanti occasionali di lei al viziato e vacuo Yoel fino al padre di Lukas, prima spietato e poi completamente indifeso, sono ben caratterizzati. I due protagonisti emergono in tutta la loro fierezza, cui fa da contrappunto la condanna all’infelicità sentimentale. Nutrita dagli ammonimenti della madre sulla pericolosità dell’amore vero Lo, allevato a suon di sberle e indifferenza Lukas, i due non riescono a dirsi il loro sentimento. Stanno in attesa, ci girano intorno, perdendo a poco a poco e definitivamente il treno. Di lui, fallito annunciato, ribelle dal cuore denutrito ma non privo di una commovente umanità, sarà tragico il destino; di lei, che si stacca dalla madre, dalla sua casa e dal suo paese e se ne va in giro per il mondo buttandosi, impermeabile a tutto, da una storia sbagliata all’altra, percepiamo il cinismo e la durezza di chi non ha più nulla da perdere. Una scrittrice talentuosa, profonda, originale, capace di una scrittura di grande respiro. E se è vero che potrebbe essersi ispirata a Heathcliff e Catherine nell’ideazione della storia, la  versione uscita dalla sua contemporanea penna è senz’altro apprezzabile.
Vela
 

Michail Elizarov, "Cartoni", pp 240, Atmosphere libri

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Dall’autore de Il Bibliotecario, miglior libro russo del 2008. La salvezza miracolosa di un adolescente teppista passa attraverso una successione di visioni nella Stanza minorile della polizia.
Siamo nel 1988 quando il protagonista, un ragazzino di nome German, abbandona insieme ai genitori il piccolo paese per trasferirsi nella periferia di una metropoli russa. Qui stringe amicizia con una banda di teppistelli i quali lo soprannominano Rambo per la sua abilità nelle risse. I ragazzi decidono di spillare denaro a passanti solitari formando dapprima una, poi due squadre con altrettante presenze femminili: Anja e Sveta. Le ragazze aprono la pelliccia e restano nude; per questo spettacolino denominato “cartoni”, i malcapitati devono pagare. Ma un bel giorno la banda viene denunciata da un giovane “secchione” maltrattato dai ragazzi: tutti riescono a darsela a gambe tranne German. Catturato dagli sbirri, tra cui il grasso Baffi a Ferro di cavallo, finisce in una misteriosa Stanza minorile della polizia. Ad accoglierlo trova l’ispettrice capo Ol’ga Viktorovna Dan’ko. German rimane molto colpito dalle foto che vede appese alle pareti dell’ufficio della donna, in particolare da quella di colui che a breve entrerà nella stanza per mostrargli una filmina: si tratta di Aleksej Arkadevič Raziumovskij. German è costretto a visionare delle immagini commentate da Raziumovskij che narrano la storia personale di quest’uomo da bambino, del piccolo Aleša e degli efferati crimini da lui compiuti in una vetreria. Si tratta della storia della sua “rieducazione” avvenuta per merito di un pedagogo che a sua volta da piccolo aveva smarrito la retta via. La filmina termina con la storia di German in persona che, sottoposto a questo vero e proprio lavaggio del cervello, prova vergogna nel vedere sullo schermo una storia che in tanta parte gli appartiene. D’un tratto, la forte luce del proiettore costringe German ad aprire gli occhi: che sorpresa scoprire di trovarsi in una stanza d’ospedale, con a fianco la propria madre premurosa. La storia nella storia si conclude e torniamo nel presente: German viene dimesso dopo gli attacchi di epilessia, il medico Božko che lo visita successivamente si serve di un taumatropio per giungere a conclusioni più precise sul suo caso. Intanto, il ragazzino torna a scuola, cerca gli amici di sempre – Anja, Sveta, il Pelato, il Culturista e gli altri della banda –, ma invano. Il racconto si dipana negli anni fino all’università e delle strane coincidenze che continuano a ripetersi nella sua vita, finché tutti i tasselli del puzzle si ricompongono in un finale ottimista che racconta dell’ennesima crisi d’epilessia al termine della quale sarebbe spuntata di nuovo la luce.
Ci sono prodotti come i profumi con feromoni che arrivano all'anima, non è chiaro perché. Questo è successo con Elizarov e il suo Cartoni. La sensazione che ho avuto, dopo averlo letto, è stata devastante, molto forte, al 100% catarsi. Fin dai primi capitoli, dove la gioia della gioventù, l’ottimismo, il fango scorrono giù per il cortile, viene fuori lo stile magistrale dell'autore, la sua capacità di trasmettere l’atmosfera. E poi l’incontro inatteso con Raziumovskij, educatore ed eroe, concentra l'attenzione sull'uomo venuto dal nulla, che riesce a redimere il protagonista. Oppure l'insegnante era solo un eroe immaginario, uno schermo dietro il quale si nascondeva lo sguardo vigile della legge? Amo gli autori che impegnano l’immaginazione del lettore. Elizarov lo fa per tutto il libro, superando tutte le aspettative! Natali P., LiveLib
Elizarov – vincitore nel 2008 del "Russian Booker" con Il bibliotecario e spauracchio principale della intellighenzia liberale – ha pubblicato nel 2010 Cartoni - forse il migliore dei suoi libri. Un romanzo ultrarealistico; è una sorta di “Una discesa nel Maelström” dello scrittore statunitense Edgar Allan Poe: riposante ma, allo stesso tempo, terrificante.
Mauro Di Leo

Antonio Pennacchi, Palude, pp, 238, Baldini &Castoldi 2011

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Ambientato in fabbrica, il recente romanzo di Antonio Pennacchi fu pubblicato dapprima nel 1995, poi, riveduto e corretto, nel 2000, infine nel 2011, rimaneggiato soprattutto dal punto di vista della scrittura.  Fra i protagonisti, colleghi di lavoro ma anche di studio (Pennacchi si è laureato in Lettere in una periodo di cassa integrazione), l’operaio Palude, che campeggia in copertina sessanta chili fa, quando ancora il suo cuore era sano. Il titolo del libro fa riferimento dunque non tanto alle terre dell’Agro Pontino, scenario certamente presente, bensì a uno dei compagni, il caro amico così soprannominato per gli indimenticabili tuffi nel fango ai tempi d’oro della Folgorcavi, la squadra di calcio dell’omonima fabbrica,  in cui il protagonista era portiere e il grande Fascetti allenatore.
Sullo sfondo la Latina degli anni ‘90, città natale di Pennacchi, declassata dal Sole 24 ore nell’annuale graduatoria delle città italiane virtuose con grande scorno del sindaco, che escogita lo stratagemma dei trapianti per riportarla in auge. Ed è così che Palude, dopo una serie di sospetti incidenti d’auto provocati sull’Appia dai suoi compagni (complici un po’ d’olio e di sapone) per recuperare un donatore, riceve il cuore nuovo di zecca di  Benedetto, studente universitario innamorato e appassionato di poesia, e con esso (e qui cominciano i guai), anche un pezzo della sua anima.
E se questa è la storia, nel romanzo c’è posto però anche per i fantasmi, poiché ogni popolo, accanto alle tradizioni, ha le sue leggende: di notte, fra i canali e le paludi dell’ Agro Pontino, su una fiammante Guzzi 500 Falcone Sport si aggira lo spettro di Mussolini, mandato qui dall’alto a scontare il suo purgatorio. San Pietro infatti, dopo morto, non l’ha voluto ammettere in paradiso, ma neppure l’ha cacciato all’inferno, metafora, questa, di un’evidente riserva nella disapprovazione del Fascismo. Sul periodo  storico in cui tutte le sue opere sono ambientate Pennacchi dà un giudizio complessivo negativo, condannando con forza l’infamia delle leggi razziali, la distruzione, la guerra; dall’altra parte però, ci ricorda,  il Fascismo che si era prodotto in quell’area è diverso da quello che ci insegnano a scuola. Nell’Agro Pontino ad esempio, Mussolini espropriò i ricchi latifondisti consegnando i loro terreni ai poveri, fra cui tanti provenienti proprio dalle terre del Veneto e dalla Valle del Po. Impegnati nella bonifica delle paludi infestate dalla malaria, i coloni ebbero la possibilità di sfuggire alla fame e di costruirsi una vita dignitosa.
 
Valeria lo Forte

Giorgio Ficara “ Riviera”, pp. 181. EINAUDI

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Giorgio Ficara ci propone una scrittura che si colloca nello spazio tra saggio e narrazione. L’autore racconta un luogo dell’anima, la Riviera ligure, con ricchezza di riferimenti che vanno dalla geologia storica alla cronaca, dall’etnologia alla cultura materiale, dall’arte alla letteratura. La scrittura è ondivaga, procede per brevi capitoli, passa per località, personaggi, emblemi, con un corredo di illustrazioni che arricchiscono il testo. Dall’inizio alla fine si svela la felicità di questo mondo: i convolvoli rosa che fioriscono da sette milioni di anni nel mese di maggio sulle ripide falde del monte di Portofino, Portus Delphini, “ luogo felice”, che teneva insieme gli idiomi del duca di Windsor, del barcaiolo, della cuoca;  l’incontro con la serenità da parte dei molti personaggi che si sono affacciati su quel magnifico palcoscenico, da Petrarca a Winston Churchill, a Rita Hayworth con il suo principe Ali Khan. Che la Riviera abbia un colore suo non paragonabile a nessun altro, è la circostanza d’un principio generale: “Ogni luogo ha un’intimità e una potenza materiale. A Bordighera tra gennaio e aprile del 1884, Claude Monet dice che il paese che ha davanti e la luce nella quale esso sprofonda “non sono rappresentabili con i colori normali" e che avrebbe bisogno di una "tavolozza di diamanti e pietre preziose”. Naturalmente Ficara, con fede umanistica, ci parla molto dei liguri. Di gente cioè che “ fin da principio ha avuto alte montagne alle spalle e mare di fronte a sé. Un discorso che li riguardi è tanto più efficace con la zappa sulle fasce o con l’ascia nei cantieri navali”. Alcuni esempi per descrivere questo spirito: il grande Andrea Doria, che dopo aver combattuto per due papi e affrontato sul mare  Solimano il magnifico, a oltre ottant’anni di età, a capo di una flotta va a riprendersi con decisione la città di Djerba; la vecchia Marietta, che vive sola, selvatica e muta in una sperduta casetta nel bosco del Levante, e fino alla fine dei suoi giorni lavora all’addomesticamento del bosco di querce, roveri e frassini, a fare manutenzione dei muri a secco, a trasportare a spalle, con le corbe, terreno fertile, trasformando lentamente quella antica civiltà in una nuova natura. Interessante il glossario delle espressioni dialettali liguri e la preziosa e ampia raccolta di note sulle opere citate. La Riviera dunque, “ accoglie insieme il clamore dell’innocenza che passa e il tremore velato dei lumi nel chiuso di un vecchio caffè”. Nell’epoca dell’indistinto, l’autore rilancia la solennità del paesaggio e dell’esistenza.

