L'ANGOLO DI..., a cura di Armando Lenotti

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Armando Lenotti

 

"L’angolo di…" è una rubrica di intrattenimento in cui il nostro accompagnatore e poeta dialettale Armando Lenotti ci diletterà mensilmente con un sonetto inedito e con le sue deliziose pillole di saggezza. Chi lo desidera, può scrivergli.

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care amiche, cari amici,
 
tutti abbiamo letto molte poesie che parlano d'amore, in cui i nostri poeti, per lo più esasperandone i toni, com'è doveroso per chi scrive una poesia, ce l' hanno di volta in volta rappresentato come tenero, appassionato, triste, puro, erotico, effimero, corrisposto, segreto ... (mi fermo qui con un elenco che in effetti non ha fine).
Ho provato anch'io a scrivere qualcosa su cosa sia l'amore, ma forse è un argomento troppo difficile.
Nella poesia che vi unisco mi limito a descrivere quello che può "sembrare" amore.
E' la migliore approssimazione di cui sono capace.
Buon Ferragosto
 
armando
 
L’AMOR
 
… e dopo l’è rivada,
come na matina de inverno
vien par incanto
el primo ragio de sol
dopo la piova
così,
l’è rivada,
la s’à tacà al me brasso,
la m’à vardà nei oci
e tuto el mondo l’è sparì,
intorno a noialtri.
Sérimo soli,
soli su un marciapié bagnado  
de la cità,                                              
soli éla e mi
in meso a tanta gente.
 
Par che sia questo,
quel che se ciama
amor.
 
 
 
L’amore
… e dopo è arrivata,  / come  una mattina d’inverno / viene per incanto / il primo raggio di sole / dopo la pioggia  / così, / è arrivata, / si è attaccata al mio braccio, / mi ha guardato negli occhi / e tutto il mondo è scomparso, / intorno a noi. // Eravamo soli, / soli su un marciapiede bagnato / della città, / soli lei e io / in mezzo a tanta gente. //
Sembra che sia questo, / quello che si chiama / amore.

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Care amiche, cari amici

lo spunto per il sonetto che vi unisco mi è stato offerto da un racconto del commissario Montalbano,  il noto protagonista di molti libri di Camilleri.

Tutti sapete che la sua morosa Livia vive lontana dalla Sicilia, dove lavora il poliziotto e che perciò, quando lei lo raggiunge, le rare occasioni di incontro fra di loro si trasformano in momenti di particolare intensità affettiva.
Sinceramente ho sempre un po’ invidiato questo personaggio, che può dedicarsi a tempo pieno alla propria attività di commissario, svolta con ammirevoli zelo e perspicacia, senza obblighi domestici cui sottostare. E con altrettanta passione può poi amare la propria donna, di un amore che non conosce le pause, cui a volte è destinato quello della quotidianità.
Ed è proprio in uno di questi incontri che Montalbano abbraccia la propria donna, quando lei in cucina ha appena acceso il gas per preparare il caffè. Ma non si scherza col fuoco, che qui potrebbe anche assumere le sembianze di una fiamma amorosa, così Livia respinge in quel momento le avances dell’ innamorato.
Ecco io sono partito da una caffettiera accesa e poi ho immaginato molto liberamente il resto della storiella.
Certe volte ci si deve accontentare di bere un caffè, magari buono, come lo fanno dalle parti di Montalbano.
Un caro saluto
 
EL CAFÈ                
 
 
“Stà bon, ’sa vuto, gò el cafè da far!”
Ma ’pena l’à  impissà la machineta 
mi ghe rispondo: ”Prova a indovinar!”
e po l’ abrasso me la strenzo streta
 
l’acqua sul fogo taca a brontolar,
sbrissia el cafè nel brico che sgambeta,         
nissuna man che pensa de smorsar
el gas che supia soto la stueta,
 
così el cafè vien fora sul fornel,
morta la fiama, eco el velen che griso    
imbriaga l’aria e stòfega el servel,
 
ma par fortuna un sigo suo improviso
el sèra el gas e no rivemo in cel…
Pecà! Sérimo quasi in Paradiso! 

 

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ALLA MEMORIA DI GIANNI RECCHI
 
Care amiche, cari amici,
qualche anno fa abbiamo dedicato alcuni dei nostri incontri del Circolo Lettori ad un grande poeta veronese, scomparso nel 2009: Gianni Recchi.
Chi era presente ricorderà di certo le sue poesie, che ci hanno commosso per la dolcezza, la profondità e la gioia di vivere che sapevano regalare al lettore, anche quando l’argomento era la guerra, con i suoi lutti inevitabili.
Sarà bello riproporle, prima o dopo, soprattutto per coloro che non le conoscono.
Alla sua memoria l’Associazione Culturale San Lorenzo di Cavalcaselle ha bandito recentemente  un concorso di poesia, al quale sono pervenuti numerosi scritti.
Io vi ho partecipato con la poesia che vi unisco.
Un caro saluto
 

LE NUVOLE

 

 
Vardo le nuvole nel cel
che le se serca, le se core drio
una con l’altra zuga a caressarse
a disegnar fantasmi
e le figure
me par che le se brassa
le se strenza insieme,
ma l’è solo un momento,
che subito se perde e core via,
le vola via lontane,
come che gira in meso a lore
el vento.
E anca mi te serco e coro drio
e zugo a caressarte,
ma se te strenzo
gh’è sempre un refolo de vento
fra le mane
e ti come na nuvola del cel
te cori via,
te voli via lontana,
e mi son solo
a traversar
el tempo.

... 

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Care amiche, cari amici
qualche settimana fa un noto avvocato veronese, sodale e complice delle mie scorribande poetiche in giro per Verona, mi ha mandato un articolo di “Repubblica” nel quale era raccontata una curiosa storiella, che riguardava il liceo Maffei, la nostra cara comune scuola.
Nel 1807 il Liceo traslocò nell’attuale sede, che era un ex convento domenicano della vicina Chiesa di Sant’Anastasia, abbandonato da anni. Dalle finestre di alcune classi gli studenti potevano guardare le celle nel chiostro di fronte, dove essendo dismesse da tempo, avevano trovato  alloggio alcune signorine, che esercitavano il più vecchio mestiere del mondo.
Il preside di allora fece prontamente murare le finestre, che a dire la verità avrebbero potuto offrire uno spunto interessante ad un commento non solo linguistico di molte poesie di Catullo.
Comunque la storia era troppo bella perché non ne venisse fuori un sonetto, che vi unisco. E vi dirò di più: ho pensato che la nostra propensione di studenti del Maffei verso il gentil sesso possa trovare proprio qui una giustificazione antica, come se quel profumo di donna fosse passato attraverso i muri, li popolasse ancora, simile ai fantasmi di certi castelli inglesi. Ed era la stessa misteriosa sensazione che avvertivamo di fronte ai puntini degli omissis, quando troppe liriche dei classici erano interrotte sul più bello e costringevano la nostra passione per la poesia a leggere gli originali alla Biblioteca Civica. E lì le pagine annerite dei libri ci testimoniavano che altri nostri vecchi colleghi ci avevano preceduto nel tempo in questo identico commosso pellegrinaggio.
 

DA LE FINESTRE DEL MAFEI


G’ò leto che i studenti del Mafei,

quan l’era nato al posto de ’n convento

verzendo le finestre no i osei

vedeva drio volar in cel nel vento,

 

ma serte signorine che par schei

l’amor le regalava e quel momento

l’era el più bel studiar par sti butei,

l’era par lori el meio insegnamento.

 

Ma le finestre el preside à murà,

par serar fora quela sporcaria,

ma anca adesso ne l’aria l’è restà

 

me par come un parfumo, na magia:

forsi par questo ci à studiado là,

gà sempre de le done nostalgia!

 

 

 

 

 

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Care amiche, cari amici

i miei più sinceri auguri per le prossime festività a voi e ai vostri cari, vi giungono con la mia poesia unita qui sotto: “La canson de Verona”

C’è l’amore per la città e per una donna. Quale sarà quello più vero?

Buon Natale

Armando Lenotti

 

 

LA CANSON DE VERONA    

 
E quando el sol se sveia    
che la cità la tase                
e l’impitura i ragi               
a caressar le case,               
quando la luse s-ciara         
i muri impisocai                   
da l’Adese che dorme              
i vola via i cocai                
e mi che resto in leto         
spetando na caressa           
ti che te cori in cesa           
a tor la prima messa,
quando da strade e coerti   
vien su la nebiolina
mi alora sento l’è:
Verona… a la matina.
 
E quando po i colori
la piassa Erbe indora
e l’anima pretende
un cor che se inamora,
quando che la se incanta
a smorosar coi fiori
coi versi dei poeti
coi quadri dei pitori,
e tra le bancarele
in tuto sto bombaso
ti te te scondi e ridi
no te vol darme un baso,
la Tore dei Lamberti
bate le ore intorno
mi alora sento l’è:
Verona… a mesogiorno.
 
E quando che al tramonto
la cesa de San Zen
la impissa le so piere  
che par ’n arcobalen,  
quando che a Sotoriva
profuma le ostarie
e canta nei biceri
i sogni e le busie,
e al nostro cantoneto
mi che son lì a spetarte
ma resta nei me labri
la voia de basarte,
odora l’aria fresca
la sa de primavera
mi alora sento l’è:
Verona… che l’è sera.
 
