L'ANGOLO DI..., a cura di Armando Lenotti

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Armando Lenotti

 

"L’angolo di…" è una rubrica di intrattenimento in cui il nostro accompagnatore e poeta dialettale Armando Lenotti ci diletterà mensilmente con un sonetto inedito e con le sue deliziose pillole di saggezza. Chi lo desidera, può scrivergli.

ISOLINA, ISOLINA

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Cari lettori,
il 16 gennaio del 1900 fu ritrovato nell'Adige il corpo tagliato a pezzi di una giovane, di nome Isolina Canuti.
Dell'omicidio fu incolpato un tenente, che frequentava con lei una trattoria in vicolo Chiodo e che l'aveva messa incinta. Subito rilasciato per mancanza di prove, fu difeso dalla borghesia della città e solo un giornale socialista lo accusò del delitto, che rimase peraltro impunito.
Sabato 16 gennaio 2010 (a 110 anni dal ritrovamento del corpo della povera Isolina) il nostro Circolo dei Lettori ha ricordato l'evento presso la sede della Letteraria con letture di testi ispirati alla sua vicenda. Alla fine dell' incontro abbiamo portato una rosa bianca in vicolo Chiodo, sotto un' erma romana con un volto di donna, che la pietà popolare vuole rappresenti il viso dell'infelice ragazza. Io ho scritto dei versi su questa storia, che vi propongo e che non intendono certo risolvere il giallo.
Le poesie seguono itinerari diversi.
 
Isolina, Isolina 
dài capisseme Isolina
massa fogo ne la testa
massa vin ne l’ostaria
massa ciasso massa gente
ti te canti col tenente,
compatisseme Isolina
te savei che séra mato
m’è bastado un to soriso,
vecio e sempio come un re
no g’ò più capì parché
le me mane le pregava
a vardarte le tremava,
dài consolame Isolina
massa fumo massa gente
ti te bali col tenente
massa vin ne l’ostaria
bruto mal la gelosia,
dài perdoname Isolina
se ste mane le strenseva
se ste mane le taiava
massa fogo ne la testa
gò un groveio de domande
e no cato le risposte
drento al vin de l’ostaria,
Isolina anema mia,
volea solo caressarte
ma la testa la s-ciopava
me insognava de basarte,
gò un groveio de domande
e ste mane le taiava
massa ciasso massa gente
cosa galo mai ’n tenente
che no posso averghe mi?
Dài rispondeme Isolina
sento l’Adese che cresse
massa fredo ne la testa
e no gò le to caresse
che me scaldarà nel fondo,
mi son za ne l’altro mondo
qua no gh’è più fumo e gente
basa pur el to tenente
ma sorideme Isolina
che gò fredo ne la testa
le me mane sa de giasso
qua no gh’è più vin e ciasso
che i me possa consolar,
se indormensa el to ricordo
e mi viagio verso el mar.
 

 

 

La sirena

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Cari lettori,
come forse i più affezionati fra di voi ricorderanno, l’anno scorso questi miei raccontini  avevano preso il via da un ricordo estivo, l’avventura in uno stagno montano con una rana, rivelatasi poi una principessa, che aveva rischiato di crearmi qualche problema familiare.
Quest’anno mia moglie ha pensato che fosse preferibile andare al mare, per evitarmi spiacevoli incontri e una mattina presto, mentre lei ancora dormiva, ho preso la mia canna da pesca e mi sono seduto sullo scoglio più alto del molo del campeggio, proprio a ridosso del mare.
Il sole stava per sorgere, il vento mi accarezzava il viso, le onde si infrangevano sugli scogli, liberando nell’aria il profumo della salsedine, insomma mi mancava solo un buon caffé per essere un uomo felice, quando ad un tratto la canna si è come impennata verso l’alto, cosa mai avrò pescato? Non ho avuto nemmeno il tempo di formulare una simile domanda, che avevo fra le mani una sirena!
Penserete che stia delirando, anche gli amici del bar non ci volevano credere, ma parlo proprio di una sirena, avete capito bene, una di quelle di Ulisse per intenderci. Vi assicuro che alla cinque del mattino ero perfettamente sobrio, insomma non mi potevo assolutamente sbagliare…
Ma adesso vi racconto:
 
Pescavo l’altro giorno de bonora
par verghe un qual pesseto da magnar, 
quand’eco co la cana ò tirà fora
una sirena che vivea nel mar
 
e l’è na dona bela par de sora
de soto un pesse bon da cusinar,
mi resto lì inocado par mesora
cissà quando lo conto a quei del bar!
 