Remo Zanella

 

 

Savina Dolores Massa, “Mia figlia follia” (Il maestrale, pp 190

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E' matta Maddalenina? Sembrerebbe se a 50 anni d'improvviso decide di volere un figlio da tre padri (anzi quattro contando un cero, sì proprio quelli di chiesa), se parla con una strega “di ossa e parapioggia” che neanche le risponde. E' brutta Maddalenina, sporca anzi puzzolente, orfana, povera e scema. Dalla scuola l'hanno cacciata subito: “mette freddo alla classe” disse la maestra. La parola che più spesso le dicono è “Vattene”. Talmente sola che a volte neppure l'ombra le fa compagnia. Eppure Maddalenina “si desidera eguale agli altri”. E se non ha compreso il valore dei soldi però comprende che “le bambole e le persone sono diverse” e sa dispiacersi “per gli occhi degli altri”.

Trecce rubate a una dodicenne, un susino, fritture di “zucchero e liquerizia”, una vecchia macchina da scrivere “con il tasto M” oleoso, “la melodia dei tarli quando russano”: non è il nostro l'universo di Maddalenina e Maria. Eppure qualcosa in comune c'è: magari solo che la peggior malattia è la paura.
Eccoli i tre padri inverosimili e ignari. Uno è Quirico Malannata, in fuga da non si sa dove e senza “cognome da tramandare” cioè rovinato per sempre (negli attributi maschili) da un toro. Il secondo è un ragazzino, Graziano Lucente che per ribellarsi alla tirannia di una famiglia dove si campa 100 anni vuole suicidarsi prima di arrivare a 15. Terzo padre ipotetico è Rocco delle Spezie, un vecchio professore che alle donne ha sempre preferito burberi marinai. Davvero poco plausibili come fecondatori ma... chissà. La pancia di Maddalenina cresce “rigogliosa” o è immaginazione? E nascerà un “mostro a tre teste con un cero in mano”? O lei chiama figlia “un cancro che le lacera gli intestini”? La strega-guaritrice, cioè Maria Carta, non parla perchè è telepatica o invece non esiste? Chi è morta e chi è viva in questa storia? Chi legge i pensieri a chi? La strega si domanda chi sia il regista invisibile di questa “assurda commedia a cui ho l'obbligo di partecipare”. In un famoso apologo il bruco sogna di essere una farfalla che immagina di essere un bruco. Anche qui, alla fine, scopriremo che tutto è sogno? “Due possibilità dovrebbe darci la vita: la prima solo per imparare e l'altra per esistere capendo”. A tutte le domande Savina Dolores Massa sa dare una risposta, forse lei ha avuto due vite. Quando si legge un libro davvero insolito subito scatta il gioco del paragone: chi ci ricorda questo “Mia figlia follia”? Ha molte atmosfere in comune con taluni libri del realismo magico latinoamericano. Ma chi conosce Theodore Sturgeon – autore poco amato dagli editori italiani ma osannato altrove – ritroverà quei mondi svegliati sull'orlo dell'impossibile, quei cristalli sognanti e soprattutto la capacità di far scaturire la poesia da ciò che qualcuno definirebbe “la parte più sporca degli esseri umani” ma che probabilmente è solamente un'altra vita o possibilità di noi stessi che spesso preferiamo dimenticare. E' un libro strepitoso questo “Mia figlia follia”. Come il precedente eppur diversissimo “Undici” sembra pronto per essere messo in scena. O raccontato all'aperto in una sera dove nessuna delle persone presenti vuole andar via prima della fine. Al buio, forse meglio: è lì che nascono le storie e si ascoltano in cerchio.
Daniele Barbieri
 
 

“GAZA. RESTIAMO UMANI” di Vittorio Arrigoni, pp. 127, Manifestolibri.

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Il libro di Arrigoni è' il reportage giorno per giorno di ciò che l'autore vede e sente durante gli attacchi dell'esercito di Israele sulla Striscia di Gaza (tra il dicembre 2008 e il gennaio seguente). Non si tratta di una memoria; il libro si compone dei pezzi inviati ogni giorno in Italia. Nel corso di tre settimane  il territorio e la città di Gaza sono devastati dal cielo, dal mare e da terra. Si contano 1400 vittime e un numero altissimo di feriti; (4 sono le vittime di  Israele). La gran parte di esse è data da civili; i primi ad essere colpiti sono bambini. I medici si trovano dinanzi a ferite mai viste prima. Campi case edifici sono macerie; le foto scattate allora dicono una distruzione, una disumanità difficili da credere. La verità emerge lentamente al mondo. Una inchiesta internazionale è ordinata dalle Nazioni Unite, altre ricerche (da poco rese note) parlano di armi terribili, usate in modo illegale o sperimentate a Gaza per la prima volta. Questo è lo scarno resoconto dei fatti. Ma  la ricostruzione non inizia, la Striscia resta sotto embargo ovvero chiusa a persone e merci. E' una guerra contro inermi. L'autore scrive per dare voce a chi non ha voce, perchè tale voce si diffonda ben al di là degli attacchi di Israele. (Il silenzio sulla guerra sarebbe una ferita ancor maggiore della guerra). La guerra non deve avere testimoni. Invitato ad andarsene come ogni straniero, l'autore dice no, non posso farlo. Arrivava a Gaza con pochi altri internazionali per portare vicinanza e solidarietà alla popolazione. Fino al primo giorno di attacchi, “prima di stamattina. Quando dalla mia finestra si è affacciato l’inferno” . Non c’è qui una cronaca dei fatti. Non è questo. C’è il fragore delle bombe, il buio che non finisce mai, ciò che  non si può dimenticare, né dire. Ciò che è difficile credere. “Questi bimbi che adulti saranno?” C’è il richiamo costante verso ciò che resiste nel profondo abisso di ogni essere umano. E' l'essere, restare umani appunto, il cercare l'orizzonte, la solidarietà e la giustizia quando sono perdute. E' il conservare questo bene e trasmetterlo ad altri  il più possibile. Scrivere qui e ora è un atto di resistenza così umano da risultare assurdo. Trasmettere ciò che accade serve a dire mai più in nessun luogo e in nessun caso. A nessuno tocchi il destino toccato a Gaza, tale disumanità e buio. A nessuno tocchi una guerra. Ma prima è necessario sapere, sentir parlare queste voci.
 Ginevra di Montereale

“ Invisibile” di PAUL AUSTER. pp 223. EINAUDI

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Paul Auster è uno scrittore tra i più importanti della narrativa americana contemporanea. Consapevole della frammentarietà del mondo, nei suoi romanzi va oltre la tradizione del genere realistico e lineare riuscendo a ricomporre una visione unitaria l’universo e dell’uomo. In “ Invisibile”, l’autore prosegue questa ricerca. Traccia immagini potenti con la loro presunta verità e, subito dopo, le cancella.   La trama: nel 2007 Adam Walker, sessantenne e malato di leucemia, consegna un manoscritto a James Freeman, suo compagno di Università nel lontano 1965 e ora scrittore affermato. Il testo è composto da tre parti: la prima narrata in prima persona è ambientata nella primavera del 1967 a New York dove, a una festa, avviene l’incontro tra il giovane aspirante poeta Walker, l’enigmatico professore parigino Rudolf Born e la sua bella compagna Margot: nasce una storia di seduzione e sesso ricca di suspence e di inganni nella quale emerge la psicologia assassina del professore. Nella seconda parte, al fine di prendere le distanze dagli accadimenti, la storia è narrata in seconda persona ed è dedicata all’estate di quello stesso anno, quando Adam convive un mese con la sorella Gwyn in un empio incestuoso connubio. Poi Adam compie un viaggio programmato di studio a Parigi, dove ritrova Margot, il professore Born e dove conosce la quasi figliastra di quest’ultimo, Cècilie. La terza parte, come chiesto da Walker a Freeman, è narrata in terza persona, forma presente. ”Quanto alle pagine accluse, fanne quello che vuoi”. E il vecchio compagno, dopo aver letto con stupore il testo inviatogli, vola a S. Francisco al difficile appuntamento. Lì, con il manoscritto per le mani, comincia l’indagine sulle vicende che hanno circondato Walker. Rovista nella memoria dei vari personaggi e completa il testo originale.Mantenendo il proprio stile e la propria caratteristica peculiare di scompigliatore di valori in questa epoca decadente e piena di solitudine, l’autore sottolinea una costante immutabile: l’onnipresenza di due grandi appigli metafisici, la morte, in questo caso di Adam, e l’amore, questa volta sensuale e folle, tra fratello e sorella. Una buona penna ed una mente arguta per un thriller con spaventose illuminazioni

Remo Zanella - Verona
 

Un colpo di vento, FERDINAND VON SCHIRACH, pp. 237, Longanesi

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Il penalista Berlinese Ferdinand von Schirach, noto  in Germania per aver difeso personaggi famosi,  è entrato nella schiera degli scrittori e l’ha fatto subito in grande stile. Il suo primo libro dal titolo tedesco Verbrechen,  in Germania è diventato un beststeller nel giro di pochi mesi:  in occasione della Frankfurter Buchmesse, i diritti alla pubblicazione sono stati acquistato da 20 editori  di tutto il mondo così come quelli  per girarne un film.  Ora l’autore è uscito in Italia con il titolo Un colpo di vento, tradotto da Irene A. Piccinini e  pubblicato  per i Tipi della Longanesi: in 11 interessanti racconti dallo stile asciutto, laconico e sobrio, von Schirach attinge dalla sua ricca esperienza professionale di casi penali e narra storie vere che ci permettono di guardare nei più profondi abissi della natura umana.