Ma quando se specemo
su da Castel San Piero
ne la cità che cuna
el sòno più lisiero,
e soto gh’è i lumini
che brila ne le strade       
e cese e piasse e case
i è tute indormensade,
quando mi te sussuro
la me canson d’amor
e i oci i te soride
i sona i nostri cor…
ti, te sì ti Verona
cantè le istesse note
mi alora sento l’è:
Verona… a mesanote.
 
 
 
 
 
 
 
 

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Cari lettori,

anche alcuni grandi poeti, fra cui molti dei nostri dialettali veronesi, hanno dedicato parte della propria produzione artistica alle cosiddette “poesie di circostanza”, ovvero a componimenti nati per un’occasione specifica. A volte per la propria ispirazione, ma molto spesso tirati per la giacca, sollecitati, supplicati da parenti ed amici, eccoli comporre liriche per vari avvenimenti, quali un compleanno, un matrimonio, una nascita, un battesimo… e così via.

Si tratta, come sapete, per lo più di poesie minori, nate dalla ragione che coinvolge il cuore, quando invece la poesia passa prima per il cuore e poi attraverso la ragione.
Così è capitato anche a me, che non sono un poeta, ma uno che scrive poesie, di comporre il sonetto che leggerete qui sotto ispirandomi al mio nipotino nato a Londra nel gennaio di quest’anno. Ho immaginato che quando sarà un po’ più grande e verrà a Verona prima lo porterò a mangiare le paste nella mia pasticceria di Piazza Santa Toscana e poi nella vicina stazione di Porta Vescovo, a vedere i treni che passano veloci, e me lo terrò stretto in braccio, perché non mi voli via anche lui con le Frecce colorate, che corrono come un lampo sui binari.
 
Forse era inevitabile che il giovanissimo Frankie mi ispirasse qualcosa e mi perdonerete perciò se questa volta vi parlo del mio parente più piccolo, anche se, a ben guardare, sono in un certo senso mie parenti anche tutte le protagoniste delle poesie che vi ho inviato finora, la rana, la sirena, la vedova, la contessa…
La mia è una famiglia allargata!   

 

SE VEGNARÀ

 
Se vegnarà a catarme el neodin
lo portarò a vardar la ferovia,
’ndo rossi e asuri i treni al so destin
coi sogni de la gente i vola via
 
e i oci brilarà nel so facin
dei colori che i core par magia
e tornarò ’nca mi con lu ’n butin:
el mondo piturà de fantasia.
 
E me lo strucarò sempre più streto
che nol se sveia mai da sto momento
che nol capissa mai che l’è un segreto
 
ma un sogno el vola in pressia più del vento
e quando te lo strenzi co na man
l’è come un treno, l’è za via lontan.

adsa

 

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Cari lettori,

il sonetto che troverete oggi ricorda i film degli anni ’50, quando ero un bambino.
Pellicole in bianco e nero, pellerossa contro cow-boy, occhi dei bimbi trepidanti sullo schermo, in bocca le gomme americane (ciunghe) o la liquirizia (regolissia) e la frequenza al catechismo come lasciapassare per assistere gratis nel teatrino parrocchiale alla proiezione domenicale del film, che si concludeva immancabilmente col bacio fra l’eroe e la sua bella.
A quell’età il bacio finale non mi incuriosiva granché, ma sarebbe diventato molto più attuale e  interessante una decina d’anni dopo, quando come i ventenni di allora invitavo le ragazze al cinema per rubare loro un bacio. Oggi può sembrare preistoria, ma per noi era il massimo dei sogni realizzabili. Ora le nostre coetanee sapevano benissimo che il cinema era pur sempre un luogo buio e a rischio, specie in galleria, dove il biglietto mi costava di più, ma negli spettacoli pomeridiani non c’era quasi nessuno. Occorreva perciò carpire la buona fede della nostra compagna fingendo di avere, nei giorni che precedevano l’invito, una conoscenza approfondita di Bergman, di Godard, di Truffaut, dei registi più di moda a quel tempo. Dimostrarsi insomma appassionati di cinema.
Accettato l’invito, all’accensione delle luci alla fine del primo tempo (che finiva sempre 0 a 0), bisognava almeno avere a mo’ di avamposto un braccio appoggiato sulla spalla della nostra amica e attendere la seconda parte del film per sviluppare l’attacco degli indiani al fortino dei soldati. In un certo senso si trattava in fondo dello stesso film di pellerossa e cow-boy, che vedevo da bambino, solo che stavolta la battaglia non sarebbe stata sullo schermo.
Ricordo che una volta, prevedendo che l’ingresso del portone principale della fortificazione sarebbe stato rigidamente presidiato, tentai l’assalto da un ingresso laterale, dove una mano mi fermò subito (dovete ricordare che avevo disponibile una mano sola), non migliore sorte ottenni da un attacco sul fronte opposto, insomma avrete già capito che i tentativi andarono a vuoto e che la partita finì senza reti.
All’uscita dissi alla mia compagna: ”La prossima volta ti porto al circo.” “Perché?”, chiese lei. “Sai, lì ci sono già la donna barbuta, la donna cannone…, tu ti potresti esibire come la dea Kalì, quella divinità indiana che ha otto mani”! Pensavo che si arrabbiasse, invece si mise a ridere.
(Resti fra noi: al film successivo la partita finì 7 a 0, primo tempo 3 a 0)!

 

 

EL CINE DEI ANI SINQUANTA

 

Le face impiturà, eco i indiani
che siga e core drio la diligensa,
i trema in sala i bocia de diesani
magna le onge ci de ciunghe è sensa.
 
Ma riva i sbari de na scaciacani
eco John Wayne che l’è la providensa,
el copa tuti e s-ciopa el batimani:
nel cine l’è finì la soferensa.
 
Fra i denti impastrocià de regolissia
i buteleti tira un sospiron,
g’à vinto n’altra olta la giustissia
 
la po’l basar la bela el so campion…
Gh’era sempre el final consolatorio
nei film pai bocia fati a l’oratorio.

 
 
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Cari lettori,
 
perdonatemi questo inizio, o meglio questo “incipit” classicheggiante, visto che la citazione è in latino: “Caelum non animum mutant, qui trans mare currunt”.
Ricordo che il professore di lettere del liceo ci suggeriva di tradurre “caelum” non con “cielo”, come verrebbe naturale, ma con “costellazione”, in modo che la frase risuonasse più chiaramente in italiano del significato che le aveva attribuito Orazio, scrivendola: “Cambiano la costellazione, non il proprio animo, quelli che corrono al di là del mare”.
E in effetti basta spostarsi anche qualche chilometro dalla propria abitazione, per avere di notte un’altra visione del cielo, con le stelle che sembrano essersi mosse dai punti in cui solitamente siamo abituati a  vederle.
Orazio era più fortunato di noi, perché ai suoi tempi, ma anche fino a qualche anno fa, c’era molto più buio attorno a noi durante la notte e si potevano ammirare le stelle meglio di adesso, quando fanno fatica a scorgerle anche gli innamorati, ai quali si può fornire comunque l’alibi di avere qualcosa di più interessante da fare.
Il senso della frase è fin troppo malinconico, sembra un’affermazione di Seneca, che ha lasciato nella mia memoria per lo più frasi di una tristezza infinita: non pensate di dimenticare i problemi, le angosce che avete qui nel vostro cuore solo prendendo una nave e raggiungendo un altro lido, perché vi porterete appresso comunque i tormenti del vostro animo.
E in effetti il protagonista della nostra storia si imbarca addirittura per l’Africa, come leggerete, si arruola nella Legione Straniera, dove i diversivi non avrebbero dovuto mancargli, insomma cambia vita e costellazione appunto (vedete che traduco come avrebbe desiderato il mio caro vecchio professore).
Riuscirà a cambiare anche il suo animo o aveva ragione Orazio?
 
 
EL POETA
 
 
Così el poeta mi l’avea ciamado
parché el scriveva solo che de ti,
ti massa bela e lu ’n inamorado
da farte poesie, tuto è finì
 
quando i to oci verdi i l’à lassado,
alora l’à scambià la note e el dì
el so oroloio mato el s’à fermado,
sensa un saludo un giorno l’è partì.
 
El s’à aruolà ne la legion straniera…
Vintani dopo, ancó, che maraveia
na letara è rivà da quela tera
 
con una foto de la so fameia:
gh’è lu, un butin, gh’è na ragassa nera
coi oci verdi, che la te someia.

