MEMORABILIA, a cura di Romina Bonvicini

Memorabilia è una raccolta di pagine “memorabili” a disposizione dei lettori. Online nel presente, troverete le memorie del passato: stralci di romanzi, saggi, articoli e pagine del cuore che ci hanno colpito e che desideriamo condividere con voi.

Ritratto d’un amico da Le piccole virtù – Natalia Ginzburg – Einaudi
La città che era cara al nostro amico è sempre la stessa: c’è qualche cambiamento, ma cose da poco: hanno messo dei filobus, hanno fatto qualche sottopassaggio. Non ci sono cinematografi nuovi. Quelli antichi ci sono sempre, coi nomi d’una volta: nomi che ridestano in noi, a ripeterli, la giovinezza e l’infanzia. Noi, ora, abitiamo altrove, in un’altra città tutta diversa, e più grande: e se ci incontriamo e parliamo della nostra città; ne parliamo senza rammarico d’averla lasciata, e diciamo che ora non potremmo più viverci. Ma quando vi ritorniamo, ci basta attraversare l’atrio della stazione, e camminare nella nebbia dei viali, per sentirci proprio a casa nostra; e la tristezza che ci ispira la città ogni volta che vi ritorniamo, è in questo sentirci a casa nostra e sentire nello stesso tempo che noi, a casa nostra, non abbiamo più ragione di stare; perché qui a casa nostra, nella nostra città, nella città dove abbiamo trascorso la giovinezza, ci rimangono ormai poche cose viventi, e siamo accolti da una folla di memorie e di ombre.
La nostra città, del resto, è malinconica per sua natura. Nelle mattine d’inverno, ha un suo particolare odore di stazione e fuliggine, diffuso in tutte le strade e in tutti i viali; arrivando al mattino, la troviamo grigia di nebbia, e ravviluppata in quel suo odore. Filtra qualche volta, attraverso la nebbia, un sole fioco, che tinge di rosa e di lilla i mucchi di neve, i rami spogli delle piante; la neve, nelle strade e sui viali, è stata spalata e radunata in piccoli cumuli, ma i giardini pubblici sono ancora sepolti sotto una fitta coltre intatta e soffice, alta un dito sulle panchine abbandonate e sugli orli delle fontane; l’orologio del galoppatoio è fermo, da tempo incalcolabile, sulle undici meno un quarto. Di là dal fiume s’alza la collina, anch’essa bianca di neve ma chiazzata qua e là d’una sterpaglia rossastra; e in vetta alla collina torreggia un fabbricato color arancione, di forma circolare, che fu un tempo l’Opera Nazionale Balilla. Se c’è un po’ di sole, e risplende la cupola di vetro del Salone dell’Automobile, e il fiume scorre con un luccichio verde sotto ai grandi ponti di pietra, la città può anche sembrare, per un attimo, ridente e ospitale: ma è un’impressione fuggevole. La natura essenziale della città è la malinconia: il fiume, perdendosi in lontananza, svapora in un orizzonte di nebbie violacee, che fanno pensare al tramonto anche se è mezzogiorno; e in qualunque punto si respira quello stesso odore cupo e laborioso di fuliggine e si sente un fischio di treni.
La nostra città rassomiglia, noi adesso ce ne accorgiamo, all’amico che abbiamo perduto e che l’aveva cara; è, come era lui, laboriosa, aggrondata in una sua operosità febbrile e testarda; ed è nello stesso tempo svogliata e disposta a oziare e a sognare. Nella città che gli rassomiglia, noi sentiamo rivivere il nostro amico dovunque andiamo; in ogni angolo e ad ogni svolta ci sembra che possa a un tratto apparire la sua alta figura dal cappotto scuro a martingala, la faccia nascosta nel bavero, il cappello calato sugli occhi. L’amico misurava la città col suo lungo passo, testardo e solitario; si rintanava nei caffé più appartati e fumosi, si liberava svelto del cappotto e del cappello, ma teneva buttata attorno al collo la sua brutta sciarpetta chiara; si attorcigliava intorno alle dita le lunghe ciocche dei suoi capelli castani, e poi si spettinava all’improvviso con mossa fulminea. Riempiva fogli e fogli della sua calligrafia larga e rapida, cancellando con furia; e celebrava, nei suoi versi, la città:
Questo è il giorno che salgono le nebbie dal fiume
Nella bella città, in mezzo a prati e colline, E la sfumano come un ricordo...