Nel descrivere sentimenti come gelosia, avidità, disperazione e passione, l’autore  dà anche le risposte sul perché è successo un determinato delitto, come nel primo racconto, dove un medico anziano e gentile ammazza la moglie con un ascia e la fa a pezzi dopo quarant’ anni di matrimonio avvertendo poi lui stesso la polizia: fra le righe, Von Schirach non trascura di raccontare che tipo di matrimonio è stato, spingendo il lettore a valutare anche le ragioni del colpevole. Assumendo la difesa di un imputato, von Schirach non si pone mai il problema della colpa: se lo facesse, come sostiene lui in un’ intervista con la FAZ (Frankfurter Allgemeine Zeitung),  avrebbe sbagliato mestiere, avrebbe dovuto diventare prete;  né tantomeno gli interessa perseguire la verità o smascherare il colpevole, dinamiche tipiche di tanti film polizieschi: la questione che lo scrittore–penalista  si pone  riguarda piuttosto l’ambito della  filosofia del diritto, la ricerca di un altro tipo di verità, quantomai attuale: bastano le prove per dimostrare la colpevolezza dell’ imputato? Alla fine della lettura il lettore prova quasi compassione con l’esecutore del fatto delittuoso: nel raccontare le tante tragedie umane, Von Schirach ritiene che tutti noi corriamo un poco il pericolo di commettere un atto criminoso.
Hannelore Reinhard, Verona

 

“ Meccanica celeste”, MAURIZIO MAGGIANI, pp 312 – Feltrinelli

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Maurizio Maggiani si conferma importante cantastorie. In Meccanica celeste ci racconta la storia e la vita di una comunità, un “distretto” come lui lo definisce, dislocato tra i monti della Garfagnana e il mar Tirreno.

Da buon affabulatore, con delicatezza e innocenza, l’autore racconta l’ epopea del Novecento e aiuta l’Italia a recuperare la memoria di sé, con le parole semplici, leggere e ricche di musicalità proprie di quel mondo contadino al quale rende omaggio. Ogni pagina è una sorpresa: figure umane, paesaggi, riti, usanze , abitudini e tradizioni. I personaggi sono moltissimi: prima di tutti la compagna ‘Nita, giovane, bella, volitiva e grande lettrice, “ che mi ha voluto con una ostinazione che sarebbe bastata da sola a cambiare le sorti di un pianeta”; poi la madre Duse, maestra incaricata su nella scuola di montagna ma di casa più in basso, dove passava la  Linea Gotica durante la seconda guerra mondiale, quando, tra castagni e ontani si trattava di sfuggire ai bombardamenti; e ancora la Santarellina, Chico, ragazzo brasiliano “con uno sguardo lucente e l’animo tenero”, spinto a lasciare la sua terra per conoscere il colore azzurro del mar Egeo, l’Omo nudo, squinternato vecchio allevatore di maiali, il Nazzareno, tornato dalla Patagonia con la passione di dipingere acquerelli, Vittorio, lo spacca pietre di fiume che sa ricavare quelle angolari per le case in costruzione, e sua figlia Marinella che di mestiere fa l’archivista del poeta Pascoli. Infine i Sinti, zingari arrivati fuggitivi dalla gran peste d’Europa, e i bravissimi artificieri, ai quali è dedicata la copertina del libro con una bomba svampante incisa da secoli sullo scudo del distretto.  
"Meccanica celeste" riprende il titolo “ Celestial Mechanics” del libro scritto negli Stati Uniti dalla Malvina, ragazza del distretto con la vocazione al mutismo. Divenuta ricercatrice, la donna perlustrerà i misteri della gravitazione universale: c’è vita in questo pianeta, c’è ordine nella sua orbita e, guardando la vallata in cui è ambientata la storia, è pure ragionevole sperare in termini pratici. Mattone dopo mattone, l’autore costruisce un mondo fantastico, un universo potente che è nella verità degli esseri umani, come nella fioritura delle robinie e delle amarene che disperdono nella vallata i petali rosa, azzurri e bianchi, vivi e fecondi. Questa energia è la forza della vita.
Remo Zanella - Verona
 

 

 

"Scene dalla vita di un villaggio”, di Amos Oz, pp 148 – FELTRINELLI

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Con questo romanzo, il grande scrittore israeliano Amos Oz opera una svolta nella sua percezione del mondo. Intellettuale di spessore, ha indagato con profondità l’evoluzione del proprio Paese concentrandosi in particolare su quei microcosmi, chiamati Kibbutz, fondati cento anni fa per opera di pionieri che sognavano una comunità perfetta dove convivessero lavoro, studio, progresso, uguaglianza, cultura e memoria. In quasi tutti i precedenti romanzi egli ci ha proposto un mondo positivo, descrivendoci con attaccamento viscerale la storia di questi villaggi. In quest’ultimo “Scene dalla vita di un villaggio” scritto nel 2009, il lettore è inizialmente irretito dall’atmosfera di equivoca normalità. Siamo nel villaggio di Tel Ilan. Il passato dei pionieri è in disarmo, il Kibbutz sionista con la sua voglia egualitaria è stato sostituito da centri salute e d’attrazione. Il lettore ne conosce la vita attraverso l’intreccio di storie apparentemente isolate. Quella di una specie di piazzista con una faccia sgradevole e inquietante che si presenta alla casa di Arich Zelnik, quella della dottoressa Ghili Steiner, in fremente attesa del nipote alla fermata dei pullman,  quella del vecchio onorevole Pesach Kedem, brontolone e iracondo che fotografa però bene la nuova realtà nelle sue parole “ Comunque nessuno vuole bene a nessuno. Una volta, tempo fa, forse ogni tanto ci si voleva ancora bene. Mica tutti. Neanche tanti. Non sempre. Solo un briciolo qua e là. Ma adesso? Di questi tempi? Adesso tutti i cuori si sono inariditi. Finito.” E in effetti anche molti amori che trapelano nel romanzo sono mediocri.
Il colpo di grazia all’incauto lettore arriva, tuttavia, con gli ultimi due capitoli. L’ultimo, in particolare, ci scaraventa venticinque anni più avanti,  in una palude. Il paesaggio nauseabondo è pieno di bambini tormentati dalla scabbia, dall’eczema e dalla rogna. Gli uomini sono menomati e le femmine a dodici anni restano incinte e a venti decrepite. L’autore osserva i malumori e i risentimenti di questi israeliani sopravvissuti allo svanire dei loro ideali. Le sue immagini ironiche e surreali apparentemente ordinarie, sono invece potenti. Anche per noi. Chissà che non ci aiutino nell’attraversare questo tempo.
Remo Zanella - Verona

 

 

“ SUTTREE” di Cormac McCarthy. pp 560, EINAUDI

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Questo libro, pubblicato negli Stati Uniti trent’anni fa e tradotto solo di recente nel nostro Paese, è molto diverso dagli altri dell’autore. Finora avevamo conosciuto McCarthy per le storie western vigorose e memorabili come “ Meridiano di sangue” o apocalittiche come “La strada”. In questo romanzo lungo, i temi trattati ed il linguaggio sono nuovi ed è più attuale nel 2010 di quanto lo fosse quando è stato scritto nel 1980. Buddy Suttree è un uomo che, finita un’esperienza amara, si ritira nell’orrido ambiente di Knoxville, dove vive pescando pesci gatto ed abita in una baracca  sull’acqua. Tutto si svolge tra le rive del fiume Tennessee e la città in cui ogni tanto mette piede. Il romanzo inizia e termina con due morti violente, come a delineare la scena. Un mondo aldilà di ogni immaginazione, nauseabondo, pieno di squallore e sporcizia. In questo raccapricciante scenario filtra però una umanità che intenerisce: figure strambe come il “topo di campagna” Gene Harrogate, Joyce la prostituta, raccoglitori di cenci, viziosi per insensatezza e un’aspra poesia: “ Ritirava le sue lenze nel fresco del mattino, alzandosi col sole sul fiume brumoso”, oppure “ Quell’anno c’erano le cavallette. Si lamentavano tra gli alberi verdi come pantere, si dibattevano cadendo a centinaia sulla superficie del fiume”. Mano a mano che impariamo a sopportare le situazioni del romanzo, che ci incuriosiamo dei molti dialoghi, ci abituiamo allo stile raffinato. Attraverso il protagonista ci rincuoriamo e capiamo che anche i reietti possono avere la speranza del riscatto. Suttree, alla fine di una personale Odissea, “sale su un’auto e si mette la valigia tra le ginocchia. Alle sue spalle si stendeva la città fumante, i morti con le ossa di amici e antenati dentro le mura dei tristi suburbi”. Come cantava Fabrizio De Andrè “ dal letame nascono i fior”.

Remo Zanella

“ Tre donne”. Robert Musil. pp. 212 EINAUDI

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Dopo cinquant’anni dalla precedente edizione, la Einaudi ha ripubblicato, con la eccellente prefazione di Paola Capriolo, la raccolta di racconti “ Tre donne”,  del grande scrittore austriaco Robert Musil. Cinque storie di donne e uomini che incarnano le tentazioni dell’eros nella temperie culturale del primo ‘900. Personaggi sommersi dagli istinti, trascinati dalla sete di avventura, quasi ad implorare la vicina guerra mondiale chiarificatrice. Le donne danno il titolo a tre dei cinque racconti. “ Grigia” è una contadina che diventa l’amante del dottor Homo. I due si abbandonano in “ quella nebbia di lontano varietà e di sensualità di quella Europa”. E’ il racconto di due metamorfosi, di due dissociazioni dal proprio Io. Nel racconto “La portoghesa”, si narra la storia di una donna lusitana che va in sposa al giovane barone von Ketten. Stanca dell’oceano color viola la donna accetta di andare a vivere nel castello che torreggia su uno sperone di roccia nel bosco di Bressanone. Questa è una fiaba cattiva: può essere esplosivo mettere insieme un uomo guerriero con una donna che vede Dio nella natura. Nel racconto “Tonka” c’è una ragazza considerata sciocca e insensibile, e un giovane colto e di famiglia borghese che si invaghisce di lei, va a viverci insieme, elaborando tuttavia “un sentimento stranamente teso, a uguale distanza dall’amore come dalla leggerezza”. Ma come giustamente sottolinea la Capriolo nella prefazione, è nei due racconti “ Compimento dell’amore” e “ Tentazioni della silenziosa Veronica” che il tema della sensualità in quell’epoca raggiunge il suo culmine. Claudine è la raffinata signora che, partita per la cittadina dove la figliola tredicenne veniva educata in un istituto, durante il viaggio e la permanenza si fa prendere dalla immaginazione sulle azioni e le esperienze di un tempo, quando “rimaneva sotto la dominazione dell’uno o dell’altro senza la sensazione di vivere intense o importanti vicende”.  “Lungo il viaggio guardava al tumulto interiore ed immaginava di poter appartenere anche ad un altro uomo. Ed allora in una crepuscolare delizia sentì lievissime inafferrabili inquietudini”. Il triangolo si chiude con l’apparizione di un signore sconosciuto e con Claudine che si contorce nel pensiero che “l’infedeltà doveva essere un piacere come una pioggia quieta”. “I sentimenti di Claudine s’inclinavano verso l’orlo, e in lei c’era una vertigine”.