EL POETA
 

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Cari lettori,
 
“Me so’ insognà che sera in paradiso”, inizia così la poesia che troverete qui sotto: “mi sono sognato che ero in paradiso”, diremmo in italiano. Ma quale magia hanno alcune parole dialettali!
Ecco, prendiamo questa per esempio: in lingua “sognare”, in dialetto “insognar” o “insognarse”. Sembra la stessa cosa, ma non è così. “Insognarse” infatti, con il prefisso "in", sembra trasportarci ancor più dentro al sogno, permettendoci di rimanere più a lungo nel magico mondo ovattato e fantastico del sonno, dove la realtà diventa incanto, sogno appunto. Insomma, “insognarse” rappresenta una visione che dura di più, prolunga l’estasi, è ancora lì con noi, ci appartiene e fa parte di noi.
Certo c’è sogno e sogno. Non tutti sono ugualmente dolci, specialmente se insegui la cosa che più desideri e non la raggiungi, se cerchi la donna amata e non la trovi. In questo caso la dimensione surreale ed ovattata del sogno si trasforma in un incubo e la modalità dell’ “insognarse” diventa quella di un’atmosfera tragica e surreale.
C’è da dire che un sogno che ci trasporti nel paradiso, che per la nostra religione rappresenta il luogo più desiderabile da raggiungere, dovrebbe rappresentare il massimo delle aspirazioni oniriche. Non intendo anticiparvi, cari lettori, il finale della poesia, ma non è propriamente di questo avviso il protagonista della nostra storia, che in nome dell’amore preferisce una soluzione meno ortodossa. Io sinceramente non mi sentirei di condannarlo per questa scelta, insomma avrei al riguardo qualche dubbio.
Chissà che a chiarirmi le idee uno di questi giorni non mi telefoni papa Francesco!
 
EL ME PARADISO
(Sul ritmo de na bossanova)
 
Me so’ insognà che sera in paradiso
ma no te gh’eri ti
e t’ò sercà in giro fra i beati
ma no te cato lì,
lori che i prega e canta soridenti
e me despero mi
l’è ’l paradiso ma me par l’inferno
se no te vedo ti.
 
E alora a Dio g’ò fato na preghiera:
no posso sensa ela vivar qua,
ti màndeme de novo su la tera
màndeme indrio, quel che sarà, sarà!
 
Me son sveià che sera ne l’inferno
e lì te gh’eri ti
no t’ò sercà in giro fra i danati
parché te cato lì,
lori che i pianze e siga soferenti
e son felice mi
no l’è l’inferno l’è ’l me paradiso
se mi te vedo ti,
se mi te vedo ti!

 

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Cari lettori,
forse qualcuno di voi conosce la produzione dell’Anonimo Veronese, un poetastro locale di dubbia fama i cui componimenti si potrebbero definire poesie, solo perché i versi terminano in rima. Ci vuole ben altro, su questo non c’è dubbio!
Ma sapete com’è la vita: i parenti ce li troviamo, gli amici ce li scegliamo noi e li accettiamo così come sono. E io ho avuto da moltissimo tempo una frequentazione assidua con questo modesto autore e solo in nome degli anni trascorsi insieme a scuola mi sono sentito costretto a scrivere due righe di presentazione, quando pubblicava le sue poesie. Versi che certo non troverebbero spazio in un’eventuale antologia dei poeti dialettali veronesi, nemmeno fra le pagine di quelli minori.
Così per raccontarvi com’è andata, qualche giorno fa mi ha mandato l’ultimo suo sonetto, nato perché deve aver letto su qualche giornale che anche per le donne in farmacia era disponibile una pillola particolare, il “Viagra rosa”, l’equivalente di quello maschile nel risvegliare una sessualità dormiente. A me sinceramente questa notizia era sfuggita, ma lui è evidentemente molto più attento a questi argomenti e ha pensato di ricavarne una poesia, che troverete più sotto.
Perciò, cari lettori, voglio chiedervi fin d’ora il massimo spirito di indulgenza nell’affrontare questo testo, di modesta levatura poetica. Spero anzi che non venga meno la fiducia che avete riposto in me e soprattutto nel Circolo Lettori, che a maggior ragione con questo autore in vernacolo non c’entra niente e al quale sono pronto semmai a firmare fin d’ora qualsiasi forma di “liberatoria”.
Tutto qua. Io ho dovuto assolvere ad una specie di debito, come vi ho raccontato. Spero che per pagare quello contratto oggi con voi potrà bastare offrirvi un caffè, o se preferite, una tazza di cioccolata, la prima volta che ci incontriamo.
Buone vacanze.

 

EL VIAGRA ROSA

Gò leto sul giornal l’altra matina
che in farmacia le done pol crompar
el viagra rosa, una medessina
che ele come l’omo à da ciapar
 
quando el motor l’è a curto de bensina,
quando che le gà voia de cantar,
va ben da la veciota a la sposina
che vol sentir campane  botesar.
 
E l’omo ocor che el tasa parché adesso
le done gà i diriti, l’è così
in leto le comanda l’è ’l progresso
 
conta più le moier che i so marì
e a lori ghe na scusa che ghe resta:
“Cara, stanote no, gò mal de testa!”
 
 
ANONIMO VERONESE

 

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 Cari lettori,

il bar che frequento si è modernizzato, come sostiene con fin troppa enfasi il mio amico gestore, che ha aperto da pochi giorni il nuovo settore di cioccolateria. Così a tutti i clienti il barista reclamizza la possibilità di gustare una cioccolata calda di particolare bontà, da bersi in una tazza speciale che ne esalta l’aroma, potendo scegliere fra parecchi gusti, che una locandina al centro del locale pubblicizza in modo allettante: cioccolata bianca, fondente, alla nocciola, al latte, al cocco, all’amaretto, e così via.
Lui poi in poco tempo pare essere diventato un esperto del cioccolato, si è fatto una cultura certo posticcia sul cacao e tutto il giorno disserta su quando ai primi del 1500 i suoi semi furono portati  in Europa dalle Americhe, citando spesso l’imperatore azteco Montezuma, nemmeno fosse suo cugino, che era solito consumare molta cioccolata prima di introdursi nel proprio harem.  E questo è probabilmente solo uno stereotipo, voglio dire che è un luogo comune l’associare il consumo di questo prodotto al rinvigorirsi della sessualità.
Il fatto è che la bontà e la dolcezza della cioccolata sembrano avere in effetti qualcosa di misterioso, di voluttuoso se volete, che può sviluppare l’immaginario sensuale, fino a consigliarne l’assunzione come efficace terapia amorosa. Per parte mia devo confessarvi che dopo aver bevuto una tazza di cioccolata, mi sento anche oggi come mi capitava da bambino, con addosso un vago senso di peccato, roba da andare a confessarmi. Insomma io credo che il supposto potere afrodisiaco riguardi più la testa, che il corpo del consumatore. E non è questa, in fondo, la dimensione più vera dell’erotismo?
“Armando, devi provare una mia invenzione, la cioccolata al peperoncino - mi ha detto ammiccando l’altro giorno -  fa miracoli!” Conoscendolo bene, non gli ho creduto più di tanto, ma forse più incuriosito che convinto dalla sua offerta, ho cercato alla prima occasione di verificare la fondatezza della sua affermazione.
Com’è andata? Ve lo racconto nel sonetto che leggerete qui sotto. Comunque non fidatevi troppo dei baristi.
 
LA CIOCOLATA
 
Son ’ndado a tor co na bela ragassa
na ciocolata calda in un bareto
e a quel del bar che preparàa la tassa
g’ò dà la mancia fin strucà de oceto
 
ché ’l meta drento un elisir che fassa
sbociar l’amor e el cor brusar nel peto,
la se inamora e nassa quel che nassa
e la me serca e la me insogna in leto.
 
O che la dose l’à sbalià el barista,
o che le nostre chìcare à scambià,
da quela olta mi no l’ò più vista
 
e son qua drio sercarla desperà
e pianzo fin adesso che ve conto:
gavesse almanco ela pagà el conto!
 

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Cari lettori,
 
innanzitutto mi scuso perché è da troppo tempo che non vi scrivo e così per farmi un po’ perdonare vi mando i miei più cari e sinceri auguri di una serena Pasqua e come ai vecchi tempi un raccontino ed un sonetto: la Contessa.
La storiella è ambientata molti anni fa nell’osteria “Ai osei”, che era ed è fra l’attuale Camploy e piazza Santa Toscana.
Non era veramente una contessa, ma una ragazza dell’alta borghesia, molto semplice e carina, con cui stavo volentieri. Lei accettò di buon grado il mio invito a pranzare in questa osteria, che frequentavo con gli amici studenti della vicina facoltà di Economia e che le avevo descritto come un posto incantato. Infatti a mezzogiorno l’ostessa apriva la porta della cucina e, indossato un grembiule, metteva le tovaglie sui tavolini pieni di bicchieri, di carte da gioco, di cicche dei suoi clienti, che erano per lo più vecchi pensionati.
Diventava insomma una cuoca ed una cameriera ed il locale per magia si trasformava nei colori e nei profumi di una trattoria. E poi al venerdì il baccalà, che anche oggi rappresenta la specialità dell’osteria. Certo non era un luogo molto indicato per portare a pranzo una contessa, anche Cupido non poteva fare più di tanto.
Devo confessarvi però che c’era anche un secondo motivo, certamente meno nobile, per cui l’avevo invitata lì. Era l’unico posto che mi faceva credito. Nemmeno la mia banca in futuro mi avrebbe concesso una simile fiducia!
 
 
LA CONTESSA
(A l’ostaria “Ai osei”)
 
 
Da la cusina riva el bon udor
de bacalà che indora l’ostaria,
’ndo na contessa g’ò invidà ma in cor
tremava tuto la me par strania
 
no i ghe serve ’l siampagn denansi a ’n sior
ma l’è fra i me pitochi e la graspia,
Cupído a pranso invidarò, me ocor
ci la inamora co na qual busia.
 