I suoi versi risuonano al nostro orecchio, quando ritorniamo alla città o quando ci pensiamo; e non sappiamo neppure più se siano bei versi, tanto fanno parte di noi, tanto riflettono per noi l’immagine della nostra giovinezza, dei giorni ormai lontanissimi in cui li ascoltammo dalla viva voce del nostro amico per la prima volta: e scoprimmo, con profondo stupore, che anche della nostra grigia, pesante e impoetica città si poteva fare poesia.
Il nostro amico viveva nella città come un adolescente: e fino all’ultimo visse cosi. Le sue giornate erano, come quelle degli adolescenti, lunghissime, e piene di tempo: sapeva trovare spazio per studiare e per scrivere, per guadagnarsi la vita e per oziare sulle strade che amava: e noi che annaspavamo combattuti fra pigrizia e operosità, perdevamo le ore nell’incertezza di decidere se eravamo pigri o operosi. Non volle, per molti anni, sottomettersi a un orario d’ufficio, accettare una professione definita; ma quando acconsenti a sedere a un tavolo d’ufficio, divenne un impiegato meticoloso e un lavoratore infaticabile: pur serbandosi un ampio margine d’ozio; consumava i suoi pasti velocissimo, mangiava poco e non dormiva mai. Era, qualche volta, molto triste: ma noi pensammo, per lungo tempo, che sarebbe guarito dì quella tristezza, quando si fosse deciso a diventare adulto: perché ci pareva, la sua, una tristezza come di ragazzo, la malinconia voluttuosa e svagata del ragazzo che ancora non ha toccato la terra e si muove nel mondo arido e solitario dei sogni. Qualche volta, la sera, ci veniva a trovate; sedeva pallido, con la sua sciarpetta al collo, e si attorcigliava i capelli o sgualciva un foglio di carta; non pronunciava, in tutta la sera, una sola parola; non rispondeva a nessuna delle nostre domande. Infine, di scatto, agguantava il cappotto e se ne andava. Umiliati, noi ci chiedevamo se la nostra compagnia l’aveva deluso, se aveva cercato accanto a noi di rasserenarsi e non c’era riuscito; o se invece si era proposto, semplicemente, di passare una serata in silenzio sotto una lampada che non fosse la sua.
Conversare con lui, d’altronde, non era mai facile, nemmeno quando si mostrava allegro: ma poteva essere, un incontro con lui anche composto di rare parole, tonico e stimolante come nessun altro. Diventavamo, in sua compagnia, molto più intelligenti; ci sentivamo spinti a portare nelle nostre parole quanto avevamo in noi di migliore e di più serio; buttavamo via i luoghi comuni, i pensieri imprecisi, le incoerenze.
Ci sentivamo spesso, accanto a lui, umiliati: perché non sapevamo essere, come lui, sobri, né come lui modesti, né come lui generosi e disinteressati. Ci trattava, noi suoi amici, con maniere ruvide, e non ci perdonava nessuno dei nostri difetti; ma se eravamo sofferenti o malati, si mostrava ad un tratto sollecito come una madre. Per principio, si rifiutava di conoscere gente nuova; ma poteva succedere che a un tratto, con una persona impensata e mai vista prima, una persona magari vagamente spregevole, lui si mostrasse espansivo e affettuoso, prodigo d’appuntamenti e progetti. Se gli facevamo osservare che quella persona era, per molti aspetti, antipatica o spregevole, lui diceva che lo sapeva benissimo, perché gli piaceva saper sempre tutto, non ci accordava mai là soddisfazione di raccontargli qualcosa di nuovo; ma per qual motivo si comportasse con quella persona cos confidenzialmente, e negasse invece la sua cordialità ad altra gente più meritevole, non lo spiegava, e non l’abbiamo saputo mai. A volte si incuriosiva di qualche persona che lui pensava provenisse da un mondo elegante, e la frequentava; forse contava di giovarsene per i suoi romanzi; ma nel giudicare la raffinatezza sociale o di costume, si sbagliava, e scambiava per cristallo dei fondi di bottiglia; e in questo era, ma soltanto in questo, molto ingenuo. Si sbagliava sulla raffinatezza di costume; ma quanto alla raffinatezza di spirito o di cultura, non si lasciava prendere in inganno.