In “Tentazioni della silenziosa Veronica”, anche lei impegnata in un triangolo mentale, c’è l’attrazione per Johannes, che parla di “ un orizzonte nuovo, impenetrabile, carico di una strana tensione” che lui tratta come “ un presentimento di un tutto”. Nello stesso tempo “la vicinanza in casa di Demeter l’aiutava e la metteva in difficoltà”. Non pochi studi hanno insistito nella esplosione dei costumi sentimentali e nel rimaneggiamento dell’Io che si verifica nella cultura che precede la prima guerra mondiale  (Cfr. Schorse, Glaser, Huguet ): lo stesso Musil, nella sua grande opera “L’uomo senza qualità”, memore della dottrina erotica di Platone adotta una soluzione paradisiaca. Qui conduce invece direttamente agli inferi. Con questi racconti inediti e acuti ci lascia un’idea dell’individuo che comincia a relativizzare la nozione di divieto e che si lascia trascinare e sommergere dagli istinti.

Acquario

 

 

 

“ ALTAI”, Wu Ming. pp. 411. Einaudi

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Nuovo romanzo epico dei Wu Ming, cooperativa di scrittori che sta innovando la letteratura italiana. Altai è la storia di Emanuele De Zante, giovane uomo di rango, cacciatore di spie per conto di Bartolomeo Nordio, il Consigliere della Serenissima Repubblica di Venezia alla fine del ‘600. La sua origine ebraica lo mette in difficoltà e lo costringe a fuggire dalla città, a vivere una intensa avventura dentro la storia del tempo e, spinto dai suoi potenti flutti, a farvi malamente ritorno. E’ la storia che precede e che poi riguarda la battaglia navale di Lepanto. Un insieme di vicende  che hanno visto scontrarsi gli imperi veneziano ed ottomano. Vicende religiose che, sulle tracce del precedente romanzo “Q”, mettono a contatto la ribellione degli eretici anabattisti che volevano abolire ogni sacramento a Munster in Wesfalia, la volontà ebraica, rappresentata dalla ricerca della Terra Promessa a Mosè, la preghiera del sultano Selim, ombra di Dio sulla terra, i precetti e la potenza della chiesa cattolica romana. Vicende geo – politiche che portano a confrontarsi a distanza personaggi del calibro del Gran Visir, di Yossef Nasi, del Consigliere Nordio. Vicende che si specchiano sulle coste del Mediterraneo e tra i vicoli ed i palazzi di Venezia, Dubrovnik, Costantinopoli e Famagosta. Anche in questo romanzo, dove la scrittura appare più matura di un tempo, c’è un conflitto vasto che decide le sorti di uomini e nazioni, sullo sfondo di crisi dove si fondono elementi storici e leggendari, sconfinanti spesso nel soprannaturale. Nel lavoro narrativo i Wu Ming mantengono un’etica interna. In questo romanzo, puntiglioso nei rimandi storici, nelle espressioni linguistiche, nel merito delle culture cristiana, ebraica ed islamica, gli autori  sottolineano che qualsiasi conquista finalizzata ad un ordine è illusoria perché c’è sempre un cielo che precipita sulla terra. Non siamo eterni, ci dicono. Ma più precari che mai. Se ce ne rendessimo conto, vivremmo la vita con meno tracotanza.
Remo Zanella

 

"Forse il vento", di Massimo Novarin, pp 464, Robin Edizioni 2009

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Dopo un felice esordio con “La valle imperfetta”, romanzo ambientato fra Bologna, città natale, il Canada e il Guatemala,  terre amatissime e mete di ripetuti viaggi, lo scrittore Massimo Novarin torna in libreria con “Forse il vento”, opera che al  tema del viaggio, legato alla sua biografia, formazione e professione, resta debitrice.
La mappa del recente lavoro è costellata ancora una volta di luoghi "sacri" che, accanto alla trama e ai personaggi, costituiscono una imprescindibile chiave di lettura, oltre a fornirci la cifra narrativa di Novarin: diverse, distanti eppure ugualmente pregne di storia e di storie Cuzco e Chan Chan, materia di lezioni universitarie e parziali luoghi d’azione del romanzo, l’immancabile Bologna, città in cui Novarin vive e lavora, infine Trieste, minuziosamente raccontata e nel contempo trasfigurata dai ricordi del protagonista e dallo sguardo trepidante di un amore fresco e vero.  A chiudere il cerchio, l’inserimento di un luogo estraneo alla biografia dello scrittore, trasformato tuttavia dalla penna fluida e dalla fantasia feconda nella più magica ed evocativa tappa del romanzo: la Laguna di Grado, punto da cui tutto parte e a cui tutto riconduce, spazio dell’infanzia, della memoria, della natura, simbolo di un passato importante che, incalzato da una domanda senza risposta, sempre ritorna e,  come il vento, mette scompiglio nella vita dei personaggi.
Lento nell’apprendere l’arte della bicicletta senza rotelline e restio a catturare lucertole e insetti per il puro infantile gusto di torturarli,  il protagonista è fin da piccolo anzitutto curioso investigatore dell' universo: anticonformista negli interessi, l'appassionato studioso di  lucciole e cervi volanti con i compagni di scorribande si integra, ma a patto di potersene distaccare all’occorrenza, tagliando per stradine a lui solo note fra i campi di grano, osservatorio segreto di gonfie nuvole dalle bizzarre forme sotto le quali, sdraiato a pancia all’insù, ama fantasticare.
L’ evoluzione professionale di un bimbo mai sazio di storie e racconti  ben si aggancia alla geografia e alla perlustrazione del mondo tutto: eccolo infatti, adulto, ora nel ruolo di professore di Storia delle Esplorazioni geografiche presso l’Università di Bologna, ora in quello di eterno pendolare di città in città e di continente in continente, assetato di esperienze e in attesa, sempre,  di qualcosa. Ma il passaggio dall’infanzia alla maturità, segnato da  inaspettate scoperte e difficoltosi distacchi, avrà condizionato sensibilmente il protagonista, così bisognoso di amore e stabilità e così restio a lasciarsi andare alla più umana delle avventure.
 
Valeria Lo Forte

“ Sorella, mio unico amore” di Joyce Carol Oates. pp 667, Mondadori

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Con questo romanzo la Oates conferma di possedere una fervida immaginazione ed una grande capacità di scrittura. Usando sapientemente la voce e la prospettiva di Skiler, prima bambino di nove anni e poi ragazzo di diciotto, la scrittrice dipinge la vita ipocrita di una famiglia benestante dell’area rurale – suburbana di Fair Hills nello Stato del New Jersey. Una famiglia costantemente in tensione tra conformismo e smodate ambizioni, in un mondo che ha fatto della corsa alla notorietà fin nella sessualizzazione dell’infanzia una forma esistenziale. Attraverso lo sguardo penetrante della Oates viene descritta una cittadina tranquilla e nello stesso tempo crudele, dove la scala sociale si misura per dimensioni delle abitazioni, conti in banca, cilindrata dei fuoristrada ,abiti firmati, costose frequentazioni di sofisticate palestre e centri benessere. Il monologo di Skiler rivela la paradossale ambiguità della vita psichica : nella sua famiglia c’è tutto, una mamma Betsey, “che non vuole sempre bene”, un papà Blix Rampike, somigliante ad Arnold Schwarzenegger “reaganiano da cima a fondo”, una sorellina Edna Louise, poi chiamata Bliss, che dopo un incidente che porta alla zoppia Skiler, come in una macabra fiaba dei fratelli Grimm diventa, all’età di quattro anni, l’amatissima campionessa nazionale della danza sul ghiaccio. Interessante ed affine la carrellata di bambini del luogo, affetti dai più vari disturbi psichici e consumatori dei più raffinati farmaci,  le tipologie delle donne, prevalentemente di taglia quarantadue, o di maschi yankee, cordiali e gioviali, o rudi e spavaldi come bisonti. Ogni riga è un colpo di coltello affilato. Formidabile la scrittura: le invenzioni stilistiche, le note a piè di pagina, i soliloqui di Skiler. Il romanzo, forse un po’ troppo lungo, è dedicato specificatamente a quel nuovo sogno della vita americana,chiamato celebrità, e narra come Bliss, Bix, Betsey, perfino Skiler, vengono trascinati nella scia della giovane campionessa, “ come pezzi di carta nel vortice d’aria prodotto dallo sfrecciare di un camion a rimorchio”. E, ancora, come il successo della pattinatrice viene fatto rientrare nella vita della famiglia che, tutte le domeniche, con grande soddisfazione, va a messa alla Trinity Episcopal Church. A dir poco avventurosa e drammatica la parte centrale, in cui Bliss viene trovata morta. Un pedofilo, incolpevole, viene incriminato. La famiglia si sfascia. Poi, frammenti di cronaca si mescolano con l’indagine sui sentimenti famigliari. Il lettore, che deve aspettarsi l’incredibile, viene coinvolto in una vicenda edipica, viene messo a parte della crisi della moderna famiglia benestante americana, immagina i fratelli Coen tradurre questo romanzo in film.