E al cin-cin con i bicer alsadi
me son fato coraio e l’ò basà
in meso a quatro veci impisocadi
 
cissà se un giorno la ricordarà,
fra tuti quanti i basi regaladi,
quel che gavea el saor de bacalà!

zcbzcx

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Cari lettori,
 
è tempo di Quaresima, per la liturgia cattolica è il periodo della penitenza in funzione della Pasqua, della meditazione, del digiuno inteso come sacrificio e credo che un po’di moderazione alimentare  farebbe comunque bene a tutti, anche non credenti.
E’ il momento dell’astinenza, delle privazioni, di quelli che da bambini chiamavamo “fioretti”, piccoli atti di una rinuncia volontaria. Ricordo una vigilia di Pasqua nel paese di montagna dove sono cresciuto, il prete che raccomandò a noi ragazzi di quarta elementare di correre a casa dopo la confessione (era il Sabato Santo) e di non andare a vedere il mercato, che quel mese proprio  in quel giorno era allestito nella piazza principale, per non essere distratti, per così dire, nella nostra purezza, da alcun desiderio. Fu un sacrificio enorme, che forse non ho mai capito del tutto, ma oggi sono contento di averlo sostenuto.
Il mio confessore odierno mi conosce da anni, mi vuole bene. Molto tempo fa era il mio curato, oggi è un vecchio parroco in un paese della provincia cui tutti sono affezionati, sentimento che non  sempre alberga fra i fedeli. Ogni volta che vado a trovarlo, è per entrambi un momento di profonda commozione. Dice molti sì, pochi no, nei miei confronti è molto comprensivo. L’ultima volta che sono stato da lui per confessarmi, mi ha chiesto in tono scherzoso se ero andato a costituirmi.
Temo che abbia letto le mie poesie.
 

 

TEMPO DE QUARESIMA
 
 
Quaresima: ocor che me confessa
e che ghe conta al prete i me pecati,
che tuti i dì bonora vaga a messa
a farme benedir dai santi frati.
 
Sénar in testa, el cor pien de tristessa,
pianzendo desperà come i danati,
bàtarme el peto, far una promessa:
de no insognarte nei me sogni mati.
 
Ma se te incontro ti, poli durar
sto pentimento questa soferensa?
Ma se te vardo ti, gonti da far
 
l’esame ogni momento de cossiensa?
Un’ora sensa ti, pola bastar
par me castigo, come penitensa?
 
 
 
Tempo di Quaresima - Quaresima: bisogna che mi confessi / e che racconti al prete i miei peccati / che ogni giorno di mattina presto vada a messa / a farmi benedire dai santi frati. // Cenere in testa, il cuore pieno di tristezza, / piangendo disperato come i dannati, / battermi il petto, fare una promessa / di non sognarti nei miei sogni matti. // Ma se incontro te, possono durare / questo pentimento questa sofferenza? // Ma se guardo te, devo fare / l’esame ogni momento di coscienza? // Un’ora senza te, può bastare / per mio castigo, come penitenza?

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Cari lettori,
per le prossime feste natalizie sarete sommersi di regali e di omaggi di ogni tipo, anche se il momento che attraversa il nostro paese ci dovrebbe consigliare molta parsimonia, specie negli acquisti a volte inutili che ci scambiamo per Natale.
Il mio piccolo regalo è un sonetto, in vero non troppo festoso, perché parla come leggerete di un funerale, quello del dialetto, che da molto tempo del resto non godeva di buona salute. Ma è un “obito”, come si chiamava una volta, in fondo non così triste, anzi il finale credo possa rappresentare un augurio, perché la speranza è appunto che il dialetto sopravviva magari non solo dentro di noi, nei nostri ricordi ma anche e soprattutto nella poesia, in quella pensata e scritta oggi. Quando la poesia dialettale non segue infatti gli schemi per lo più logori del localismo e del folclore, può diventare una grande poesia, in grado di farci pensare, commuovere, sorridere con accenti realistici e anche lirici, ciò che non sempre capita oggi alla poesia in italiano.
Il mio forse è un giudizio di parte, che perdonerete ad un tifoso della poesia dialettale, ma leggendo quella moderna in lingua ho spesso l’impressione che l’autore non scriva per essere letto, gli manchi insomma la voglia e la passione di essere capito. E questo non succede al vero poeta in vernacolo.
Nel sonetto ho ricordato il dialetto per quanto aveva di caratteristico, dal borbottare tipico dei vecchi su cose strambe all’uso di parole fuori moda e ho indicato la poesia dell’amicizia nei versi che nascevano col conforto di un bicchiere di vino, mentre se non si riusciva a baciare la donna amata si poteva almeno farlo attraverso rime, che si baciassero fra loro.
Non è una grande consolazione, ma a un poeta può bastare.
Buon Natale!
 
 
 
AL FUNERAL DEL DIALETO
 
 
 
Al funeral no gh’era che vecioti
che se tegnea par man che sangiotava,
de le campane a morto tristi i boti
al camposanto i te compagnava
 
dialeto bon a rumegar stramboti
pien de parole che nissun più usava,
de versi nati a tola drento ai goti
de rime che tra lore se basava.
 
Adio parlar de quando era studente
con la television in bianco e nero,
quando in scarsela no gaveva gnente
 
e me sentea paron del mondo intiero,
al funeral no gh’era fra la gente
ma vegnarò a catarte al simitero.
 
 

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Cari lettori,
vorrei chiarire innanzitutto che il sonetto “Fiori” che leggerete è probabilmente in modo improprio dedicato a Wendy Cope, perché la celebre poetessa inglese, professoressa e vice preside di una scuola di Londra (l’editore Crocetti ha in uscita un libro di sue poesie tradotte in italiano) è in effetti l’autrice di una dolcissima poesia appunto dal titolo “Flowers”, che ho tradotto un po’ liberamente, ma rispettoso dei contenuti e che ho adattato alla modalità del sonetto. Nell’originale inglese si tratta di tre quartine, con versi di diversa lunghezza, a volte rimati.
Quindi stavolta sono semplicemente un traduttore, spero fedele delle emozioni dello scritto originale.
Wendy Cope presenta la poesia nell’ottica femminile: è lei che racconta con molta grazia la difficoltà, anzi l’impossibilità di ricevere fiori da qualcuno da cui, evidentemente, li aspettava. Io ho volto la questione al maschile, presentando le varie giustificazioni dell’uomo, che si pone troppe domande, insomma pensa troppo, mentre, come tutti sappiamo, i fiori si dovrebbero offrire semplicemente perché se ne sente il desiderio, perché sono un regalo che parla un linguaggio più vero di qualsiasi parola.
Forse questo signore è solo un po’ timido, mi ci sono rivisto, ecco perché vi chiedo di essere indulgenti verso di lui e di assolverlo.
Ma già ci pensa la poetessa, con un finale ironico e dolcissimo: non so se tutte le donne lo sottoscriverebbero, ma  certamente che premia le intenzioni e non la loro realizzazione.
Forse siamo già in clima natalizio!
 
 
FIORI  ⃰
 
 
E alora te dirò la verità:
no l’è che no volea portarte fiori,
ma la fioraia a volte l’è serà
e se l’è verta eco i me timori
 
mi no so mai se tor viole o lilà
o rose piturade da pitori,
se no i te piase, no i è profumà,
se no i te incanta dopo i so colori?
 
Con un soriso ti te m’è vardado,
come te sè vardarme solo ti:
“Varda che i fiori che no t’è crompado
 
 - le to parole i era stà così -
  le rose rosse che no t’è portado,  
 no i è sfioride mai drento de mi!”

 

 
 
⃰ A Wendy Cope
 

 

 

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LA 500

 

 

Cari lettori,
come è stata ricca la nostra povera giovinezza! Quando eravamo felici all’età di dieci anni per le noccioline americane, a quindici per una bicicletta, a venti per avere a disposizione la sera del sabato la macchina di casa, la 500.
Di lei comunque saprete tutto, il boom dei consumi, il miracolo economico e l’Italia che va, come canta una canzonetta. In effetti possedere una 500 era un salto di qualità incredibile nei rapporti con le ragazze, perché permetteva le scorribande nel luogo più magico e desiderabile per la mia generazione: il “Mantovano”.
Ecco per noi il “Mantovano” non era un posto geografico, intendo fisico, ma era molto di più: un luogo metafisico. Sarà la storia dell’erba del vicino, che è sempre più verde, per cui è probabile che fossero le giovani ragazze di Verona ad accendere le fantasie amorose dei ragazzi di Mantova.
Ma è certo che per noi le “mantovane”, qui non nel senso di michette, erano più appetitose, più desiderabili delle nostre coetanee indigene, che ci sembravano molto timorose e timorate, se posso dire così. Insomma andare nel “Mantovano” voleva dire raggiungere un posto popolato di tante Mata Hari e le balere di Poggiorusco e di Goito pullulavano ai nostri occhi di “femmes fatales”. E dopo il ballo, ecco che la 500 serviva per riaccompagnare a casa, magari senza premere troppo sull’acceleratore, le dame compagne delle danze.
Così è nato il nostro apprendistato amoroso, in condizioni di precarietà, se volete, ma che ci ha   permesso, attraverso il tetto apribile dell’utilitaria, di “vedere le stelle”. E non è certo una visione da poco, se anche Dante (un insigne collega in fondo!) ha avuto dimestichezza con una prospettiva di questo tipo, che ripete alla fine di ognuna delle tre cantiche: chissà se quando vedeva le stelle anche lui era rannicchiato in una 500!
 