“ No voi star qua, mi vegno a casa tua!”
ela me implora e i oci par sinceri,
così l’ò tolta in brasso e l’ò tegnua
 
e dopo la m’à dato du piaseri:
la parte sora me la son godua,
quela de soto me l’ò fata ai feri!

 
 
 
Non è che si deve sempre dare un significato a tutto, ma per trovare un qualche senso al sonetto, si potrebbe concludere che di una sirena, come di un maiale, se mi perdonate un accostamento assolutamente privo di poesia, non si butta via niente!
 
Armando Lenotti

 

 

La formigheta

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Cari lettori,
vado avanti a presentarvi il mio piccolo zoo domestico, dopo la rana, il cagnetto, il merlo, è ora la volta di una signorina un po’ impertinente, come vedrete voi stessi: una formichina.
Non fidatevi delle dimensioni e del diminutivo, perché la protagonista di questa storiella ha le idee chiare e uno scopo ben preciso da realizzare. Certo lei in realtà è una complice, se volete una specie di sicario o forse semplicemente si presta al gioco per divertimento o per spirito di avventura.
In fondo il seno di una signorina sdraiata nell’erba era una montagna probabilmente ardua da scalare per una formichina, cui doveva sembrare già difficile da raggiungere la sommità di un filo d’erba. 
Comunque io penso che  le cose molto spesso vanno così, se vogliamo trovare una modesta morale a questa storia: l’uomo è convinto di  essere un pescatore, ma è per lo più un pesce, che cade sempre nella rete tesa da quella meravigliosa e insostituibile compagna della vita, che è per sua fortuna la donna.                           
 
 
 
LA FORMIGHETA*

Corgà in un prà la sèra indormensada
e birichina una formigheta
fin ch’ela la dormea s’à rampegada
sul davansal de la so camiseta.
 
E alora a parar via sta scostumada
mi gò tocà sensa voler ’na teta,
de colpo la se sveia l’è rabiada
devento rosso, ma la dise s-ceta:
 
“Dai, semoloto, son stà mi che ò messo
la formigheta nel me regipeto,
te l’è tocado sensa el me parmesso
 
par  penitensa adesso voi un  baseto!” 
El cor così la m’à robà  n’amiga
e Dio ringrassio ancora e ’na formiga.

 
* A Georges Brassens
 

  Armando Lenotti

 

 

 

 

"El merlo"

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Cari lettori,
forse la dote più rara dell’amicizia è il saper ascoltare.
Non ricordo se l’abbia già scritto qualche saggio del passato, come Cicerone, che pure ci ha lasciato molte riflessioni sull’argomento, ma credo che di fronte all’amico che si rivolge a noi, il silenzio esprima attenzione, comprensione, solidarietà, affetto. Insomma il silenzio parla più di tante parole.
Io ho stabilito un simile rapporto di reciproca intesa con un amico particolare: il merlo della mia terrazza.
Succede così. Nelle prime tiepide serate primaverili con un bicchiere di vino e la chitarra mi siedo nella terrazza sopra il mio appartamento. Il sole sta tramontando e vedo rabbuiarsi le colline della nostra città e come scrive Wanda Girardi Castellani, la grande poetessa in dialetto veronese: “Le toresele gà tanti lumineti confusi co’ le stele”.
Allora strimpello un motivo e poi taccio, perché è il turno del merlo, che inizia a gorgheggiare a sua volta, canta da sopra l’antenna del televisore, su cui si è regolarmente appostato. Io allora mi godo il suo concerto e sento di essere uno spettatore d’eccezione, perché le sue melodie sono riservate solo  a me, come adesso vi racconto:
 

EL MERLO

Gh’è sempre un merlo ne la me terassa,

l’è su l’antena del televisor,
che se el me vede el taca la gran cassa
el canta el fis-cia el mete el bonumor.
 