Remo Zanella

 

“ Il peso della farfalla” di Erri De Luca, pp. 70. FELTRINELLI

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Settanta  pagine di poesia pura. Nel raccontarsi cacciatore e bracconiere in termini assolutamente precisi,  Erri De Luca ci trascina dentro la storia di un uomo e di una bestia senza lasciarci fiatare un attimo; ci fa bere a sorsate ingorde il pathos dell’uomo che, salendo sentieri impervi, aspetta il “ re dei camosci” sulla cima della montagna. Entrambi sono consapevoli che la loro fine è vicina e che tutto deve rientrare nel magico gioco del vivere e del morire. L’autore entra nelle due diverse, ma per certi versi uguali solitudini: quella del vecchio re delle rupi che aspetta la fine e quella del cacciatore che la sa essere vicina e ineluttabile. De Luca ci porta in alto in un altro mondo, ad ascoltare il canto delle coturnici al sorgere del sole, a vedere i camosci sui pascoli, i larici arrossati dell’autunno sui cigli delle rocce, il nitore del mattino e le ombre lunghe che si perdono dentro gli anfratti, il guizzare dei fulmini, l’accanirsi dell’aquila sui piccoli del branco. Il racconto è un perentorio “ a tu per tu” con se stesso di un uomo giunto ad uno snodo, il più difficile della vita, usando le parole come musica scritta su uno spartito di settanta pagine.
 
Remo Zanella - Verona

 

“Il canto delle manere” di Mauro Corona, Mondadori 2009 , pp. 411

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“Amo immensamente questa terra e più passano gli anni, più mi sembra ricca. Quando sarò vecchio, dai suoi torrenti, dai suoi laghi, dai suoi boschi mi verranno incontro i ricordi dell’infanzia e il cerchio si chiuderà”.
Un inno,un inno ai boschi di Erto , alle loro ombre e al carattere ombroso dei taglialegna, alla loro genuinità e alla loro sapienza.
Un inno alla vita attraverso “l’aria” , l’aria che caratterizza il luogo della tua infanzia, che ti marca a vita l’animo, quell’ "aria che di un posto è il suo carattere,è l’odore che ti circola intorno” e che alla fine della vita ti fa tornare a casa, dopo che hai girato il mondo (per necessità o per lavoro).
Mauro Corona riesce, ancora una volta, a farci “perdere” nei suoi boschi, riesce a trasmetterci i loro colori,  loro suoni, a farci respirare le loro resine, ricordandoci che il rispetto per essi è prima di tutto rispetto per se stessi.
ALMEC, Verona

 

“ Lotta di classe”, di Ascanio Celestini. Pagg. 229 – EINAUDI

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 Ascanio Celestini è uno dei giovani scrittori italiani più promettenti. Prima indaga ed osserva dal basso la vita di operai, immigrati e donne che vivono in ambienti della città tanto ampi quanto nascosti e poi scrive.  Con il titolo “ Lotta di classe”, l’autore racconta l’odissea quotidiana di persone, il loro lavoro precario, i  pensieri e i sentimenti che provano vivendo in una periferia come quella di Roma. Per fissare meglio i personaggi, in alcuni casi  il testo contiene le varie espressioni dialettali del luogo. La trama è costituita dall’intreccio di quattro storie: Salvatore il fratello piccolo, Nicola il fratello grande, Marinella e Patrizia, che abitano in un condominio fuori città e che lavorano nello stesso gigantesco call center. Il romanzo è una requisitoria sul paternalismo e lo sfruttamento.  Ciascuna figura riassume il tragico e il comico della realtà odierna. Bisogna dire che la scrittura di Celestini, è un saliscendi di emozioni, di appunti filosofici e di espressioni poetiche. I due ragazzi hanno ruoli precisi: Nicola, sui trenta,  vivace e un po’ stressato,  sorta di capopopolo nella sollevazione contro i padroni del call center dove lavora di notte, in avanscoperta sulle strade della vita;  e Salvatore, che lo interroga e cerca di imitarlo, in particolare sulle questioni di sesso. Marinella è immersa nel dramma più cupo di una donna con un difetto alla bocca, che, riflettendo in prima persona, ci propone numerose occasioni di ilarità. Patrizia è una bella donna di trentasei anni che sviluppa le sue amare riflessioni sulla vita. Fa dieci lavori ed è rimasta in coma per un anno a causa dello scoppio della propria cucina a gas,  avvenimento che, tra l’altro, scatena i sogni degli abitanti del condominio combattente: tutti si ritrovano per strada in ciabatte, con la canotta impataccata di sugo di cozze e, odorando di minestrina di dado, manifestano la precisa volontà di prendersi una montagna di soldi dall’assicurazione. I personaggi, pur con una vita alienata, non sono tristi, ma semplicemente desiderosi di una vita dignitosa. Perno intorno al quale ruota tutto è il lavoro che i tre adulti prestano nel call center, dove duemila persone che hanno la partita Iva e lavorano a cottimo, urlano contemporaneamente al telefono e cercano di trascinare il discorso per due minuti e quaranta secondi, sei ore al giorno, per cercare di ottenere ottantacinque centesimi di euro alla botta. Questo fino a quando, su una questione di centesimi, si verfica una ribellione e lo sciopero di tutti “ perchè s’è rotto l’ingranaggio del carillon e non serve continuare a dare la carica, la ballerina di bachelite si ferma perché il meccanismo non funziona più”. Celestini, in varie situazioni sociali, esistenziali ed estetiche, adopera l’espressione “lotta di classe”, che in molti casi sembra inappropriata. L’ espressione però trova tutta la sua pienezza nello scontro avvenuto realmente nel 2006 “ in un certo giorno di marzo in cui l’azienda ci ha comunicato che per ogni telefonata di due minuti e quaranta secondi il cottimo restava di ottantacinque centesimi, ma superata quella soglia critica il padrone se ne riprendeva cinque. Allora ci siamo fermati. Perché succede così quando accade l’irreparabile. E allora fermi a guardare gli assistenti capi e strillare”. Celestini ci vuol dire che gli invisibili processi capillari della vita quotidiana possono far cambiare percorso alla storia.

Remo Zanella

 

“ LA CHIESA DEL NO”, di Marco Politi, pagg. 356. Mondadori

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 Marco Politi è una delle firme più prestigiose del quotidiano La Repubblica. Con La Chiesa del no, prende in esame i recenti pronunciamenti della gerarchia ecclesiastica in merito ad alcune vicende emblematiche come la fecondazione artificiale, le coppie di fatto, il caso Eluana Englaro e il diritto del malato grave a sospendere nutrizione e idratazione. La questione che attraversa tutto il saggio è l’invasione di campo della Chiesa sui problemi emersi nella società negli ultimi dieci anni, specialmente quando il Parlamento Italiano è stato al lavoro per trovare delle soluzioni. L’autore ricorda in merito che è stata imposta una legge sulla fecondazione artificiale che considera giusto l’impianto di un embrione malato nell’utero della donna. In altri momenti cruciali si è dichiarato prima che non servono norme sul trattamento biologico e sono state demonizzate le unioni gay per bloccare la proposta sui Pacs. Il paese, dice Politi, ha assistito in questi anni ad una girandola di no che ha infranto le regole dell’articolo 7 della Costituzione, per il quale la Chiesa e lo Stato riconoscono reciprocamente l’esistenza di una sfera propria in cui ciascuno è indipendente e sovrano. E queste prese di posizione in presenza di una classe politica fragile ed assorbente. Politi approfondisce bene la paura della Chiesa verso la secolarizzazione, il timore della stessa che la ricerca scientifica diventi criterio supremo, il suo intento di dimostrare la supremazia della dottrina religiosa in ambito civile. Questo approfondimento viene fatto avvalendosi di confronti con vari personaggi frai più diversi: il Vescovo Alessandro Plotti, il Presidente emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky, il chirurgo Ignazio Marino, il fisico Enrico Bellone, il teologo Vito Mancuso, il filosofo Giulio Girello, il monaco Enzo Bianchi, donne come Mina Welby e Rosi Bindi, uomini di spettacolo come Lino Banfi, sacerdoti come Franco Barbero. Ne viene fuori un libro ricco di intelletto e di qualità. L’ultimo capitolo viene dedicato alla pubblicazione di un significativo colloquio avvenuto nel novembre del 2004 con Joseph Ratzinger quando era Prefetto della Congregazione della Fede. Dichiarò che la Chiesa non poteva essere governata in modo monarchico, segnalò che si stava costituendo una dittatura del relativismo che doveva essere combattuta, che sul piano legislativo ci sono questioni che non tollerano compromessi. Annunci della sua successiva strategia da Papa. In un quadro così complesso, l’autore si concede anche alla ricerca di un approdo di pace, con le parole del teologo Mancuso:” Il cuore del cristianesimo è nell’evento della incarnazione, dove Gesù ha perfettamente riprodotto Dio in se stesso, ed è ciò che si chiama amore”; oppure di spezzare il circolo vizioso, operando secondo il vecchio criterio della tolleranza, meditata e faticosamente emersa dal disastro delle guerre di religione tra cristiani alla fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento. Per dirla con le parole di Giorello: “Né guelfi né ghibellini”, per mantenere la coesistenza tra persone che hanno idee ed affiliazioni diverse.

Acquario

 

 