 
Ghe n’ò avù più slusenti par de fora
e serte le coreva come el vento,
ma l’auto che mi ancó ricordo ancora
l’è la me cara vecia sinquessento.   
 
Ghe l’ò inamente come fusse alora
coi veri che se apana par de drento,
el bate el cor e se nol se inamora
no l’era obligatorio el sentimento.
 
Te sì stà el Grand Hotel dei poareti,
n’alcova a bon marcà par i studenti
quando i sentari deventava leti
 
quando con poco serimo contenti
quando no gh’era schei ne le scarsele,
ma dal to coerto …se vedea le stele!
 

 

 

jhgkgh

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I LIBRI
 
Cari lettori,
ho letto di recente che entro poche decine d’anni i libri cartacei spariranno e saranno quasi del tutto sostituiti dagli e-books. Sembra che il primo ambito che usufruirà di questa nuova tecnologia sarà quello scolastico: nelle elementari di un prossimo futuro tutti i bambini si siederanno davanti al loro computer, dove senza i soliti libri e i pesanti dizionari impareranno a leggere e a scrivere: ma impareranno anche a ragionare, quando la fonte del loro sapere potrà spesso essere rappresentata  dalla consultazione di Wikipedia?
Io non riuscirei ad adattarmi ad un simile mondo: ho bisogno di un rapporto fisico con  un libro, mi piace tenerlo fra le mani, sfogliarlo, devo in un certo senso parlare, dialogare con un libro, sottolineando con la matita quello che mi colpisce. Nella mia biblioteca trovano spazio i libri che mi emozionano, non necessariamente solo quelli di autori celebri: la mia biblioteca è cresciuta con me, è per me la più importante del mondo, abbiamo passato una vita insieme.  E a volte mi capita di ritrovarmi fra le mani un libro impolverato che da anni non apro e di rileggere con commozione le note che mi ero fatto quando lo avevo letto la prima volta, di cancellare un punto interrogativo davanti a parole che non capivo allora e di farne magari altri di fronte alle domande di oggi, perché un buon libro ha questo di bello: che è sempre nuovo.
E il libro in tutto questo tempo era stato lì silenzioso ad aspettarmi, senza chiedere niente mi sorride ancora, come fosse un vecchio compagno di scuola riprendiamo a parlarci a volte proprio dal punto, da quella pagina, in cui ci eravamo fermati prima, è un innamorato fedele, che non mi rimprovera la mia lunga assenza, né si dimostra particolarmente geloso.
Dopo anni di silenzio e di abbandono, nessuna donna (ad eccezione di Penelope) e solo pochi uomini sarebbero capaci di accogliere di nuovo la persona amata a braccia aperte, come fanno con me i miei libri.
 
 
Quanti libri che dorme in casa mia
che n’ò più verto e più no lesarò,
gh’emo passà na vita in compagnia
ridendo insieme e fin pianzendo e ancó 
 
iè impisocadi ne la libraria
impolvaradi i speta mi lo so,
che piova un poca de malinconia
così a sveiarli ancora provarò.
 
Son vegnù vecio ne la me poltrona
con i me libri amà più de parenti,
forsi fedeli più de la me dona
 
a rancurarme tuti i sentimenti,
i pochi amissi che no me bandona
g’ò traversà con lori i continenti.
 

 

 

dasda

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DRIN DRIN DRIN!
 
Caro lettori,
“ Se gh’è na bicicleta posà al muro, vol dir che lu l’è su …”
Comincia così una poesia del grande Tolo Da Re: se c’è una bicicletta appoggiata al muro, significa che lui è di sopra - scrive l’autore, e prosegue- a parlare col padre di lei. Insomma è il momento della dichiarazione ufficiale dell’amore. E conclude Tolo con la sua consueta ironia: ”Se gh’è na bicicleta posà al muro, stasera la se stufa de spetar”.
E’ proprio così, la bicicletta dovrà attendere a lungo, perché stasera è una serata importante, che inizia con le presentazioni, le strette di mano e finisce fra le lacrime di commozione, gli abbracci augurali fra morosi e parenti, le bottiglie che innaffiano il futuro dei due innamorati.
Il mio sonetto, che vuol essere un piccolo omaggio al nostro caro poeta dialettale, ha sempre una bicicletta per protagonista, o meglio il suo campanello, ma è ambientato in un momento storico precedente, di qualche giorno o di qualche mese, chissà! Siamo voglio dire nella fase in cui l’amore non è ancora visto nei suoi aspetti formali, come prossima istituzione, come futura famiglia, non vive cioè di programmi ma di improvvisazioni, è piuttosto ancora e solo innamoramento.
E’ amore dell’innamorata che scende di corsa le scale, quando sente suonare l’amico campanello e amore del moroso, che l’attende sulla porta di casa e i secondi che passano sembrano durare anni.
Oggi i ragazzi per fissarsi un appuntamento si scriverebbero una mail o si manderebbero un messaggio dal telefonino, ma diciamo la verità: cosa si sono persi non affidando il loro trepidare al campanello di una bicicletta?
Vorrei averla scritta io, ma la frase che segue è di Guy de Maupassant: il momento più bello dell’attesa è quando si salgono le scale.
Penso per andare dalla morosa, non a parlare con suo padre.
 
 
Drin, drin, drin! su la bici el campanel
drin, drin ,drin! tuto imboressado el sona,
drin, drin ,drin! el segnal l’è sempre quel
drin, drin, drin! parché riva la me dona,
 
drin, drin,drin! mi no sto più ne la pel
drin, drin,drin! la me vose se incocona
drin, drin,drin! quan la vedo toco el cel
drin, drin, drin! gnanca fusse la Madona!
 
E no gh’ è boti de campane a festa
no gh’è canson o rime de sucesso,
l’è sto drin-drin che me molina in testa
 
l’è sto drin-drin quel che me dà el maghesso.
Drin, drin, drin! basta el  sóno de na bici
drin, drin, drin! se pol essar più felici?

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LA FARFALINA
 
Cari lettori,
ho frequentato le scuole elementari in un piccolo paese di montagna, circondato da prati ricoperti di neve per molti mesi all’anno, che in primavera si popolavano di fiori. E quando il sole diventava appena più caldo, arrivavano puntuali ogni anno le farfalle e capitava che qualcuna impertinente durante le lezioni entrasse nella mia classe dalle finestre, aperte per il primo tepore.
Un bambino deve rimanere attento ad ascoltare il maestro o può distrarsi incantato a seguire il magico volo di una farfalla che è venuta a salutarlo fra i banchi di scuola?
Non credo si possano avere dubbi nel rispondere a questa domanda, almeno se ogni tanto ci ricordiamo di essere stati bambini e se pensiamo poi che anche la farfalla, docente del tutto particolare, ci offre un insegnamento unico ed irripetibile. Ho sempre pensato che anche i maestri facciano fatica a non farsi coinvolgere dall’emozione di ammirare una farfalla, che ci parla in fondo di sogni e di gioia di vivere e che si può impunemente posare sulla cattedra, sulla lavagna, sui libri di scuola e con i suoi colori  profumare una giornata che altrimenti sarebbe trascorsa uguale alle altre e, come le altre, dimenticata.
“Vorrei poterti regalare i colori di una farfalla!” ho detto un giorno ad una mia compagna di scuola. “Ma tu non sei un pittore!” mi ha risposto. Era vero, non ero un pittore, intendevo solo farle un complimento che non le deve essere parso molto originale. Forse volevo dirle che mi sembrava bello si potesse rivestire dei dolci colori della primavera e che in fondo era lei stessa la primavera. A ripensarci adesso, era probabilmente una frase un po’ complicata, può essere che non sempre le donne siano attratte dalle metafore.
Comunque aveva ragione lei, era vero, non ero un pittore e non lo sarei diventato nemmeno dopo.
 
 
Se farfalina te me bali arente
tuto quel che gò intorno te me indori,
te sì ’n arcobalen in cel splendente    
la vita te profumi come i fiori, 
 
ma  ti da ela vola gentilmente
regàlaghe el to mondo de slusori,
ti fa felice questo bondagnente 
va a piturarla con i to colori.
 
Daghe el to rosso a infiamarghe el cor
el rosa par vestirla de dolcessa,  
dònaghe el gialo a ingelosir l’amor                           
 
el bianco a inluminar la so belessa.
E se gh’è un po’ de verde che te vansa
tienlo par colorar la me speransa.

