ho letto recentemente un piccolo libro di un grande teologo e biblista, che mi permetto di suggerirvi: “Teologia degli animali” di Paolo De Benedetti, Morcelliana, euro 10.
L’autore come sapete è docente di giudaismo e di antico testamento presso università italiane e ha scritto moltissimi libri su tali argomenti In questa pubblicazione propone una teologia che abbia al centro non solo l’uomo, che ne è stato finora l’unico protagonista, ma insieme a lui anche le creature minori, gli animali appunto che sono stati sempre completamente dimenticati. D’altronde, se si chiamano animali, avranno pure un’anima!
Non è solo un’affermazione genericamente etica e sentimentale, non è solo un richiamo alla nostra responsabilità quasi di tipo ecologico verso le creature, ognuna delle quali ha diritto alla vita, alla propria realizzazione e a godere con noi del “giardino” regalatoci al momento della creazione.
C’è qualcosa di più sottile, che forse poteva scorgere non solo un esegeta biblico ma soprattutto un poeta: l’intravedere Dio nel dolore, nella fragilità degli animali. Nel loro sguardo quando patiscono, del tutto simile a quello dell’uomo, specie del bambino che soffre, De Benedetti scorge lo stesso sguardo del Creatore.
Insomma l’Autore ci invita a riflettere più profondamente sugli animali, a riconsiderare il rapporto fra Dio e le creature e questo rappresenta proprio una nuova visione della teologia, in grado di esprimere un’ alleanza fra il Creatore ed ogni essere vivente.
Ma adesso torniamo con i piedi o, se preferite, con le zampe per terra.
Vi parlo adesso dell’animale con il quale ho una vecchia e giornaliera frequentazione, dato che vive in casa mia da molto tempo: il mio cane (uso, al solito, un sonetto in veronese per presentarvelo):
EL ME CAGNETO
Quando vo a spasso con el me cagneto
a na bancheta sempre el me tirona
’ndo iè sentade soto ’n albereto
na barboncina co la so parona.
A la cagneta lu ghe fa l’oceto
voi dir che ’l bàia, salta, che fa el mona
mi so cosa gà in testa el me galeto,
l’è l’arte de l’amor ch’è busarona!
E par copiar l’esempio del paiasso
ieri m’è capità, par dirla s-ceta,
che quela siora me l’ò tolta in brasso
e fin che ’l can slenguava la cagneta
mi sèra drio basarme la parona…
me sa che semo su la strada bona!
Avete capito il soggetto? Si può dire che abbia un’ anima il mio cagnetto? Credo proprio di no, al massimo avrà un’animaccia.
Ma cosa volete io gli sono affezionato, anche se a volte ho l’impressione che tiri lui la corda, insomma sia lui il padrone. Mi perdonerete se cito la Bibbia, è solo per restare in tema, ma nel mio caso capita il contrario di quanto racconta Genesi 1 27,28 “Dio creò l’uomo, il maschio e la femmina…dominate sugli uccelli, sui pesci, sugli esseri che strisciano sulla terra…”.
Può essere che il Padre Eterno si sia dimenticato dei cani, forse giudicandoli fin troppo mansueti e sottoposti all’uomo. Certo il mio sarebbe sicuramente sfuggito alle raccomandazioni del testo sacro, capace com’è di mettermi in imbarazzo anche se io cerco in qualche modo di evitargli brutte figure, avvallandone per dire così il comportamento.
Comunque se qualche gentile lettrice avesse una cagnetta e venisse a passeggiare nei giardini vicini a casa mia, la posso assicurare di essere assolutamente serio ed affidabile, perché resto tranquillo sulla mia panchina a leggere la Gazzetta dello Sport, insomma sono uno che al massimo parla del tempo o facezie simili.
Per il mio cagnetto invece non me la sento di dare alcuna garanzia, insomma per lui non metterei la mano, pardon, la zampa sul fuoco.