Magda Szabò “ Via Katalin”, pagg. 198 – Einaudi

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 Magda Szabò è autrice di un altro bellissimo romanzo. Il suo valore letterario era già emerso nelle precedenti opere uscite in Italia solo di recente: “ La porta” e “ La ballata di Iza”. Una scrittrice ungherese scomparsa nel 2007 all’età di novant’anni, dopo una vita all’insegna dell’integrità morale e della passione letteraria. “Via Katalin” è un libro del romanticismo europeo del Novecento dove l’uomo moderno conosce la propria crisi. Può essere apprezzato in particolare da quei lettori che amano la profondità, la grazia e la semplicità della scrittura. Il romanzo unisce attraverso una pluralità di voci, quattro decenni di storia e di vita ungherese, dal 1934 al 1968, e ci mostra il passaggio da un piccolo mondo antico a quello contemporaneo, attraverso l’evoluzione dei personaggi nel profondo del loro animo. La Szabò passa in rassegna le loro personalità e le loro relazioni. Mette a fuoco angoli e panorami della Budapest del tempo, delinea con cura i sentimenti che li animavano. Le esistenze sono normali e nella loro lenta tessitura appaiono trame curiose riguardanti in genere un’umanità dolce e silenziosa. Bambini, adulti, mamme, si muovono in continuità ad intrecciare rapporti e superare solitudini, a vivere nelle case che profumano di dolci, ad ammirare le vasche nel giardino privato di Bàlint dove l’acqua scintilla e il pesce di bronzo luccica, a passeggiare nei giardini pubblici stretti e lunghi di via Katalin che si protendono verso il castello di Buda. Al centro le famiglie Elekes, Held e Bìrò, con i loro bambini: la brava Irèn e la strana Blanka, la dolce Henriett e l’affascinante Balìnt. Si attraversano i vari periodi con i ricordi, persino attraverso l’intervento di un fantasma che tornerà ad osservare gli inquietanti sviluppi della storia. Le varie fasi sono scandite per date ed episodi. 1934: la concitazione di Henriett per il trasloco dalla provincia a Buda, dove incontra la famiglia Held con le sue future amiche. 1944: anno del fidanzamento tra Iren e Bàlint, con la festa subito interrotta per l’arresto di un commensale da parte degli occupanti nazisti (magnifiche le righe che descrivono la morte di Henriett, una sera durante la guerra quando decide di andare ad annusare i profumi del giardino: “Morì nel momento in cui se ne rese conto. Le spararono due colpi al chiaro di luna, il soldato era spaventato, prese male la mira, ma il primo proiettile la centrò in pieno”). 1952: Bàlint è sottoposto ad un processo politico da parte del regime comunista al potere. 1956: Bàlint ritorna. 1961: il fantasma di Henriett va a far visita nelle case di via Katalin, tra gli abitanti intenti alle consuete attività di un tempo. 1968: via Katalin cambia. Vengono abbattuti gli alberi che davano sul Danubio e si costruiscono nuovi edifici. Il fantasma di Henriett torna nel luogo dove stava di solito. Ma non trova più nessuno. C’è solo il Soldato che l’aveva uccisa. “Guardò il suo viso senza paura e senza orrore”. La Szabò ci racconta con dolorosa grazia un punto della storia molto amaro e ci delizia con un grumo di poesia e di calda umanità.

 

Remo Zanella

 

 

“ Il continente invisibile” di Jean Marie Gustave Le Clèzio, pp 126, Instar-libri

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Alzi la mano chi conosceva J.M.G. Le Clèzio. Così, nel novembre dello scorso anno, quando è stato premiato con il Nobel per la letteratura, anche molti lettori italiani hanno manifestato stupore e curiosità. Il libro che titola “ Il continente invisibile”, ci rivela uno scrittore di indubbie qualità: romanziere e nello stesso tempo saggista. Il continente invisibile è l’Oceania. Le Clèzio la scopre con gli occhi di un gruppo di viaggiatori che solo un secolo fa, a bordo di una piroga, attraversano l’oceano in fuga dalla fame e dalla guerra, alla ricerca di una terra che conoscono solo per sentito dire e dove poter vivere in pace. Precise le illustrazioni, a partire da quella del lungo tronco d’albero del pane che scivola sulla cresta delle onde, del ciclo notturno palpitante di stelle dai nomi in lingua maohi che evocano molti miti. Poi è tutto un susseguirsi di descrizioni accurate dell’arcipelago delle Nuove Ebridi, della scogliera nera di Raga, dei villaggi interni, delle storie di persone che li abitano, di racconti apparentemente ingenui. La scrittura è quella di una persona molto ben documentata. Lo sguardo è quello dello storico che ricostruisce gli avvenimenti del tempo, del geografo che studia le coste, che misura le caratteristiche fisiche delle montagne e degli altipiani, ma anche quello dell’etnografo che censisce dei popoli in via di estinzione, che osserva la quotidianità delle donne.  La lettura dona sensazioni di dolcezza, di raffinatezza, di pulizia. Una scrittura che interpreta lo spirito del luogo. Le Clèzio ha la capacità di rivelare l’incontro tra i miti antichi e le storie moderne di un popolo mite. Per i lettori italiani una nuova fonte di curiosità e piacere.

Remo Zanella

 

“ Go down, Moses” di William Faulkner, pp. 367, Einaudi

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Ripubblicato il libro di William Faulkner “ Go down Moses”. In esso c’è tutta la grandezza letteraria dell’autore. Racconta del Missisipi del nord, un mondo fascinoso di fiumi, di foreste popolate da indiani Chickasaw e da orsi, da aristocrazie terriere, razzismo e povertà. Per descrivere quel mondo Faulkner inventò un linguaggio ricco di espressioni gergali. 
Go down, Moses, scritto nel 1942, è libro di racconti, ma Faulkner lo considerava un romanzo. I personaggi principali sono il bianco Isaac McCaslin, il figlio Ike e il nero Lucas Beauchamp. Il libro si dilunga sui rapporti complicati e a volte incestuosi tra i membri della famiglia, ma in realtà svolge i temi della purezza, lealtà e nobiltà della vita primitiva nella foresta e quello dell’ingiustizia razziale con cui i bianchi opprimono crudelmente i neri.
Nel capitolo “L’orso”, che molti critici considerano il capolavoro di Faulkner, il vecchio Sam Fathers “inizia” il giovane Ike sporcandogli la faccia con il sangue di un cervo ucciso. E’ l’iniziazione ad una vita morale libera dalle convenzioni ed ispirata soltanto ai valori della lealtà. Da nessuna parte si trova un racconto così intenso come quello della cattura ed uccisione del vecchio orso chiamato Old Ben. Ogni novembre da otto anni Ike accompagna il padre ed alcuni suoi amici nella foresta. Li attende in una baracca un cacciatore particolare di nome Boon che dorme su un pagliericcio insieme con un cane gigantesco di nome Lion, che ha gli occhi gialli e il pelo blu, tanto spaventoso quanto silenzioso. La descrizione della foresta  vergine, regno di Old Ben è considerata una delle più belle pagine della letteratura americana. Dopo anni di appostamenti, è incredibile la scena della lotta finale, con quest’orso gigante che si alza sulle zampe posteriori, che si scuote, ma  trascina con sè il cane Lion che lo azzanna alla gola e il suo padrone Boon, avvinghiato che gli tiene piantato un coltello affilato sotto la spalla sinistra. Faulkner è un grande scrittore della sua terra e della  speranza per le sorti dell’umanità. Il personaggio del giovane Ike ci rivela le convinzioni dell’autore: non si abitua all’ingiustizia, rinuncia al diritto dinastico ed all’eredità paterna, articola il tema dell’espiazione nei confronti dei neri. Quando fu premiato con il premio Nobel ci lasciò scritto: “ Credo che l’uomo non si limiti a resistere. Credo che vincerà. Se l’uomo durerà, se trionferà alla fine sul nichilismo, è perché ha un’anima capace di compassione, sacrificio, tolleranza, sopportazione”. Faulkner conosce la forza dell’amore.
Remo Zanella

 

“ La figlia dello straniero” di Joyce Carol Oates, pp. 670, Mondadori

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Con la sua ultima opera “ La figlia dello straniero”, la settantenne scrittrice statunitense si conferma di buon livello letterario. La Oates è nota al grande pubblico perché abilissima nel pigiare insieme e tradurre in prosa vari aspetti della realtà, come la miseria, la violenza, il razzismo, le famiglie divise, gli esseri sopravissuti, la natura. Il meccanismo narrativo è quello della storia di una donna dentro quella degli Stati Uniti dagli anni trenta ai giorni nostri. La donna è Rebecca che si sposta senza una meta precisa lungo l’East Coast americana, tenendo stretto per mano il figlio Niley. Quadro iniziale: Rebecca al lavoro, dentro una tuta, su una catena di montaggio con occhiali  e guanti di protezione. E’ l’America  anni ’50 delle fabbriche industriali dai cui cancelli, dopo otto ore trascorse nel frastuono assordante e nell’aria irrespirabile, usciva una fiumana di lavoratori. Secondo quadro: una famiglia ebrea alla deriva, immigrata dalla Germania nazista, con una madre silenziosa, un padre intransigente e paranoico, due fratelli rudi e la sorella ultima nata. Nella storia famigliare che occupa la prima parte del libro si rintracciano molte delle motivazioni relative al comportamento di Rebecca. Altre derivano dalla criticità del rapporto di coppia. Altre ancora dal desiderio di libertà.Rebecca è inseguita dai fantasmi. I comportamenti razzisti dei cittadini di Milburg e quelli violenti dell’uomo che ama, il quale prima la difende da una molestia, poi la cerca, la possiede, ritorna ai suoi improbabili affari, ritorna e picchia crudelmente lei e il figlio. E così Rebecca, un mattino di ottobre, con ferma consapevolezza focalizza di essere insieme ad un uomo spaventoso, che richiede una decisione irrevocabile e lampante. Terzo quadro:all’inizio la fuga  come gioco: due vite che “ non si devono fermare mai”, e attraversano montagne, fiumi e contee. La donna si porta dietro una ferita nell’anima che continua a sanguinare e  circoscrive i suoi sentimenti al figlio. Eppure, una novità per la Oates, il suo sforzo ha un esito positivo. Nel quarto quadro incontra un uomo ricco che non smetterà di amarla e con il quale metterà insieme una specie di famiglia. Riuscirà anche nell’intento di ricostruire la propria identità attraverso lo scambio di lettere con una cugina che immaginava scomparsa. La nuova donna, con il suo sorriso e la sua determinazione rappresenta la speranza. Confermato lo stile crudo ed efficace a raccontare storie di solitudine e di conflitti tra persone.
Remo Zanella

 

“ Il pane di ieri” di Enzo Bianchi, pp. 114 – Einaudi

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Prendi un ambiente come quello del Monferrato. Facci nascere un uomo in una povera famiglia contadina. Portalo nell’alto Piemonte tra prati e fitti boschi, osservalo mentre fa crescere e fiorire il Monastero di Bose. Aggiungici la sapienza coltivata in anni e anni di studio e meditazione. Chiedigli di ricordare una frase breve di forma lapidaria o sentenziosa, o parole antiche che evocano i costumi sociali o il senso della vita per riportarle nella quotidianità attuale. Troverai dei racconti lievi e pieni di senso. Padre Enzo Bianchi con il suo ultimo libro “ Il pane di ieri”, dimostra di essere pienamente padrone delle espressioni idiomatiche e dei temi più importanti legati al patrimonio della civiltà contadina. Rimane subito impressa la frase lapidaria “ Fare il proprio dovere a costo di crepare”, ovviamente scritta in dialetto del Monferrato, alla quale fa seguito una più meditata “ Senza esagerare”. Bianchi, insieme ad altre, la definisce un magistero umano. Tra le seconde eccellono quelle riferite al cibo. Qui troviamo una piccola lezione antropologica sui prodotti, sulla cucina e la tavola come luoghi di umanizzazione e di convivio. Lì si intrecciano acqua, fuochi, aromi, prodotti commestibili, scambio con culture più lontane. Basti pensare all’olio, al sale, alle acciughe. In questo ambito si rivelano preziose le lezioni sul pane e sul vino. Il primo come simbolo della natura e della vita dura. “ L’uomo trae il pane dalla terra” narra con forza evocativa il salmo 104. E la civiltà del Mediterraneo ci insegna Bianchi, ha sempre accostato il pane ad un altro frutto della terra e del lavoro umano: il vino. Anche qui, il dono accanto all’essenziale, la gioia accanto alla sostanza. Ma se fino a sessant’anni fa, l’esistenza umana era gremita di questi simboli, oggi, purtroppo, nel linguaggio c’è poco di sacro e l’anima ha meno sapore. Questo monaco ci aiuta a capire che quello che è avvenuto non è stata la vittoria della laicità. E’ stato un impoverimento.