 

 

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LA GATINA
 
Cari lettori,
non mi ricordo di preciso quando questa gattina é arrivata a casa mia.
Il giorno prima non c’era, il giorno dopo c’era, intendo dire non solo che era presente, ma si sentiva già una della famiglia, che chiede attenzione, pretende rispetto, ha gusti precisi per il mangiare, si sente in diritto di accomodarsi sulla mia poltrona davanti al televisore proprio quando comincia la  partita di calcio…
La somiglianza fra le donne e i gatti non l’ho certo inventata io, è forse uno stereotipo fin troppo  sfruttato. Ma se questa similitudine pare così diffusa, qualche ragione ci dovrà pure essere. Io vi devo sinceramente confessare di conoscere poco le donne e non ho mai avuto una grande simpatia per i gatti, ai quali preferisco di gran lunga i cani, cui credo in fondo di assomigliare, perché come loro sono incline a dare prima che a ricevere.
Nel sonetto che segue mi sono perciò lasciato andare anch’io a quello che è probabilmente solo un luogo comune sull’ affinità fra donne e gatti, precisando per dovere fin d’ora che all’interno del modo animale, cui tutti in fondo apparteniamo, la donna è di gran lunga quello più affascinante e misterioso.
Comunque la realtà è quella che vi ho descritta e che potrà confermare ogni lettore che possiede una gatta. Questa gattina in realtà si è inserita in casa mia in maniera un po’subdola, come vi ho detto, ha deciso di restare lì, ha fatto insomma quello che fanno in genere le donne, perché sono sempre loro a scegliere e a regalarci silenzi e slanci amorosi, capricci e gelosie, a improvvisare tenerezze, ardori e malizie.
Si fosse almeno una volta ricordata di essere una gatta e avesse provato a liberarmi il cuore dalla morecioleta!
 
 
E quando me vien rente la gatina
rufiana che la taca a sgnaolar,
l’è proprio come ti na smorosina
quando con mi te zughi a sivetar, 
 
e mi che la conosso sta manfrina
la schena ghe scominsio a caressar,       
i oci ghe sluse, l’è na medessina
che anca ti te la dopri par sognar!
 
Ma quando che son mi che vo a sercarla
e che la ciamo parché l’è in disparte,
che me despero e che voria catarla
 
come te serco ti par cocolarte,
me incorso se la riva za a vardarla    
ch’ela l’è lì, ma el cor da n’altra parte.

 

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LA MORECIOLETA

Cari lettori,

una giovane frequentatrice di questa rubrica del Circolo dei lettori, mi ha recentemente gratificato di complimenti per le mie storielle e i sonetti sugli animali che vi compaiono, scrivendomi anche che le ricordavano il “Bestiario”, la prima raccolta di poesie di Apollinaire.
Dovete perdonare questo momento di vanità, ma sentirsi paragonato ad Apollinaire non capita tutti i giorni, così molto lusingato sono andato subito a rileggermi questa raccolta di poesie del grande “collega” francese, una trentina di epigrammi che parlano appunto di animali, certo avendo prima ringraziato la mia gentile ammiratrice.
E sono debitore ad Apollinaire, mi pare doveroso ammetterlo fin d’ora, del primo verso di questo sonetto, dedicato ad un topo, tema che ha ispirato proprio una poesia del poeta d’oltralpe, presente nella raccolta citata. La mia è in realtà una morecioleta, ovvero un piccolo topo, come si dice in dialetto veronese, che nonostante le dimensioni minute e il vezzeggiativo del nome non ci conduce nel magico mondo dei cartoni animati, tanto caro ai bambini. Questa morecioleta ha la determinazione e forse anche l’istinto del killer: non si accontenta di mordicchiare il formaggio, come farebbero la maggior parte dei suoi simili, addirittura mi porta via un pezzetto di cuore alla volta.
Povero Armando, dirà qualcuno dei lettori, impietosito dal racconto. Certo quelli che scrivono poesie dovrebbero essere in grado con relativa facilità di fabbricarsi un cuore nuovo, adatto alle  varie occasioni della vita. Ma questo purtroppo non è il mio caso: il mio cuore è consumato lentamente e irrimediabilmente da questa morecioleta e temo che a nulla servirebbe un trapianto.
Qualche gentile lettore ha un topicida da prestarmi?
 
 
Te me ròseghi el cor, morecioleta
a toco a toco te lo porti via,
se veramente fussi un gran poeta
par ti uno novo adesso inventaria
 
e questa la saria la me vendeta
che tuto de velen lo impieniria
e quando te lo limi malingreta
con mi te moriressi invelenia.
 
E pur saveva ben che sempre el rato
de un toco de formaio el se contenta   
e po el se sconde apena riva el gato,
 
ti no te gh’è nissun che te spaventa,
un camposanto del me cor t’è fato
e te me fè morir de morte lenta.
 

 

 
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EL NAVIGATOR
 
Cari lettori,
una domenica della scorsa primavera con degli amici ho fatto una gita in corriera nella provincia di Bergamo. Il programma prevedeva anche la visita ad un’antica chiesa sperduta fra i campi, e per raggiungerla più velocemente l’autista si è affidato al navigatore, installato accanto al suo volante. L’apparecchio ci ha senza esitazione indirizzati in una stradina bianca in mezzo alla campagna, dove la corriera passava a malapena, ma dopo qualche chilometro la nostra corsa si è interrotta bruscamente, dato che il ponte, che avremmo dovuto attraversare, era crollato.
“Siete la terza corriera di oggi!” ci disse un contadino con tono più divertito che partecipe della nostra disavventura, spiegandoci che da tre mesi il ponte non esisteva più.
Questo episodio non mi spinge certo a trarre conclusioni affrettate, so bene che il navigatore è un mezzo molto utile, specie se ti trovi in un’altra città o all’estero. A volte però possono capitare degli inconvenienti, come quello successo a noi. Per niente scoraggiato, non ho voluto essere da meno dei miei amici, tutti provvisti di questa moderna tecnologia, e ho dotato anch’io la mia macchina dell’apparecchio, anche se mi ero abituato da sempre ad abbassare il finestrino e a chiedere informazioni alla gente che incontravo per  strada.
Sarà che diffido istintivamente di questi aggeggi, che in fondo annullano il rapporto con le persone, sarà perché ne ho scelto uno difettato, il fatto è che il mio navigatore non funziona, o meglio funziona a modo suo, come capirete leggendo.
Cosa mi consigliate, lo butto?
 
 
Me son crompado un bel navigator
così anca mi gò l’auto acessoriada
e quando che vo in giro lu el me ocor
che se na via me l’ò desmentegada
 
svelto me giuta col televisor
e me rimete su la giusta strada,
siben ve conto che mi gò el timor
che i m’à vendù na roba difetada.
 
L’è che ogni olta che ’l stranfier mi impisso
lu me compagna sempre e solo lì,
parché el gà in mente ’n unico indirisso
 
quel de la casa dove te stè ti.
Lo voi cambiar fin che l’è in garansia,
ma quel che vien da ti lo buto via?
 
 
 
 
 

 

 
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LA VEDOVA
 
Cari lettori,
finora vi ho parlato di una rana, del mio cagnetto, di un merlo, di una formica, di una sirena, del pesce rosso, insomma non siamo usciti dal regno degli animali e non vorrei pensaste a me come ad una specie di Esopo, anche se sarei solo lusingato di un simile raffronto.
Così per cambiare soggetto, vi parlerò di una persona in carne ed ossa, in questo caso di una signora, a dire la verità più carne che ossa, come capirete dal sonetto che segue.
Si può consolare una vedova? Non credo.
Ma se è la moglie del tuo caro amico Giovanni (il “Nane” della poesia), allora bisogna avere il coraggio di uscire dai soliti comportamenti, tipo la lettera di condoglianze, la telefonata di conforto, insomma tutte quelle formalità che sinceramente non vorrei gli amici più cari avessero nei miei riguardi, se fossi nelle vesti dello scomparso. D’altronde la Bibbia, come certo saprete, paragona sempre la triste situazione della vedova all’infelice destino degli orfani e degli stranieri, cui la vita ha parimenti riservato sofferenze e ci suggerisce nei suoi confronti un comportamento solidale.
E l’importanza della figura della vedova è sottolineata dai vangeli di Matteo e Luca, che raccontano quanto fosse modesto ma significativo di valore l’obolo della vedova nell’offerta al tempio.
Non vorrei dilungarmi troppo con esempi forse troppo impegnativi, era solo per ricordare di quanta considerazione goda questa figura femminile nei testi sacri e rammentarvi che rincuorare una vedova fa parte dei precetti evangelici. E non mi sembra poco.
Ecco perché penso che allora in simili circostanze occorra suonare il campanello, aspettare che la vedova apra la porta e ti faccia accomodare…
 
 
LA VEDOVA
 
Prima un bicer per ricordar el Nane
neghemo col secondo la tristessa,
col terso iè le lagreme lontane
la tira fora el pan co la sopressa
 
col quarto me la strenso fra le mane
col quinto provo a farghe na caressa,
la dise che la sente le campane
l’avea desmentegà la teneressa.
 
Così se vo a catar la vedovela
dopo un ricordo del me caro amigo
con un bicer e qualche me storiela
 
la se consola, el resto no lo digo.
La tola parecià, fuma na teia,
ormai me sento uno de fameia!
 