Aveva un modo avaro e cauto di dare la mano nel salutare, poche dita concesse e ritolte; aveva un modo schivo e parsimonioso di trarre il tabacco dalla borsa e riempirsi la pipa; e aveva un modo brusco e subitaneo di regalarci del denaro, se sapeva che ne avevamo bisogno, un modo così brusco e subitaneo che ne restavamo sbalorditi; era, lui diceva, avaro del denaro che possedeva, e soffriva nel separarsene: ma appena se n’era separato, subito se ne infischiava. Se eravamo lontani da lui, non ci scriveva, né rispondeva alle nostre lettere, o rispondeva con poche frasi recise e agghiaccianti: perché, diceva, non sapeva voler bene agli amici quand’erano lontani, non voleva soffrire della loro assenza, e subito li inceneriva nel proprio pensiero.
Non ebbe mai una moglie, né dei figli, né una casa sua. Abitava presso una sorella sposata, che gli voleva bene e alla quale lui voleva bene; ma usava in famiglia i suoi soliti modi ruvidi, e si comportava come un ragazzo o come un forestiero. Veniva, a volte, nelle nostre case, e scrutava con cipiglio aggrottato e bonario i figli che ci nascevano, le famiglie che noi ci si costruiva: pensava anche lui a farsi una famiglia, ma ci pensava in un modo che si faceva, con gli anni, sempre più complicato e tortuoso; cosi tortuoso, che non ne poteva germogliare nessuna,semplice conclusione. Si era creato, con gli anni, un sistema di pensieri e di principi cosi aggrovigliato e inesorabile, da vietargli l’attuazione della realtà più semplice: e quanto più proibita e impossibile si faceva quella semplice realtà, tanto più profondo in lui diventava il desiderio di conquistarla, aggrovigliandosi e ramificando come una vegetazione tortuosa e soffocante. Era, qualche volta, cosi triste, e noi avremmo pur voluto venirgli in aiuto: ma non ci permise mai una parola pietosa, un cenno di consolazione e accadde anzi che noi, imitando i suoi modi, respingessimo nell’ora del nostro sconforto la sua misericordia. Non fu, per noi, un maestro, pur avendoci insegnato tante cose: perché vedevamo bene le assurde e tortuose complicazioni di pensiero, nelle quali imprigionava la sua semplice anima; e avremmo anche noi voluto insegnargli qualcosa, insegnargli a vivete in un modo più elementare e respirabile: ma non ci riuscì mai d’insegnargli nulla, perché quando tentavamo di. esporgli le nostre ragioni, alzava una mano e diceva che lui sapeva già tutto.
Aveva, negli ultimi anni, un viso solcato e scavato, devastato da travagliati pensieri: ma conservò fino all’ultimo, nella figura, la gentilezza d’un adolescente. Diventò, negli ultimi anni, uno scrittore famoso; ma questo non mutò in nulla le sue abitudini schive, né la modestia della sua attitudine, né l’umiltà, coscienziosa fino allo scrupolo, del suo lavoro d’ogni giorno. Quando gli chiedevamo se gli piaceva d’essere famoso, rispondeva, con un ghigno superbo, che se l’era sempre aspettato: aveva, a volte, un ghigno astuto e superbo, fanciullesco e malevolo, che lampeggiava e spariva. Ma quell’ esserselo sempre aspettato, significava che la cosa raggiunta non gli dava più nessuna gioia: perché era incapace di godere delle cose e di amarle, non appena le aveva. Diceva di conoscere ormai la sua arte cosi a fondo, che essa non gli offriva più nessun segreto: e non offrendogli più segreti, non lo interessava più. Noi stessi suoi amici, lui ci diceva, non avevamo più segreti per lui e lo annoiavamo infinitamente; e noi, mortificati d’annoiarlo, non riuscivamo a dirgli che vedevamo bene dove sbagliava: nel non volersi piegare ad amare il corso quotidiano dell’esistenza, che procede uniforme, e apparentemente senza segreti. Gli restava dunque, da conquistare, la realtà quotidiana; ma questa era proibita e imprendibile per lui che ne aveva, insieme, sete e ribrezzo;, e cosi non poteva che guardarla come da sconfinate lontananze. È morto d’estate. La nostra città, d’estate, è deserta e sembra molto grande, chiara e sonora come una piazza; il cielo è limpido ma non luminoso, di un pallore latteo; il fiume scorre piatto come una strada, senza spirare umidità, né frescura. S’alzano dai viali folate di polvere; passano, venendo dal fiume, grossi carri carichi di sabbia; l’asfalto del corso è tutto spalmato di pietruzze, che cuociono nel catrame. All’aperto, sotto gli ombrelloni a frange, i tavolini dei caffé sono abbandonati e roventi. Non c’era nessuno di noi. Scelse, per morire, un giorno qualunque: di quel torrido agosto; e scelse la stanza d’un albergo nei pressi della stazione: volendo morire, nella città che gli apparteneva, come un forestiero. Aveva immaginato la sua morte in una poesia antica, di molti e molti anni prima:
Non sarà necessario lasciare il letto.