Se co’ la recia nol ghe intiva massa
anche se el missia Aida e Trovator,
ghe porto lì un tocheto de fogassa
l’è par riconossensa al sonador.
 
Ma l’altro di gò visto che el tasea
che nol gavea voia de fis-ciar,
che el s’abia incorto che anca mi piansea
 
no l’era el tempo giusto par cantar?
G’avrà ciapà anca lu na qualche bota?
Saralo stà lassà da la merlota?

 

Ecco: penso sia questo quello che conta nella vera amicizia. Non vi sembra che il nostro reciproco silenzio sia una manifestazione di volerci veramente capire e rincuorare nel caso l’un l’altro, come vecchi compagni di scuola?

Non so se il mio amico avesse avuto una delusione amorosa, la razione di focaccia al solito la mattina seguente era sparita, in qualche modo penso così si sarà consolato. A proposito i merli maschi hanno il becco giallo, le femmine di colore bruno. Non credo che questo c’entri molto con questo racconto, è solo per dimostrarvi che ho qualche nozione di ornitologia. Forse un lettore si chiederà perchè anch’io fossi triste quella sera. Vi ho detto che in terrazza sono solito portarmi un bicchiere di vino e la chitarra. Allora sinceramente vi confesserò che quella volta ero malinconico, insomma sentivo che mi mancava qualcosa, avevo un profondo senso di infelicità, ma non dovuto a quello che potreste pensare, sareste assolutamente fuori strada, senza dimenticare poi che mia moglie è al piano di sotto…
Vi sto solo confidando che mi mancavano le sigarette.

 
Armando Lenotti
 

 

 
 

 


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"El me cagneto"

Cari lettori, 
  

ho letto recentemente un piccolo libro di un grande teologo e biblista, che mi permetto di suggerirvi: “Teologia degli animali” di Paolo De Benedetti, Morcelliana, euro 10.

L’autore come sapete è docente di  giudaismo e di antico testamento presso università italiane e ha scritto moltissimi libri su tali argomenti  In questa pubblicazione  propone una teologia che abbia al centro non solo l’uomo, che ne è stato finora l’unico protagonista, ma insieme a lui anche le creature minori, gli animali appunto che sono stati sempre completamente dimenticati. D’altronde, se si chiamano animali, avranno pure un’anima!
Non è solo un’affermazione genericamente etica e sentimentale, non è solo un richiamo alla nostra responsabilità quasi di tipo ecologico verso le creature, ognuna delle quali ha  diritto alla vita, alla propria realizzazione e a godere con noi del “giardino” regalatoci al momento della creazione.
C’è qualcosa di più sottile, che forse poteva scorgere non solo un esegeta biblico ma soprattutto un poeta: l’intravedere Dio nel dolore, nella fragilità degli animali. Nel loro sguardo quando patiscono, del tutto simile a quello dell’uomo, specie del bambino che soffre, De Benedetti scorge lo stesso sguardo del Creatore.
Insomma l’Autore ci invita a riflettere più profondamente sugli animali, a riconsiderare il rapporto fra Dio e le creature e questo rappresenta proprio una nuova visione della teologia,  in grado di esprimere  un’ alleanza fra il Creatore ed ogni essere vivente.
Ma adesso torniamo con i piedi o, se preferite, con le zampe per terra.
Vi parlo adesso dell’animale con il quale ho una vecchia e giornaliera frequentazione, dato che vive in casa mia da molto tempo:  il mio cane (uso, al solito, un sonetto in veronese per presentarvelo):


 
EL ME CAGNETO 

 
Quando vo a spasso con el me cagneto 
a na bancheta sempre el me tirona
’ndo iè sentade soto ’n albereto
na barboncina co la so parona.

A la cagneta lu ghe fa l’oceto 
voi dir che ’l bàia, salta, che fa el mona
mi so cosa gà in testa el me galeto,
l’è l’arte de l’amor ch’è busarona!

E par copiar l’esempio del paiasso
ieri m’è capità, par dirla s-ceta,
che quela siora me l’ò tolta in brasso
 
e fin che ’l can slenguava la cagneta
mi sèra drio basarme la parona…
me sa che semo su la strada bona!

 
  

Avete capito il soggetto? Si può dire che abbia un’ anima il mio cagnetto? Credo proprio di no, al massimo avrà un’animaccia.