 
 
 
 

 

 
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EL PESSE ROSSO
 
Cari lettori,
vi rammentate quando da bambini andavamo al luna-park? Certamente io posso ricordare per lo più le emozioni riservate ai ragazzi, attratti dalla giostra chiamata calcio-in-culo e dagli autoscontri, mentre appena crescevi di qualche anno non potevi resistere agli inviti a cimentarti nel tiro a segno, peraltro con scarsi risultati nella mira, essendo gli occhi rivolti, più che ai gessetti cui sparare, al  seno generosamente esposto dalla giostraia.
Mi sono venute in mente le giostre qualche giorno fa, quando Carlo uno dei miei figli, che doveva assentarsi da Verona per lavoro, ci ha portato da casa sua una vaschetta con un pesce rosso, cui accudire in sua assenza.
E quello del pesce rosso era proprio uno degli stand del luna-park, quando lo frequentavo io. Ogni  pesciolino era posto dentro ad un boccetta circolare di vetro, disposta con molte altre su un tavolo all’interno dell’attrazione e per vincere la minuscola preda si doveva buttare una pallina da ping-pong sopra all’acqua della vaschetta.
Il problema non era quello di far centro, perché non occorreva una grande abilità per aggiudicarsi il piccolo premio. Il problema vero nasceva dopo, perché a casa dovevi cambiare l’acqua ogni giorno ad un recipiente certo più grande di quello del luna-park e dare da mangiare al pesciolino. E quando ne vinsi uno anch’io, mi  capitò come a tutti penso di affezionarmi a lui,  di dargli un nome e così in poco tempo divenne uno di casa. Gli parlavo e giocavo pure con lui e queste attenzioni erano ricambiate dal suo guizzare felice verso di me quando mi vedeva, perché anche lui in fondo sembrava mi volesse come parlare e comunicarmi qualcosa.
M’è venuto in mente questo piccolo pesce rosso qualche giorno fa e ho provato per un attimo la tristezza avvertita la mattina, in cui l’ho visto galleggiare immobile sulla superficie dell’acqua.
Chissà se anche i pesci rossi hanno un’ anima?
 
Gò na vascheta con un pesse rosso,
in meso ai libri de la scrivania
’ndo lu  ghe sguissa alegro e son comosso
de averghe fin che leso compagnia.
 
Cissà se ’l sogna d’essar nel Mar Rosso
na pessiolina arente lu voria,        
cissà se come a mi ghe bate indosso
un cor malado de malinconia.
 
Caro pesseto,  semo un po parenti
la vita la vardemo drio de un  vero
le cose ne par tute indifarenti
 
el bianco l’è missiado con el nero,
epur ne toca de girar contenti
anca se dove andemo l’è un mistero.
 
 

 

ISOLINA, ISOLINA

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Cari lettori,
il 16 gennaio del 1900 fu ritrovato nell'Adige il corpo tagliato a pezzi di una giovane, di nome Isolina Canuti.
Dell'omicidio fu incolpato un tenente, che frequentava con lei una trattoria in vicolo Chiodo e che l'aveva messa incinta. Subito rilasciato per mancanza di prove, fu difeso dalla borghesia della città e solo un giornale socialista lo accusò del delitto, che rimase peraltro impunito.
Sabato 16 gennaio 2010 (a 110 anni dal ritrovamento del corpo della povera Isolina) il nostro Circolo dei Lettori ha ricordato l'evento presso la sede della Letteraria con letture di testi ispirati alla sua vicenda. Alla fine dell' incontro abbiamo portato una rosa bianca in vicolo Chiodo, sotto un' erma romana con un volto di donna, che la pietà popolare vuole rappresenti il viso dell'infelice ragazza. Io ho scritto dei versi su questa storia, che vi propongo e che non intendono certo risolvere il giallo.
Le poesie seguono itinerari diversi.
 
Isolina, Isolina 
dài capisseme Isolina
massa fogo ne la testa
massa vin ne l’ostaria
massa ciasso massa gente
ti te canti col tenente,
compatisseme Isolina
te savei che séra mato
m’è bastado un to soriso,
vecio e sempio come un re
no g’ò più capì parché
le me mane le pregava
a vardarte le tremava,
dài consolame Isolina
massa fumo massa gente
ti te bali col tenente
massa vin ne l’ostaria
bruto mal la gelosia,
dài perdoname Isolina
se ste mane le strenseva
se ste mane le taiava
massa fogo ne la testa
gò un groveio de domande
e no cato le risposte
drento al vin de l’ostaria,
Isolina anema mia,
volea solo caressarte
ma la testa la s-ciopava
me insognava de basarte,
gò un groveio de domande
e ste mane le taiava
massa ciasso massa gente
cosa galo mai ’n tenente
che no posso averghe mi?
Dài rispondeme Isolina
sento l’Adese che cresse
massa fredo ne la testa
e no gò le to caresse
che me scaldarà nel fondo,
mi son za ne l’altro mondo
qua no gh’è più fumo e gente
basa pur el to tenente
ma sorideme Isolina
che gò fredo ne la testa
le me mane sa de giasso
qua no gh’è più vin e ciasso
che i me possa consolar,
se indormensa el to ricordo
e mi viagio verso el mar.
 

 

 

La sirena

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Cari lettori,
come forse i più affezionati fra di voi ricorderanno, l’anno scorso questi miei raccontini  avevano preso il via da un ricordo estivo, l’avventura in uno stagno montano con una rana, rivelatasi poi una principessa, che aveva rischiato di crearmi qualche problema familiare.
Quest’anno mia moglie ha pensato che fosse preferibile andare al mare, per evitarmi spiacevoli incontri e una mattina presto, mentre lei ancora dormiva, ho preso la mia canna da pesca e mi sono seduto sullo scoglio più alto del molo del campeggio, proprio a ridosso del mare.
Il sole stava per sorgere, il vento mi accarezzava il viso, le onde si infrangevano sugli scogli, liberando nell’aria il profumo della salsedine, insomma mi mancava solo un buon caffé per essere un uomo felice, quando ad un tratto la canna si è come impennata verso l’alto, cosa mai avrò pescato? Non ho avuto nemmeno il tempo di formulare una simile domanda, che avevo fra le mani una sirena!
Penserete che stia delirando, anche gli amici del bar non ci volevano credere, ma parlo proprio di una sirena, avete capito bene, una di quelle di Ulisse per intenderci. Vi assicuro che alla cinque del mattino ero perfettamente sobrio, insomma non mi potevo assolutamente sbagliare…
Ma adesso vi racconto:
 
Pescavo l’altro giorno de bonora
par verghe un qual pesseto da magnar, 
quand’eco co la cana ò tirà fora
una sirena che vivea nel mar
 
e l’è na dona bela par de sora
de soto un pesse bon da cusinar,
mi resto lì inocado par mesora
cissà quando lo conto a quei del bar!
 
“ No voi star qua, mi vegno a casa tua!”
ela me implora e i oci par sinceri,
così l’ò tolta in brasso e l’ò tegnua
 
e dopo la m’à dato du piaseri:
la parte sora me la son godua,
quela de soto me l’ò fata ai feri!

 
 
 
Non è che si deve sempre dare un significato a tutto, ma per trovare un qualche senso al sonetto, si potrebbe concludere che di una sirena, come di un maiale, se mi perdonate un accostamento assolutamente privo di poesia, non si butta via niente!
 
Armando Lenotti

 

 

La formigheta

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Cari lettori,
vado avanti a presentarvi il mio piccolo zoo domestico, dopo la rana, il cagnetto, il merlo, è ora la volta di una signorina un po’ impertinente, come vedrete voi stessi: una formichina.
Non fidatevi delle dimensioni e del diminutivo, perché la protagonista di questa storiella ha le idee chiare e uno scopo ben preciso da realizzare. Certo lei in realtà è una complice, se volete una specie di sicario o forse semplicemente si presta al gioco per divertimento o per spirito di avventura.
In fondo il seno di una signorina sdraiata nell’erba era una montagna probabilmente ardua da scalare per una formichina, cui doveva sembrare già difficile da raggiungere la sommità di un filo d’erba. 
Comunque io penso che  le cose molto spesso vanno così, se vogliamo trovare una modesta morale a questa storia: l’uomo è convinto di  essere un pescatore, ma è per lo più un pesce, che cade sempre nella rete tesa da quella meravigliosa e insostituibile compagna della vita, che è per sua fortuna la donna.                           
 
 
 
LA FORMIGHETA*

Corgà in un prà la sèra indormensada
e birichina una formigheta
fin ch’ela la dormea s’à rampegada
sul davansal de la so camiseta.
 
E alora a parar via sta scostumada
mi gò tocà sensa voler ’na teta,
de colpo la se sveia l’è rabiada
devento rosso, ma la dise s-ceta:
 
“Dai, semoloto, son stà mi che ò messo
la formigheta nel me regipeto,
te l’è tocado sensa el me parmesso
 
par  penitensa adesso voi un  baseto!” 
El cor così la m’à robà  n’amiga
e Dio ringrassio ancora e ’na formiga.