Solo l’alba entrerà nella stanza vuota.
Basterà la finestra a vestire ogni cosa
D’un chiarore tranquillo, quasi una luce.
Poserà un’ombra scarna sul volto supino.
I ricordi saranno dei grumi d’ombra
Appiattati così come vecchia brace
Nel camino. Il ricordo sarà la vampa
Che ancor ieri mordeva negli occhi spenti.
Andammo, poco tempo. dopo la sua morte, in collina. C’erano osterie sulla strada, con pergolati d’uva rosseggiante, giochi di bocce, cataste di biciclette; c’erano cascinali con grappoli di pannocchie, l’erba falciata stesa ad asciugare sui sacchi: il paesaggio, al margine della città e sul limitare dell’autunno, che lui amava. Guardammo, sulle sponde erbose e sui campi arati, salire la notte di settembre. Eravamo tutti molto amici, e ci conoscevamo da tanti anni; persone che avevano sempre lavorato e pensato insieme. Come succede fra chi si vuol bene ed è stato colpito da una disgrazia, cercavamo ora di volerci più bene e di accudirci e proteggerci l’uno con l’altro; perché sentivamo che lui, in qualche sua maniera misteriosa, ci aveva sempre accuditi e protetti. Era più che mai presente, su quella proda della collina.
Ogni occhiata che torna, conserva un gusto
Di erba e cose impregnate di sole a sera
Sulla spiaggia. Conserva un fiato dì mare
Come un mare notturno è quest’ombra vaga
Di ansie e brividi antichi, che il cielo sfiora
E ogni sera ritorna. Le voci morte
Assomigliano al frangersi di quel mare.

Da I fiori parlanti - La mia famiglia e altri animali – Gerald Durrell – Gli Adelphi
Mi accompagnò lungo un corridoio, aprì una porta e, con mia enorme sorpresa, mi fece entrare in una vasta camera da letto in penombra. La stanza era una foresta di fiori; vasi, conche e recipienti di coccio erano posati un po’ dappertutto, e da ognuno traboccava una massa di splendide corolle che scintillavano nell’oscurità, come pareti di gioielli in una grotta ombreggiata di verde. A un capo della stanza c’era un letto enorme, e nel letto, appoggiata a un mucchio di cuscini, giaceva una minuscola figura non più grande di un bambino. Quando mi avvicinai capii che doveva essere vecchissima, perché i suoi tratti fini e delicati erano coperti da un intrico di rughe che solcavano una pelle morbida e vellutata come quella di un fungo neonato. Ma in lei la cosa stupefacente erano i capelli. Le ricadevano sulle spalle come una gonfia cascata e poi si spargevano per un tratto giù dal letto. Erano d’un intenso e bellissimo color rame, luminosi e scintillanti come se fossero in fiamme, e mi fecero pensare alle foglie d’autunno e al vivido pelo invernale delle volpi.
«Mamma cara,» disse dolcemente Kralefsky, attraversando la stanza e sedendosi su una sedia accanto al letto « mamma cara, Gerry è venuto a trovarti ».
La minuscola figura sul letto sollevò le palpebre trasparenti e pallide e mi guardò con grandi occhi bruni, vispi e intelligenti come quelli di un uccello. Trasse dal folto della sua ramata capigliatura una mano sottile e bellissima, appesantita di anelli, e me la porse, sorridendo maliziosamente.
« Sono così lusingata che tu abbia chiesto di vedermi» disse con una voce sommessa e velata. «Al giorno d’oggi, tanta gente considera una persona della mia età una vera seccatura».
