Uno Strega da rifare

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Paolo Giordano con “ La solitudine dei numeri primi” edito da Mondadori, dall’alto dei 163 voti presi, ha vinto il Premio Strega 2008. Della cinquina facevano parte anche Ermanno Rea con il suo “Napoli Ferrovia” (Rizzoli), 118 voti; Cristina Comencini con “L’illusione del bene” (Feltrinelli), 43 voti; Diego De Silva con “ Non avevo capito niente” (Einaudi), 22 voti e, infine Lidia Ravera con “ Le seduzioni dell’inverno” (Nottetempo), 20 voti. Il Premio Strega è un riconoscimento che viene assegnato annualmente a un libro edito in Italia. Nato nel 1947 nel salotto letterario di Maria e Goffredo Bellonci con l’aiuto del proprietario del liquore Strega, dal 1983 è organizzato e gestito dalla Fondazione Bellonci, che si avvale di 400 giurati che costituiscono, da decenni, “Gli amici della domenica”. La vittoria di Giordano, annunciata per altro da settimane, ha un po’ sconcertato.
L’autore ha 26 anni, è un esordiente. In questo libro tira fuori la sua idea del mondo e delle cose, traendone un potenziale romanzo generazionale. I personaggi sono prima bambini e poi ragazzi contrassegnati da un’aura di eccezione, di davvero fuori dell’ordinario. Giordano esercita un ferreo controllo sulla lingua. La tensione del romanzo scema però verso la fine.
La storia c’è, ma le manca il guizzo finale: diventa così un saggio sul come farsi divorare dalla solitudine invece che dall’amore. Sembra presto per parlare di un nuovo genio della scrittura. E’invece possibile rintracciare in questo come in altri autori sotto i trent’anni tematiche e caratteristiche nuove. Si forma l’idea di una letteratura più individuale, che ha volutamente perso di vista il Paese, e riflette piuttosto sul corpo e la famiglia.
L’opera di Ermanno Rea a parere di molti è migliore: l’autore ottantenne, con un libro delizioso, doveva arrivare primo. I suoi libri hanno sempre i suoni ed i profumi del Mediterraneo. In questo, in particolare, c’è un grido di dolore per l’amata Napoli in decadenza assolutamente attuale. Gli altri romanzi, pur con una loro dignità letteraria, non sono capolavori, e hanno il difetto di essere espressione di una determinata politica editoriale che non consiste nell’ offrire l’attuale migliore letteratura di casa nostra, ma nell’assicurarsi il maggior successo di vendite grazie ai favori di un pubblico che consuma di tutto, compreso qualche libro.
Trionfa allora la medietà, favorita soprattutto da campagne di quotidiani e rotocalchi che garantiscono a una storia un po’ inquietante con un lessico dal registro medio il consenso della critica e quello del pubblico. Guardando ai precedenti vincitori, siamo assaliti dallo sconforto. Vuoi mettere i vecchi Ennio Flaiano, Alberto Moravia, Mario Soldati, Elsa Morante, ma anche i recenti Dacia Maraini e Maurizio Maggiani? E’ che il premio è diventato un tarocco: i 400 amici della domenica, gente del bel mondo priva della curiosità e della brillantezza di un tempo, si fanno prendere con facilità la mano dalle importanti case editrici: è una coincidenza che per due anni consecutivi, sia stata premiata la stessa? Sui giornali sono stati annunciati cambiamenti: ci sarà una rotazione nella composizione della giuria, o saranno sempre gli stessi? Aspettiamo un colpo felice. Il premio Strega merita, per la sua storia, di non venire consumato come un paio di scarpe o una vacanza.

”Un uomo di parola”, di Imma Monsò, Neri Pozza Editore, pp. 255 - Premio “Scrivere per amore” 2008

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Due sono gli impulsi sperimentati dal lettore (maschio) di fronte a questo bel romanzo autobiografico della scrittrice catalana Imma Monsò: il desiderio di essere all’altezza dell’uomo descritto nel libro - non solo per la qualità delineata nel titolo - e il bisogno di essere amato con la completezza, l’abbandono e l’intelligenza con cui il protagonista viene amato.
Per la soddisfazione del primo impulso è necessario essere molto ricchi interiormente, intelligenti, amanti dell’umanità, lontani dalle meschinità quotidiane e dotati di grande carisma (attributo quest’ultimo magnificamente descritto in alcune memorabili pagine del romanzo e inottenibile per mezzo della volontà, in quanto dono gratuito degli dei).
La realizzazione del secondo impulso richiede lo sguardo, la sensibilità e soprattutto l’esistenza di una donna acuta, appassionata e anticonformista come l’autrice. Una femmina che scopre l’amore vero nel momento in cui si accorge della falsità dei precedenti e che agisce giorno per giorno, lungo gli anni, alla costruzione di un rapporto di coppia perfetto, con la pazienza e l’entusiasmo di chi sa di possedere un tesoro inestimabile.
Il libro nasce dalla fine di questo rapporto, dal bisogno di superare la morte del compagno continuando a vivere. E qui si manifesta la straordinarietà dell’opera: il lutto non esprime tutta la tristezza che ci si aspetterebbe, anzi. Il monumento all’amore e al suo oggetto prematuramente scomparso viene innalzato su sentimenti solari, sulla gioia di aver incontrato un uomo così giusto e sulla gratitudine per la fortuna di averlo avuto al fianco. Sulla calda dolcezza del suo ricordo.
L’urgenza di tale operazione, anziché essere fatale al romanzo, viene a identificarsi magicamente con la vita stessa, ne trasmette il miracolo, contagia di felice trepidazione, supera la sfera personale e accede con naturalezza a quella universale.
Apprendendo quanto la vita possa essere dolorosa nella perdita ma meravigliosa in tutti gli istanti che l’hanno preceduta, il lettore viene attratto dalla bellezza dell’esistere e catapultato nel cosmo delle relazioni umane con fervore nuovo, dimenticando forse (se maschio) di aver sviluppato i due impulsi di cui sopra.
Marco Ongaro