Acquario  

 

Uomo nel buio, di Paul Auster, Einaudi, pp 152

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L’intuito non inganna il noto scrittore newyorkese Paul Auster. Nello spaesamento generale, ci propone un romanzo breve e fantastico proprio dell’attuale età caotica. Il titolo è una metafora del personaggio, ma vale anche per l’umanità. Il libro si ispira ad una fantasia sull’America che si sfalda, da quando c’è stata la prima elezione contestata di George W. Bush. Un paese diviso dove si combatte una pesante guerra civile. Lo stato di New York, insieme ad altri, si è ribellato alla politica del presidente appena eletto. August Brill, il personaggio principale, è un critico letterario di settantadue anni che vive a casa della figlia divorziata Miriam per rimettersi dopo un incidente stradale. Katya è la nipote. Con lei, colpita dalla morte del suo ragazzo in Iraq, passa molte ore davanti alla TV. Brill, a questi momenti, alterna l’insonnia e le fantasie su un racconto dove un certo Owen Brick è catapultato nella guerra civile in atto. Nella follia generale emerge un’America spossata, triste e violenta. Vale la pena di osservare che la recente elezione di Barak Obama incarna questo stato d’animo collettivo e offre una risposta. Nel libro si sviluppano le due storie: il destino tragico dell’America e quello delle singole figure umane. In una notte insonne Brill e la nipote si raccontano. In questo dialogo affiorano i momenti belli e quelli deprimenti. La sensibilità sale al diapason. Brill racconta del suo amore di coppia, tenero e pieno per lunghi anni, della lunga interruzione e della faticosa riconquista. La nipote racconta del suo amore incerto per il fidanzato ucciso in Iraq,  dentro l’orrore della vita. Nel romanzo amaro di Paul Auster è possibile individuare due modelli umani: da una parte individui che credono nella selezione naturale, che hanno avuto successo; dall’altra, una società che si prende cura delle persone meno fortunate. L’autore ci aiuta a mettere a confronto un mondo impegnativo e dolce con quello furioso “ che viene avanti rotolando” fuori dalla finestra.
 
Remo Zanella

 

“ Il libro di mio fratello”, di Bernardo Atxaga, Einaudi, pp. 393

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Cimitero della comunità di Stoneham, a Three Rivers, California. Joseba, davanti alla tomba di David quarantadue anni dopo che si erano incontrati alla prima lezione nella scuola elementare di Obaba, nei Paesi Baschi. Poco dopo, seduti sulla veranda davanti ad una vista molto bella di case vigneti e limoni, Mary Ann, moglie di David, consegna a Joseba uno dei tre esemplari di un libro scritto dal marito nella vecchia lingua basca, con tante kappa e tante erre, confezionato da un gruppo di amici della biblioteca cittadina. Si tratta, appunto, del “Libro di mio fratello”. Un romanzo di qualità: sapienza nella ricostruzione storica, grazia dell’infanzia, accensioni liriche della prosa. Il libro di una vita scritto da David incontra altre due mani molto amiche che lo completano. Un capitolo sulla famiglia con le parole dolci sulle figlie, il racconto del primo incontro con Mary Ann durante una vacanza a S. Francisco, un altro sulla sua prima patria e sulla sua giovinezza, durante la quale aggiorna continuamente la lista degli amici, in quel luogo dei Paesi Baschi. In quello stesso tempo, un’accurata analisi della guerra civile che ha preceduto la seconda guerra mondiale,  dei bombardamenti nazisti di Guernica e delle conseguenze nei rapporti tra quanti si erano schierati sui fronti opposti. Le scene si fanno lente. Si mescolano conversazioni amicali, panorami straordinari di boschi, cavalli in corsa e domande taglienti. Ancora storia vera con l’occupazione di Obaba da parte dei falangisti e la fucilazione di sette repubblicani. Questo è il duro prologo all’epoca in cui David, Joseba e Augustin entrano appieno nella lotta clandestina per la liberazione dei Paesi Baschi. Conosciamo così dall’interno la visione politica dell’Eta, gli attentati che rivendicano la libertà di Euskadi, l’impostazione di quel movimento, fino alla sua quasi estinzione. Atxaga dà il senso di immersione nel paesaggio basco, in mondi sociali e vortici di personaggi che hanno compiuto quelle scelte. L’autore possiede la delicatezza formale e la semplicità di chi finora ha scritto libri per bambini. Questa è la storia di una generazione con le sue speranze, i suoi errori e, a volte, la sua tragicità. David e Ioseba erano più che compagni di lotta. Erano amici. Il libro di mio fratello è soprattutto la testimonianza di questo sentimento speciale
 

Remo Zanella

 

Lontano da Gerusalemme, di Giulio Busi, Einaudi 2003, pp 190

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E se invece di viaggiare per chiese e castelli provassimo ad errare per sinagoghe? Magari cercando di rendere attuale il nasa’, quel “rituale secco del deserto che  a ogni partenza richiedeva lo smantellamento di un riparo e l’ineluttabilità di un ulteriore distacco”?
L’itinerario che propone l’autore parte da Cochin e passando per Gerusalemme, Istanbul, Atene, Roma e altre città fra le quali Londra e Parigi finisce a New York, toccando oltre ai luoghi della diaspora contemporanea anche centri come Mantova “officina dei cabalisti” e Soncino “stamperia di confine”.
Tutto il volume offre spunti e riflessioni che attraverso il presente continuano a rivisitare il passato, ma l’apice descrittivo raggiunge il suo culmine a Berlino, nel “labirinto della dimenticanza” dove la forza dell’assenza vi rapirà….
Il libro  non vuole essere un agenda di viaggio, ma di pensiero, un aiuto a “vedere tra le pietre come si legge tra le righe, per tentare di tracciare linee d’unione tra i punti distanti della mappa della storia”.
 
ALMEC, Verona
 

 

 

Rossovermiglio, di Benedetta Cibrario, Feltrinelli 2008, pp 212

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Con questo romanzo di esordio la Cibrario, ha vinto il premio Campiello 2008. Lo scorso anno il romanzo vincente aveva riguardato la storia di una donna in un paese della Basilicata a cavallo dei due secoli precedenti. Quest’anno, la figura di una donna tra la Torino del primo Novecento e la campagna toscana. Per colpire la mente il paesaggio è disseminato di colline “ come il fondale di Guidoriccio da Fogliano”, fontanili, vigneti, oliveti e, in questo caso, un ricercatissimo vino Chianti, Rossovermiglio, che dà il titolo al libro. Possiamo trovarci di fronte ad un indizio per quegli autori che vogliono essere candidati graditi alla giuria del prossimo premio. L’autrice è una donna di indubbio intelletto ed immaginazione, possiede una scrittura affascinante. Rossovermiglio è un romanzo realistico che copre un arco di tempo dal 1928 al dopoguerra. Trama e personaggi sono classici. Una giovane donna che vive nell’ambiente aristocratico torinese è costretta dai genitori ad un matrimonio combinato. Succede quasi subito che di lato ad una vita matrimoniale piena di incomprensioni, scatti la scintilla dell’amore per un certo Trott: “ Sentii nel mio sguardo lo stesso potere raggelante che io avevo avvertito nel suo”. Curiosa la presenza dei cavalli nella storia famigliare. Scatenante la vendita da parte del giovane marito del cavallo Peak: da qui la ribellione e la determinazione che portano la protagonista nel borgo di S.Biagio tra le colline senesi. Un’amica definisce il luogo un confino, un castigo: quello invece diventa il posto dove la protagonista si concentra su qualcosa di suo e, nel lavoro di ricostruzione, può esprimere la propria personalità. Il romanzo racconta la sorpresa di quell’uomo che appare e scompare, rimanendo sempre piantato come un ago nel cuore della donna. Una vicenda avvolta in un velo di eccitazione e di incertezza. Nel corso della lettura sorge l’interrogativo se questo sia giusto. Se quell’uomo silenzioso, dubbioso ed ambiguo, con un modo di fare furtivo e quasi losco, abbia merito tanta dedizione. Un affresco storico nel quale si stagliano figure armate di grandi temperamenti. La parte migliore è quella che approfondisce le relazioni personali, che sviluppa la introspezione psicologica, che muovendo sul filo della realtà e dell’apparenza, getta le basi della incomunicabilità tra le persone. In questo quadro, la parte finale si tinge di giallo e ci conduce alla scoperta delle ragioni crudeli o sentimentali che muovono la vita umana.
Remo Zanella
 
 