Imbarazzato, mormorai qualcosa, e gli occhi brillanti mi guardarono ammiccando, e lei diede in una garrula risatina da merlo e batté la mano sul letto. « Siediti qua,» mi invitò «siediti e chiacchieriamo un momentino».
Con grande cautela raccolsi la massa di capelli ramati e la spostai da una parte per potermi sedere sul letto. I capelli erano morbidi, serici e pesanti, come un’onda color fiamma che mi scorresse tra le dita. La signora Kralefsky mi sorrise e ne prese una ciocca, facendosela rigirare tra le dita perché scintillasse.
«L’unica vanità che mi sia rimasta,» disse «tutto quel che resta della mia bellezza».
Contemplò quell’ondata di capelli come se fosse un cucciolo, o qualche altra bestiolina che non avesse nulla a che fare con lei, e se li accarezzò affettuosamente.
«E strano,» disse «molto strano. Io ho una teoria, sai? Che alcune cose belle s’innamorano di se stesse, come Narciso. E quando questo succede, non hanno nessun bisogno di aiuto per vivere; diventano così prese dalla propria bellezza che vivono soltanto per quella, nutrendosi di se stesse, per così dire. In questo modo, più si fanno belle e più forti diventano; vivono in un circolo. I miei capelli hanno fatto proprio questo. Sono autosufficienti, crescono soltanto per se stessi, e il fatto che il mio corpo sia andato in rovina non li turba minimamente. Quando morirò, se ne potrà colmare tutta la mia bara, e probabilmente loro continueranno a crescere anche quando il mio corpo sarà ridotto in polvere».
« Su, su, mamma, non devi parlare così» la sgridò Kralefsky gentilmente. «Non mi piacciono questi tuoi pensieri morbosi».
Lei volse la testa e lo guardò teneramente, dando in una risatina sommessa;
«Ma non è morbosità, John; è soltanto una mia teoria» spiegò. «Del resto, pensa che bel sudano sarebbero ».
Contemplò i suoi capelli, sorridendo felice. Nel silenzio l’orologio di Kralefsky squillò impaziente, e lui trasalì, lo tirò fuori dal taschino e lo guardò.
«Per Giove!» disse balzando in piedi «quella covata dovrebbe essere nata, a quest’ora. Scusami un minuto, mamma, devo assolutamente andare a vedere».
«Vai, vai» disse lei. «Gerry e io faremo quattro chiacchiere sino al tuo ritorno.., non preoccuparti per noi».
«Perfetto!» esclamò Kralefsky, e attraversò rapidamente la stanza tra le siepi di fiori come una talpa che si scavasse la tana in un arcobaleno. La porta si chiuse con un sospiro alle sue spalle, e la signora Kralefsky girò la testa e mi sorrise.
«Dicono,» mi annunciò «dicono che quando si diventa vecchi, come lo sono io, il corpo si fa più lento. Io non ci credo. No, per me è completamente sbagliato. Io sono convinta che non siamo noi a farci più lenti, ma la vita a farsi più lenta per noi. Mi capisci? Tutto diventa languido, per così dire, e allora si notano tante e tante cose, quando tutto si muove lentamente. Quante cose si vedono! Quante cose straordinarie avvengono intorno a te, cose che non avevi mai nemmeno sospettate! E un’avventura incantevole, proprio incantevole!».
Sospirò soddisfatta, e si guardò intorno.
«Prendi i fiori» disse, indicandomi le corolle che riempivano la stanza. « Hai mai sentito parlare i fiori?».
Scossi la testa, molto perplesso; l’idea dei fiori che parlavano mi era del tutto nuova.
«Be’, posso garantirti che parlano» disse lei. «Fanno delle lunghe conversazioni.., almeno suppongo che siano conversazioni, perché naturalmente non capisco quello che dicono. Quando sarai vecchio come me, anche tu probabilmente riuscirai a sentirli; sempre che su certe cose tu rimanga di larghe vedute. Quasi tutti sostengono che man mano che si invecchia non si crede più in niente e non ci si stupisce più di niente, e così si diventa più aperti alle idee. Che sciocchezza! Tutti i vecchi che conosco hanno la mente chiusa come un’ostrica grigia e ruvida sin da quando avevano quindici anni».
Mi guardò acutamente.