“Il Paesaggio e il silenzio” di Eugenio Turri, Marsilio Editore pp. 256

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E il silenzio?... Se avete fretta, se siete immersi nel rumore e drogati di virtualità, allora non leggete “Il Paesaggio e il silenzio” di Eugenio Turri. Se invece volete gustare “il silenzio del silenzio” di un paesaggio, considerare l’aria il liquido amniotico che culla il cielo, pensare alla musica come pausa di silenzio e armonia di contrasti, vivere il territorio come attori protagonisti del suo rispetto, crearvi una coscienza civile che fermi il degrado, allora questo libro non solo è utile, ma diventa indispensabile. Non è solo un saggio/raccolta di articoli che spaziano dal rumore e il silenzio (primo capitolo), al paesaggio perduto e i nuovi paesaggi (ultimo degli 11 capitoli) attraverso lo “sguardo dell’aquila e l’occhio del satellite”, oppure attraverso la solitudine del deserto: in questo libro Turri riesce a farci riappropriare dell’amore/memoria dei luoghi attraverso un’educazione al silenzio, coniugando visibilità e riflessione interiore, per ripensare attraverso il paesaggio alla nostra identità. Almec

“ La donna del ritratto” di Javier Cercas , Guanda, pp. 279

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Javier Cercas è uno dei giovani scrittori spagnoli che si sono conquistati forti riconoscimenti da parte della critica letteraria europea. Con Guanda ha già pubblicato " I soldati di Salamina", romanzo epico sulla Spagna della resistenza al caudillo Franco, e " La velocità della luce", dove si ripercorre il cammino dell'orrore della guerra americana in Vietnam. "La donna del ritratto" si colloca su un altro piano. Il romanzo, scritto probabilmente prima degli altri due, è il diario di Tomàs, assistente universitario di trentasette anni, indolente e scisso tra impulsi contraddittori come molti della sua età. Nella Barcellona cosmopolita di oggi, mentre la moglie è lontana, all'uscita da un cinema dove non a caso proiettano il film di Fritz Lang " La ragazza del ritratto", gli irrompe davanti una donna con la quale aveva avuto una relazione sentimentale in gioventù. Il libro non ci riserva i bagliori degli altri due, ma con lentezza si sofferma sui temi della vita sentimentale, vissuta approssimativamente tra finti attimi di felicità e continui inganni, tra demenziali episodi da vaudeville e dolorose considerazioni su di sé. Cercas gioca sul tema dell'amore ritrovato, ma dopo una lunga fase di tensione emotiva, calatosi nella mediocrità del personaggio, liquida il tutto "come riaccendere una sigaretta spenta: è la stessa ma non ha più il sapore di prima". L'autore, in un punto dello scritto, mette in bocca a un tale Javier Cercas scrittore alcune considerazioni personali sulla differenza tra "scrittore" e "romanziere" e, in compagnia di amici in un cenacolo di letterati, esprime sapienti commenti. Del romanziere conferma quindi la capacità di inventare. Dell'intellettuale lo spessore erudito. Alla fine, al lettore sembra di avere appena osservato uno di quei quadri astratti che lo costringono a riflettere su se stesso e sul mondo. Cagnolone

“ L’educazione sentimentale di C.B.”, di Margherita Giacobino, La Tartaruga edizioni, pp 289.

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Il libro si compone di sei capitoli e tratta di una vera e propria educazione sentimentale. Educazione non tanto ai sentimenti, quanto attraverso i sentimenti della vita di C.B. negli anni che vanno dall’infanzia fino all’irrompere della maggiore età. C.B. sta per Charlie Brown, il mitico cartoon, indifeso e innamorato senza speranza della ragazzina con i capelli rossi. La Giacobino adopera un linguaggio femminile dolce, intenso e semplice. Precisa e ricca nella descrizione del paesaggio, degli oggetti, delle figure umane. L’ambiente è quello della provincia di Torino a cavallo tra gli anni ’50 e ’60. Il personaggio è inizialmente una bambina. C’è una madre bella ma occupata nel lavoro fino alla stanchezza.C’è una zia brontolona e dedita alle faccende di casa. Non abbiamo a che fare con il classico racconto autobiografico in prima persona o in terza, ma con un modo narrativo meno usuale: quello del tu. La bambina ha qualcosa di particolare: si lascia catturare dalla lettura e gioca alla famiglia con le amichette Melania e Cinzia, attribuendosi il ruolo del papà. Da adolescente si innamora di una compagna di scuola, mai avvicinata. Poi ancora c’è l’amore per la compagna di banco e, all’Università, di una docente. Insomma, la storia di una donna che ama le donne.
Con una scrittura che apre squarci sui sentimenti e le sensazioni nelle varie fasi della giovinezza, sui pensieri avventurosi ed eretici. Il romanzo, dopo lunghe vicende, si chiude con la morte della zia Delfina. Per la protagonista è il momento del ritorno a casa e del suo faccia a faccia con la madre e con tutte le donne della famiglia. Nella camera dove “ un muro di schiene femminili stanno lavando e vestendo la zia”, la protagonista si sente ancora più vicina e partecipe della cospirazione protettiva delle donne e senza ombre misura la propria sicurezza e serenità. C.B., con difficoltà, ha preso il suo posto nel mondo e tra gli altri. Cagnolone
 
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