 
* A Georges Brassens
 

  Armando Lenotti

 

 

 

 

"El merlo"

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Cari lettori,
forse la dote più rara dell’amicizia è il saper ascoltare.
Non ricordo se l’abbia già scritto qualche saggio del passato, come Cicerone, che pure ci ha lasciato molte riflessioni sull’argomento, ma credo che di fronte all’amico che si rivolge a noi, il silenzio esprima attenzione, comprensione, solidarietà, affetto. Insomma il silenzio parla più di tante parole.
Io ho stabilito un simile rapporto di reciproca intesa con un amico particolare: il merlo della mia terrazza.
Succede così. Nelle prime tiepide serate primaverili con un bicchiere di vino e la chitarra mi siedo nella terrazza sopra il mio appartamento. Il sole sta tramontando e vedo rabbuiarsi le colline della nostra città e come scrive Wanda Girardi Castellani, la grande poetessa in dialetto veronese: “Le toresele gà tanti lumineti confusi co’ le stele”.
Allora strimpello un motivo e poi taccio, perché è il turno del merlo, che inizia a gorgheggiare a sua volta, canta da sopra l’antenna del televisore, su cui si è regolarmente appostato. Io allora mi godo il suo concerto e sento di essere uno spettatore d’eccezione, perché le sue melodie sono riservate solo  a me, come adesso vi racconto:
 

EL MERLO

Gh’è sempre un merlo ne la me terassa,

l’è su l’antena del televisor,
che se el me vede el taca la gran cassa
el canta el fis-cia el mete el bonumor.
 
Se co’ la recia nol ghe intiva massa
anche se el missia Aida e Trovator,
ghe porto lì un tocheto de fogassa
l’è par riconossensa al sonador.
 
Ma l’altro di gò visto che el tasea
che nol gavea voia de fis-ciar,
che el s’abia incorto che anca mi piansea
 
no l’era el tempo giusto par cantar?
G’avrà ciapà anca lu na qualche bota?
Saralo stà lassà da la merlota?

 

Ecco: penso sia questo quello che conta nella vera amicizia. Non vi sembra che il nostro reciproco silenzio sia una manifestazione di volerci veramente capire e rincuorare nel caso l’un l’altro, come vecchi compagni di scuola?

Non so se il mio amico avesse avuto una delusione amorosa, la razione di focaccia al solito la mattina seguente era sparita, in qualche modo penso così si sarà consolato. A proposito i merli maschi hanno il becco giallo, le femmine di colore bruno. Non credo che questo c’entri molto con questo racconto, è solo per dimostrarvi che ho qualche nozione di ornitologia. Forse un lettore si chiederà perchè anch’io fossi triste quella sera. Vi ho detto che in terrazza sono solito portarmi un bicchiere di vino e la chitarra. Allora sinceramente vi confesserò che quella volta ero malinconico, insomma sentivo che mi mancava qualcosa, avevo un profondo senso di infelicità, ma non dovuto a quello che potreste pensare, sareste assolutamente fuori strada, senza dimenticare poi che mia moglie è al piano di sotto…
Vi sto solo confidando che mi mancavano le sigarette.

 
Armando Lenotti
 

 

 
 

 


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"El me cagneto"

Cari lettori, 
  

ho letto recentemente un piccolo libro di un grande teologo e biblista, che mi permetto di suggerirvi: “Teologia degli animali” di Paolo De Benedetti, Morcelliana, euro 10.

L’autore come sapete è docente di  giudaismo e di antico testamento presso università italiane e ha scritto moltissimi libri su tali argomenti  In questa pubblicazione  propone una teologia che abbia al centro non solo l’uomo, che ne è stato finora l’unico protagonista, ma insieme a lui anche le creature minori, gli animali appunto che sono stati sempre completamente dimenticati. D’altronde, se si chiamano animali, avranno pure un’anima!
Non è solo un’affermazione genericamente etica e sentimentale, non è solo un richiamo alla nostra responsabilità quasi di tipo ecologico verso le creature, ognuna delle quali ha  diritto alla vita, alla propria realizzazione e a godere con noi del “giardino” regalatoci al momento della creazione.
C’è qualcosa di più sottile, che forse poteva scorgere non solo un esegeta biblico ma soprattutto un poeta: l’intravedere Dio nel dolore, nella fragilità degli animali. Nel loro sguardo quando patiscono, del tutto simile a quello dell’uomo, specie del bambino che soffre, De Benedetti scorge lo stesso sguardo del Creatore.
Insomma l’Autore ci invita a riflettere più profondamente sugli animali, a riconsiderare il rapporto fra Dio e le creature e questo rappresenta proprio una nuova visione della teologia,  in grado di esprimere  un’ alleanza fra il Creatore ed ogni essere vivente.
Ma adesso torniamo con i piedi o, se preferite, con le zampe per terra.
Vi parlo adesso dell’animale con il quale ho una vecchia e giornaliera frequentazione, dato che vive in casa mia da molto tempo:  il mio cane (uso, al solito, un sonetto in veronese per presentarvelo):


 
EL ME CAGNETO 

 
Quando vo a spasso con el me cagneto 
a na bancheta sempre el me tirona
’ndo iè sentade soto ’n albereto
na barboncina co la so parona.

A la cagneta lu ghe fa l’oceto 
voi dir che ’l bàia, salta, che fa el mona
mi so cosa gà in testa el me galeto,
l’è l’arte de l’amor ch’è busarona!

E par copiar l’esempio del paiasso
ieri m’è capità, par dirla s-ceta,
che quela siora me l’ò tolta in brasso
 
e fin che ’l can slenguava la cagneta
mi sèra drio basarme la parona…
me sa che semo su la strada bona!

 
  

Avete capito il soggetto? Si può dire che abbia un’ anima il mio cagnetto? Credo proprio di no, al massimo avrà un’animaccia.

Ma cosa volete io gli sono affezionato, anche se a volte ho l’impressione che tiri lui la corda, insomma sia lui il padrone. Mi perdonerete se cito la Bibbia,  è solo per restare in tema, ma nel mio caso capita il contrario di quanto racconta Genesi 1 27,28 “Dio creò l’uomo, il maschio e la femmina…dominate sugli uccelli, sui pesci, sugli esseri che strisciano sulla terra…”.
Può essere che il Padre Eterno si sia dimenticato dei cani, forse giudicandoli fin troppo mansueti e sottoposti all’uomo. Certo il mio sarebbe sicuramente sfuggito alle  raccomandazioni del testo sacro, capace com’è di mettermi in imbarazzo anche se io cerco in qualche modo di evitargli brutte figure, avvallandone per dire così il comportamento.
Comunque se qualche gentile lettrice avesse una cagnetta e venisse a passeggiare nei giardini vicini a casa mia, la posso  assicurare di essere assolutamente serio ed affidabile, perché resto tranquillo sulla mia panchina a leggere la Gazzetta dello Sport, insomma sono uno che al massimo parla del tempo o facezie simili.
Per il mio cagnetto invece non me la sento di dare alcuna garanzia, insomma per lui non metterei la mano, pardon, la zampa sul fuoco.
 
 
Armando Lenotti
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"La Rana"

Cari lettori, 

 
il paese di montagna in cui sono nato e dove trascorro ogni estate le mie vacanze è a ridosso dei boschi. Sopra la casa in cui abito, lasciati la strada ed il sentiero che le risale a fianco verso il passo, mi ritrovo in mezzo ad abeti e pini, che mi sono familiari come le cose più care.
Lì sono solito raggiungere proprio nel cuore del bosco un piccolo stagno, che esiste grazie ad una sorgente che lo alimenta con continuità, compensando così le perdite di acqua che si producono attraverso il fondo del bacino.
Attorno vi cresce una ricca vegetazione e vi si abbeverano gli animali che lì vivono: uccelli, volpi, caprioli. A me è capitato più volte, quando mi avvicino in religioso silenzio e dalla parte dove gli alberi sono più fitti, di veder bere qualche scoiattolo, che poi appena avvertita la mia presenza, scappa veloce a nascondersi sulla pianta più vicina.
L’altro giorno vi ho trovato una rana. Certo, mi direte, non è difficile incontrare questo animale in uno stagno. Avete ragione, però questa    rana aveva qualcosa di speciale, i suoi occhi brillavano di tristezza, mi guardavano, mi supplicavano come per chiedermi qualcosa. E infatti la rana si è messa a parlarmi e mi ha detto:” Non sono  una rana, sono una principessa!”. Beh, ragazzi, era una vita che aspettavo questo momento e sarete certo curiosi di conoscere il seguito del racconto. E allora eccolo qua, ve lo scrivo in forma poetica, sperando mi perdonerete la vanagloria dell’aggettivo (per il dialetto veronese sono certo non ci saranno difficoltà):

LA RANA

Na rana in un boscheto gò catà
che la m’à dito: “Son na principessa
na bruta stria qua drento m’à ingabià,
ma un baso tuo sarà la me salvessa!”

Eco che infati apena l’ò basà
deboto la devien na gran belessa,
de basi la m’à coerto e ringrassià
e me regala la so giovinessa.
Ma quando dopo a casa son tornado,
la facia de rosseto impastrociada,
gh’è me moier che me fa el terso grado
ci m’à basà la vol saver rabiada
e poco gh’è mancà che la me sbrana…
Podea contarghe ch’era stà na rana?  


Il sonetto, come sapete gentili lettori, ha una vocazione didascalica, per così dire moraleggiante.
Qual è allora la morale che possiamo trarre da questo sonetto? Forse che a fare del bene e ad essere sinceri ci si rimette? O che le donne non si fidano mai degli uomini?
E’ un campo troppo difficile per me, preferisco lasciare a voi le conclusioni., che aspetto di sapere attraverso le vostre risposte.
Per parte mia posso solo assicurarvi che non vi dirò mai dov’è il mio piccolo stagno: non vorrei avere problemi con la  moglie di qualche lettore!

Armando Lenotti 
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