«Pensi che sono stramba? Un po’ tocca, eh? A parlare di fiori che conversano tra loro?».
In fretta, e con assoluta sincerità, le dissi di no. Le dissi che secondo me era più che probabile che i fiori conversassero tra loro. Le precisai che i pipistrelli emettevano dei piccoli squittii che io riuscivo a sentire, ma che gli adulti non avrebbero potuto captare perché era un suono troppo acuto.
«Ecco, ecco!» esclamò lei tutta contenta. «E questione di lunghezze d’onda. Io dico che tutto dipende da questo processo di rallentamento. Un’altra cosa di cui da giovani non ci si accorge è. che i fiori hanno una personalità. Sono l’uno diverso dall’altro, proprio come le persone. Guarda, ora ti faccio vedere. Vedi quella rosa laggiù, quella che sta nel vaso da sola?».
Su un tavolino nell’angolo, racchiusa in un piccolo portafiori d’argento, c’era una magnifica rosa vellutata, di un rosso- granato così cupo da sembrare quasi nero. Era un fiore splendido, dai petali squisitamente arricciolati, con una velatura di lanugine morbida e intatta come la peluria sull’ala di una farfalla. appena uscita dalla crisalide.
«Non è uno splendore?» disse la signora Kralefsky. «Non è meravigliosa? Be’, ce l’ho da due settimane. Non ci crederesti, no? E non era mica un bocciolo quando l’ho avuta. No, no, era già tutta aperta. Ma sai che era così malata che non credevo che sarebbe vissuta? La persona che l’ha colta è stata così sventata da metterla in un mazzo di aster. Un errore fune-sto, assolutamente funesto! Non hai idea di quanto sia crudele la famiglia delle composite, tutte quante. Sono fiori molto rozzi, molto terra terra, e naturalmente mettere in mezzo a loro un fiore aristocratico come la rosa significa proprio andare in cerca di guai. Quando è arrivata qui era così afflosciata e appassita che tra gli aster non l’ho nemmeno vista. Ma, per fortuna, li ho sentiti che ne parlavano. Ero qui assopita quando hanno cominciato, specialmente quelli gialli, mi è parso, che sono sempre così bellicosi. Be’, naturalmente non sapevo che cosa stessero dicendo, ma sembrava qualcosa di orribile. A tutta prima non riuscivo a capire a chi stessero parlando; ho pensato che stessero litigando tra loro. Poi sono scesa dal letto per dare un’occhiata e ho trovato quella povera rosa, schiacciata in mezzo a loro, torturata a morte. L’ho tirata fuori,l’ho messa da sola e le ho dato mezza aspirina. L’aspirina è ottima perle rose. Le dracme per i crisantemi, l’aspirina per le rose, il brandy per i piselli dolci e una spruzzata di succo di limone per i fiori polposi, come le begonie. Be’, tolta dalla compagnia degli aster e tonificata da quello stimolante, si è ripresa in un baleno, e sembra così grata; è chiaro che si sta sforzando di restare bella il più a lungo possibile per ringraziarmi». Guardò con affetto la rosa che splendeva nel suo vaso d’argento..
«Sì, sui fiori ho imparato tante, tante cose. Sono proprio come le persone. Mettine molti tutti insieme e subito si danno reciprocamente ai nervi e cominciano ad appassire. Mescola diverse specie e il risultato è qualcosa che ha tutta l’aria di un’atroce differenza di classe. E poi, naturalmente, l’acqua è importantissima. Lo sai che certe persone pensano che sia molto gentile cambiare l’acqua tutti i giorni? Terribile! Se lo fai, poveri fiori, puoi proprio sentirli morire. Io cambio l’acqua una volta alla settimana, ci metto una manciata di terra e loro stanno benissimo».
Si aprì la porta e Kralefsky entrò tutto saltellante, sorridendo con aria di trionfo.
«Sono nati tutti quanti!» annunciò «tutt’e quattro. Sono proprio contento. Ero molto preoccupato perché è la sua prima covata».
«Bene, caro; ne sono veramente felice» disse la signora Kralefsky in tono compiaciuto. « Sarai soddisfatto, adesso. Bene, Gerry e io abbiamo fatto una chiacchierata interessantissima. Almeno, per me è stata molto interessante».
Mentre mi alzavo in piedi, io dissi che l’avevo trovata interessantissima anch’io.