Ma cosa volete io gli sono affezionato, anche se a volte ho l’impressione che tiri lui la corda, insomma sia lui il padrone. Mi perdonerete se cito la Bibbia,  è solo per restare in tema, ma nel mio caso capita il contrario di quanto racconta Genesi 1 27,28 “Dio creò l’uomo, il maschio e la femmina…dominate sugli uccelli, sui pesci, sugli esseri che strisciano sulla terra…”.
Può essere che il Padre Eterno si sia dimenticato dei cani, forse giudicandoli fin troppo mansueti e sottoposti all’uomo. Certo il mio sarebbe sicuramente sfuggito alle  raccomandazioni del testo sacro, capace com’è di mettermi in imbarazzo anche se io cerco in qualche modo di evitargli brutte figure, avvallandone per dire così il comportamento.
Comunque se qualche gentile lettrice avesse una cagnetta e venisse a passeggiare nei giardini vicini a casa mia, la posso  assicurare di essere assolutamente serio ed affidabile, perché resto tranquillo sulla mia panchina a leggere la Gazzetta dello Sport, insomma sono uno che al massimo parla del tempo o facezie simili.
Per il mio cagnetto invece non me la sento di dare alcuna garanzia, insomma per lui non metterei la mano, pardon, la zampa sul fuoco.
 
 
Armando Lenotti
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"La Rana"

Cari lettori, 

 
il paese di montagna in cui sono nato e dove trascorro ogni estate le mie vacanze è a ridosso dei boschi. Sopra la casa in cui abito, lasciati la strada ed il sentiero che le risale a fianco verso il passo, mi ritrovo in mezzo ad abeti e pini, che mi sono familiari come le cose più care.
Lì sono solito raggiungere proprio nel cuore del bosco un piccolo stagno, che esiste grazie ad una sorgente che lo alimenta con continuità, compensando così le perdite di acqua che si producono attraverso il fondo del bacino.
Attorno vi cresce una ricca vegetazione e vi si abbeverano gli animali che lì vivono: uccelli, volpi, caprioli. A me è capitato più volte, quando mi avvicino in religioso silenzio e dalla parte dove gli alberi sono più fitti, di veder bere qualche scoiattolo, che poi appena avvertita la mia presenza, scappa veloce a nascondersi sulla pianta più vicina.
L’altro giorno vi ho trovato una rana. Certo, mi direte, non è difficile incontrare questo animale in uno stagno. Avete ragione, però questa    rana aveva qualcosa di speciale, i suoi occhi brillavano di tristezza, mi guardavano, mi supplicavano come per chiedermi qualcosa. E infatti la rana si è messa a parlarmi e mi ha detto:” Non sono  una rana, sono una principessa!”. Beh, ragazzi, era una vita che aspettavo questo momento e sarete certo curiosi di conoscere il seguito del racconto. E allora eccolo qua, ve lo scrivo in forma poetica, sperando mi perdonerete la vanagloria dell’aggettivo (per il dialetto veronese sono certo non ci saranno difficoltà):

LA RANA

Na rana in un boscheto gò catà
che la m’à dito: “Son na principessa
na bruta stria qua drento m’à ingabià,
ma un baso tuo sarà la me salvessa!”

Eco che infati apena l’ò basà
deboto la devien na gran belessa,
de basi la m’à coerto e ringrassià
e me regala la so giovinessa.
Ma quando dopo a casa son tornado,
la facia de rosseto impastrociada,
gh’è me moier che me fa el terso grado
ci m’à basà la vol saver rabiada
e poco gh’è mancà che la me sbrana…
Podea contarghe ch’era stà na rana?  


Il sonetto, come sapete gentili lettori, ha una vocazione didascalica, per così dire moraleggiante.
Qual è allora la morale che possiamo trarre da questo sonetto? Forse che a fare del bene e ad essere sinceri ci si rimette? O che le donne non si fidano mai degli uomini?
E’ un campo troppo difficile per me, preferisco lasciare a voi le conclusioni., che aspetto di sapere attraverso le vostre risposte.
Per parte mia posso solo assicurarvi che non vi dirò mai dov’è il mio piccolo stagno: non vorrei avere problemi con la  moglie di qualche lettore!

Armando Lenotti 
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