“L’ottava vibrazione”, di Carlo Lucarelli, Einaudi, pp. 462

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Accanto ad altri autori italiani, anche Carlo Lucarelli, che si trasforma per l’occasione in un abile cantastorie, dà il suo contributo alla ricostruzione del mosaico dimenticato e sporco della storia: una storia di colonialismo all’italiana, in questo caso. Il titolo del romanzo, “L’ottava Vibrazione”, è tratto da una poesia dell’etiope Tsegaye Gabrè Medhin:“Questa è la terra dell’ottava vibrazione dell’arcobaleno: il Nero. E’ il lato oscuro della luna, portato dalla luce. Ultimo colpo di pennello nel dipinto di Dio”. Siamo in Eritrea, 1896, alla vigilia dell’offensiva militare dell’esercito di casa Savoia contro il Negus di Abissinia. Dietro le macchinazioni dell’Italia, che vorrebbe tenere insieme prestigio nazionale e missione morale, si profilano invece l’avidità della borghesia, la fame di terre coltivabili da parte delle plebi meridionali e il  pressappochismo degli ufficiali dell’esercito. I personaggi non sono quelli politici e militari della storia, bensì quelli della vita quotidiana: le vicende parallele degli esseri umani, sbattuti in un angolo del mondo per gli interessi dei potenti di turno, ma anche le passioni, vigorosamente analizzate fino al delirio cinico del sadismo. Con un efficace impasto di parole forti e altre inedite che restituiscono meglio la cifra di quella terra, di quella vita e di quella avventura, Lucarelli fa vivere il lettore in mezzo alla polvere, al puzzo di cammello, al caldo soffocante, facendolo imbattere ora in un commesso coloniale corrotto, ora in una donna adultera,  in un maggiore sospettato di essere un serial killer, in varie giovani africane, in un carabiniere che insegue il maggiore, in un eritreo che parla perfettamente l’italiano con l’accento fiorentino, in ufficiali, sottufficiali e soldati semplici di varie culture. Avvalorato da interessanti annotazioni storiche, il romanzo racconta la disfatta dell’esercito italiano ad Adua: seimila morti, millecinquecento feriti e duemila prigionieri. Nel leggere di quelle mediocri manovre viene in mente la frase che scrisse in un suo romanzo Luigi Meneghello: “ Gli italiani non sono buoni di fare la guerra!”: se il lettore aveva una idea anche vagamente mitologica della grande avventura colonialista in Africa, Lucarelli provvede accuratamente a smontarla. 
Cagnolone
 

"Il capitalismo ha i secoli contati", di Giorgio Ruffolo, Einaudi 2008 , pp. 259

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Cosa sono: il Kula ,il Potlach, il Karum e cosa li lega?

Perché i romani seppero immaginare e attuare ordinamenti dotati di una forza d’integrazione sorprendente?
Perché Filippo II poteva affermare che sul suo impero il sole non tramontava mai ,(ma senza i genovesi sarebbe tramontato)?
E’ vero che la globalizzazione ha segnato un aumento generale del benessere economico e sociale di portata storica eccezionale con l’allungamento delle speranze di vita, l’attenuazione del dolore, l’umanizzazione delle pene, l’aumento dei diritti civili, il miglioramento della condizione femminile? Cosa dire tuttavia della devastazione dell’ambiente, degli squilibri distributivi di  risorse, del deterioramento delle relazioni sociali, della dissipazione delle ricchezze reali e, infine, dell’ impoverimento delle risorse morali?
E ancora: è ormai acquisito che la riorganizzazione della grande impresa capitalistica ha rimesso in causa i rapporti fra capitale e lavoro e la condizione del lavoro stesso?
E allora se ci  ritroviamo in uno stato d’insoddisfazione diffusa, di generale incertezza correlati da sfiducia e timore del futuro, quale senso possiamo dare oggi alla nostra società?
Ed ecco che  Giorgio Ruffolo, ne “Il capitalismo ha i secoli contati” prova a darci alcune risposte, e, specialmente, una speranza  (che troverete nell’ultimo capitolo)
 
ALMEC - Verona

 

 

“ La porta”, di Magda Szabò, Einaudi, 2005. pp. 248

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“Emerenc, ad un certo punto non volle più arricchire il proprio spirito e prese una decisione simile a quella del capitano Butler in Via col vento. Anche lei come l’eroe senza scrupoli del romanzo non volle più rischiare il cuore per nessuna causa e per nessun altro essere umano”.
"La porta” è il primo lavoro di Magda Szabò pubblicato in Italia dalla Einaudi,   romanzo superbo di una donna che, come altre eroine della letteratura mondiale, passa nel cuore e nel cervello di chi la legge perché sa cogliere l’essenza, la chiave di volta dei rapporti umani. Scandagliandole all’interno della coppia, della famiglia, della comunità, la Szabò racconta le vicende di un popolo intero, quello ungherese nella fattispecie, che, dopo la seconda guerra mondiale, è costretto a rimboccarsi le maniche, rinascere dalle macerie e convogliare energie, vita, segreti dentro il proprio quotidiano.
Nel personaggio della padrona di casa si intuisce la vicenda autobiografica della scrittrice, colta ed affabile, che se dapprima si mantiene ad una certa distanza  dagli altri, poi, per cerchi concentrici, attraverso la relazione con la figura principale del romanzo, la vecchia e generosa Emerenc dedita alle pulizie di casa, approfondisce se stessa e si apre al mondo.
Due esistenze preziose quanto distanti l’una dall’altra, due donne che, nonostante i conflitti, i fraintendimenti, le parole non dette e quelle dette di troppo, alla fine lasciano che la porta si apra e che l’intelligenza si incontri con il cuore.
Scrittrice raffinata e mai ampollosa, come nella migliore tradizione culturale del centro Europa da Kafka, a Schulz a Hrabal,
la Szabò somma bene elementi reali e fantastici, trasmette il palpitare della vita in una città europea, si concentra con acutezza psicologica su un microcosmo composto dalle due figure femminili, dal marito della padrona di casa, che esiste solo in termini formali sullo sfondo della vicenda, da un intelligente cagnolone maschio di nome Viola, aprendoci in alcuni momenti alla visione di un quartiere, ai suoi ritmi, agli esseri umani, alle loro relazioni e, principalmente, alle loro solitudini.

 Remo Zanella – Verona

 

"Grand River", di Wu Ming, Einaudi, pp. 214.

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Il precedente “ Manituana”, pubblicato nel 2007, aveva esaltato il lavoro di squadra di Wu Ming, la cooperativa di scrittori impegnati come moderni cantastorie. Insieme toccano tasti ed emettono note che singolarmente non  sanno produrre. Molto interessante la scelta di scovare una storia entrata nell’oblio e di rivelare un suo senso profondo: quello dei popoli deboli sconfitti dalla forza delle nazioni più forti. Esemplare il loro metodo di lavoro: su un preciso sfondo storico sviluppano una trama, con ricerca dei dettagli. Il tutto con una scrittura plurale e un linguaggio efficace. E’ stato il caso di Manituana, la terra delle delizie lungo il San Lorenzo. Nel caso di Grand River, la storia muove da una riflessione sul malessere da spaesamento moderno in una città come Bologna, che spinge a intraprendere un viaggio per un reportage a sfondo storico e antropologico, richiesto da un nuovo editore. Wu Ming ci guida attraverso Montreal, Quèbec, Toronto. Lo fa per dare profondità a una storia di indiani Irochesi e coloni lealisti che, sconfitti a sud del San Lorenzo, dovettero rifugiarsi in Canada. Nel precedente romanzo  c’erano alcuni personaggi che in Gran River vengono approfonditi: Joseph Brant, gran capo Mohawk, profeta, politico e guerriero, fedele alleato della Corona britannica durante la guerra di indipendenza dai francesi; Molly Brant, sua sorella, compagna del Commissario per gli affari indiani Sir William Johnson, madre di otto figli e grande matriarca di quel popolo. Molly e Joseph sono da ricordare anche perchè hanno consentito l’alleanza tra i bianchi e i Mohawk. Con il viaggio, l’autore vuole capire quanto di loro resta nel Paese che hanno contribuito a fondare, e lì, sul Monte Royal, nell’arcipelago delle Mille Isole, nei musei che visita, nella musica rock che ascolta, riconosce in generale la rimozione del “fardello indiano”, ma nello stesso momento la presenza ineludibile dei nativi. Sulle loro tracce, l’autore vola fino a Vancouver,  città sull’oceano e tra le montagne. Qualcuno la definisce la più bella del mondo. Lì i popoli della terra vivono insieme. E i nativi indiani continuano a battersi per nuovi valori occidentali.
Acquario

 

"Una parentesi luminosa", di Marella Caracciolo Chia, Ed. Adelphi, pp. 177

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Il sottotitolo recita: L’amore segreto fra Umberto Boccioni e Vittoria Colonna, e di questo il libro tratta nelle ultime settanta pagine. Ne parla attraverso le lettere che i due amanti si sono scambiati nella breve estate del 1916, a Grande Guerra iniziata, dopo aver passato pochi giorni insieme all’Isolino preso in affitto da Vittoria Colonna presso i Borromeo sul Lago Maggiore.
L’amore viene annunciato all’inizio del romanzo, ma è solo dopo cento pagine fitte di dinastie e parentele aristocratiche, descritte al limite dell’autocompiacimento, che la passione prende corpo attraverso la corrispondenza epistolare dei due. La ricostruzione dell’autrice nel dipingere un affresco dell’epoca è talmente minuziosa da rischiare di disaffezionare il lettore alla vicenda promessa dal sottotitolo in poi.
Fortunatamente lo scambio di missive si staglia sul romanzo come assoluto protagonista in virtù dell’autenticità dei contenuti, recando una ventata di vita vera tra le pareti stantie di una classe tutto sommato oppressa dai propri privilegi. L’appassionata comunicazione epistolare rende perfettamente l’incanto fatale di due vite incrociatesi per caso e destinate, forse non altrettanto per caso, a separarsi nella tragedia. Due esistenze illuminate da un lampo, la parentesi luminosa del titolo, capace di fermare in quel punto il procedere di ogni cosa.
Le lettere, tutte scritte nel rigoroso rispetto della forma di cortesia tranne una, esprimono con calore temperato dal garbo e probabilmente anche dal timore di destare sospetti il sentimento che lega gli amanti. Un sentimento tale da far progettare alla nobildonna, sposata al principe Leone Caetani di Teano, da cui ha avuto un figlio non precisamente brillante, di perseguire finalmente la felicità in una vita costellata da sfarzo e noia, viaggi e indipendenza, mai da quel meglio di cui Vittoria crede finalmente di aver avvertito il profumo grazie all’incontro con Boccioni.
La restituzione degli eventi in forma di dichiarazione postuma, di blando prolungamento della meraviglia tra le righe della corrispondenza, denuncia tutta la propria insufficienza in quanto unica risorsa nel tormento del distacco obbligato.
Il suo valore di testimonianza appare evidente solo alla fine, quando giunge a mitigare il sapore amaro lasciato da un’impossibile storia d’amore incapace di assurgere al rango di possibilità.
Marco Ongaro - Verona

 

 
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