In cerca di patria: intervista a Jhumpa Lahiri

Jhumpa Lahiri
“Non mi sento americana, ma neanche indiana come i miei genitori”
Nella gamma degli stati d'animo che hanno il potere di allietare o affliggere gli essere umani, ce n'è uno ormai diffuso in Occidente come la depressione, che non sembra concesso agli immigrati. Non a quelli che si sono lasciati alle spalle storie di violenza e di orrore (come i personaggi di Junot Diaz in Breve e favolosa vita di Oscar Wao, la cui lotta per la sopravvivenza nei ghetti del New Jersey non ammette distrazioni). Né alla prima generazione di immigrati indiani dei nuovi, sommessi, malinconici e assolutamente meravigliosi racconti di Jhumpa Lahiri, Una nuova terra (in uscita da Guanda nell'ottima traduzione di Federica Oddera): persone così stremate dalla fatica di adattarsi a una terra nuova e una nuova cultura, che parole come depressione, realizzazione di sè, persino felicità, sembrano loro irrilevanti. Lussi da americani.
Non ai loro figli, però. Non a quei ragazzi cresciuti nella consapevolezza delle aspettative dei genitori, che in gran parte si laureeranno brillantemente e avranno successo, come Jhumpa Lahiri. Ma che in alcuni casi cercheranno invece la propria autonomia nel fallimento, e vivranno da depressi o magari alcolisti, sotto lo sguardo incredulo dei genitori.
<<Ho voluto descrivere la mia esperienza e quella di altri cresciuti in un ambiente simile al mio>> racconta Jhumpa Lahiri, calma e solare nella sua casa di Brooklyn. Ha voluto descrivere, cioè, in questi otto lunghi racconti scritti con la naturalezza di chi non lascia impronte, l'esperienza insieme specialissima e normale di una bambina indiana nata a Londra nel 1967, che a tre anni si è trasferita nel Rhode Island con il padre bibliotecario, la madre e la sorella; si è laureata al Barnard College, ha preso tre master in letteratura alla Boston University, un dottorato in studi rinascimentali, ha vinto un Pulitzer con il primo dei racconti, L'interprete dei malanni, e dopo quattro anni ha visto il suo romanzo L'omonimo diventare un bestseller e un film di Mira Nair. << I miei genitori, bengalesi, venivano dalla classe media istruita. Mio padre ha preso molti diplomi ma in America non è riuscito a finire il dottorato, e io mi sono fatta carico di realizzare quel sogno per lui. Mia madre invece aveva già un master prima di lasciare l'India, ma arrivata qui ha scoperto che i suoi studi non avevano valore, e ha dovuto are la casalinga >>. La sorella oggi insegna all'università.
Certo Jhumpa Lahiri è cambiata. È cambiata sensibilmente da quando, quasi dieci anni fa, Marco Zapparoli l'ha scoperta e ha pubblicato da Marcos y Marcos L'interprete dei malanni. Se allora colpiva per la ricchezza di sfumature con cui argomentava tra le righe che l'unica vera patria è quella che ti permette di diventare te stesso, indipendentemente da dove sei nato e cresciuto (e anche per la sua avvenenza degna di una dea, sottile e femminile come una Parvati della grande scultura induista) oggi colpisce per la serietà con cui sembra aver messo le briglie alla propria bellezza (i capelli tagliati all'altezza delle spalle, le scarpe basse, la gonna dritta, il golfino e il viso senza trucco) senza riuscirci. Ma il cambiamento c'è stato: Jhumpa si è sposata, ha avuto due bambini, è cresciuta, ha scritto il suo libro più bello.
Certo Jhumpa Lahiri è cambiata. È cambiata sensibilmente da quando, quasi dieci anni fa, Marco Zapparoli l'ha scoperta e ha pubblicato da Marcos y Marcos L'interprete dei malanni. Se allora colpiva per la ricchezza di sfumature con cui argomentava tra le righe che l'unica vera patria è quella che ti permette di diventare te stesso, indipendentemente da dove sei nato e cresciuto (e anche per la sua avvenenza degna di una dea, sottile e femminile come una Parvati della grande scultura induista) oggi colpisce per la serietà con cui sembra aver messo le briglie alla propria bellezza (i capelli tagliati all'altezza delle spalle, le scarpe basse, la gonna dritta, il golfino e il viso senza trucco) senza riuscirci. Ma il cambiamento c'è stato: Jhumpa si è sposata, ha avuto due bambini, è cresciuta, ha scritto il suo libro più bello.
E si è fatta ancora più sobria. <<Oggi è difficile per me scrivere. Avere dei figli non ti porta via soltanto tempo. Il tempo si trova, con una baby sitter. Il problema è lo spazio mentale che ti portano via. Una donna architetto a un party qualche sera fa mi diceva che i figli le avevano sottratto il tempo di sognare a occhi aperti. E sognare a occhi aperti è una parte importantissima della vita di un'artista>>.
Jhumpa parla e scrive nello stesso modo. Naturale, riflessiva, sincera, e dura quando la sincerità lo richiede. Alcuni dei personaggi di Una nuova terra vengono da un'India ricca, a case con molti servitori. Altri prima di emigrare mangiavano con le mani seduti per terra. I padri dei suoi racconti tendono a essere persone che danno valore all'equilibrio e alla disciplina. Le madri alla tradizione, che onorano ogni giorno in cucina, mentre i figli crescono in uno stato di ambivalenza, imbarazzati dalla propria diversità frustrati dalla severità delle regole indiane, covando sentimenti conflittuali e soggiacendo ad amori involontari.
<<Sono cresciuta così - racconta Jhumpa - in un mondo chiuso dentro un altro mondo. E siccome in America non avevamo parenti, la comunità bengalese è diventata una specie di famiglia estesa per noi. Oggi mi sembra una cosa invidiabile, ma la verità è che i miei genitori non avevano scelta, era l'unico modo che avevano per sopravvivere. Perché questo non era un Paese molto gentile quarant'anni fa, alla fine degli anni '60. Qui, quando avevo cinque anni, nessuno sapeva dove fosse l'India. Sapevano solo che era un luogo povero e caldo, e una cosa bella e terribile per la quale non avevano alcun interesse. Gli americani vivevano in una bolla>>.
<<Sono cresciuta così - racconta Jhumpa - in un mondo chiuso dentro un altro mondo. E siccome in America non avevamo parenti, la comunità bengalese è diventata una specie di famiglia estesa per noi. Oggi mi sembra una cosa invidiabile, ma la verità è che i miei genitori non avevano scelta, era l'unico modo che avevano per sopravvivere. Perché questo non era un Paese molto gentile quarant'anni fa, alla fine degli anni '60. Qui, quando avevo cinque anni, nessuno sapeva dove fosse l'India. Sapevano solo che era un luogo povero e caldo, e una cosa bella e terribile per la quale non avevano alcun interesse. Gli americani vivevano in una bolla>>.
Poi le cose sono cambiate, però. Poi la ragazzina diversa è diventata l'orgoglio della narrativa americana (anche questo libro è un bestseller, in classifica da sette settimane). Le basta, questo, oggi, per sentirsi americana ? Per la prima volta sembra confusa. "No, non lo so - risponde -.Però non mi sento neanche indiana. O meglio, il mio essere indiana significa per me essere figlia di mio padre e di mia madre, dai quali ho appreso la lingua e le tradizioni. Ma è un modo molto diverso dal loro>>. Diverso anche da quello dei malinconici figli dei bengalesi che amano e soffrono con discrezione in questi suoi racconti, ognuno dei quali sente l'India in modo diverso. Come un luogo pigro e bello e affascinante. O come un Paese povero e sporco, dove i parenti impiccioni sono capaci di ire davanti a tutti che ti si è scurita la pelle, o che se dopo i trent'anni sei ancora nubile, dovresti smetterla di sperare nell'amore perfetto, che è un altro lusso da americani, e cominciare a pensare a un matrimonio combinato.
di Livia Manera, tratto da Il Corriere della Sera, 31 maggio 2008
Jhumpa Lahiri è nata a Londra nel 1967 da genitori bengalesi. Cresciuta negli Stati Uniti, vive e lavora a New York. Col suo primo libro di racconti, L'interprete dei malanni, nel