«Devi tornare a trovarmi, se non ti annoia troppo» disse lei. «Troverai le mie idee un po’ stravaganti, temo, ma vale la pena di sentirle».
Mi sorrise, lì sdraiata nel suo letto sotto il grande manto dei capelli, e alzò una mano in un cortese gesto di congedo. Seguii Kralefsky verso la porta, e sulla soglia mi volsi e sorrisi. Lei giaceva immobile, remissiva sotto il peso dei suoi capelli. Tornò a sollevare la mano per salutarmi. Mi parve, nella penombra, che i fiori le si fossero avvicinati, si fossero raccolti impazienti intorno al suo letto, come se aspettassero che lei gli raccontasse qualcosa. Una vecchia regina devastata, distesa in gran pompa, circondata dalla sua mormorante corte di fiori.

estratto da Auto da fé – Elias Canetti – Gli Adelphi
Fu introdotto nello studio. Il professore s’arrestò sulla soglia: puntò, pieno di gioia maligna, il lungo indice contro il letto e ordinò: « Sgomberare! ». Il portiere dette al mobile un paio di spallate per saggiarne la resistenza. Gli sembrò molto scarsa. Con aria sprezzante si sputò sulle mani e se le cacciò in tasca — delle mani non aveva bisogno —, appoggiò la testa alla spalliera e in un attimo spinse il letto fuori dalla stanza. «Questo si chiama lavorare di testa » spiegò. Cinque minuti dopo tutti i mobili di tutte le stanze si trovavano fuori, nel corridoio. «Dico, non sono i libri che le mancano! » balbettò quel cranio servizievole. Voleva ripigliar fiato senza farsene accorgere, e a questo scopo disse la prima cosa che gli saltò in mente, con voce non più sonora di quella d’un uomo di forze normali. Poi se n’andò, e dalle scale, avendo ormai ripreso fiato, ruggì verso l’interno dell’appartamento: « Se le serve ancora qualcosa, professore, conti pure su di me» Kien
s’affrettò a non rispondere. Dimenticò persino di mettere la catena e si limitò a gettare uno sguardo sulla catasta di ciarpame che ingombrava l’oscuro corridoio, una massa d’ubriachi privi di sensi. Evidentemente non riuscivano a chiarire a se stessi quali di quelle gambe appartenessero a un mobile e quali all’altro. Se qualcuno avesse calato sulle loro schiene qualche buona frustata si sarebbero certamente raccapezzati: i suoi nemici si pestavano i piedi l’un l’altro e si raschiavano all’osso le teste verniciate.
Con cautela, per non profanare la sua cerimonia con rumori sgradevoli, si chiuse alle spalle la porta della stanza. Scivolò arditamente lungo gli scaffali e sfiorò con delicatezza il dorso dei libri. Teneva gli occhi ben spalancati perché non si richiudessero com’era ormai loro abitudine. Lo colse una vertigine, per la gioia e il tardivo ricongiungimento. Nella commozione dei primi istanti pronunciò parole impreviste e irragionevoli. Lui era sicuro,disse, della loro fedeltà. Erano tutti a casa loro. Avevano mostrato di avere carattere. Lui li amava. Li pregava di non volergliene. Certo avevano il diritto di sentirsi offesi. Voleva assicurarsi della loro presenza col ruvido contatto delle mani. Degli occhi soltanto non si fidava più, da quando li adoperava in tanti modi diversi. Era una cosa che diceva sole a loro, a loro diceva tutto. Loro sapevano mantenere un segreto. Lui dubitava dei suoi occhi. Dubitava di tante cose. I suoi nemici avrebbero goduto di quei suoi dubbi. Aveva molti nemici. Nomi non ne voleva fare. Perché quello era un gran giorno del Signore, e lui voleva perdonare. Reintegrato nei suoi diritti, quel giorno voleva amare.
Quanto più si allungava la fila dei libri passati in rassegna, quanto più integra e compatta si ergeva davanti ai suoi occhi la vecchia biblioteca, tanto più ridicoli gli apparivano i suoi nemici. Come potevano avere l’ardire di smembrare un corpo, un organismo vivente chiudendo delle porte? Ma i tormenti non avevano potuto niente contro di essa. Anche se l’avevano incatenata a tradimento, anche se l’avevano torturata per intere, terribili settimane, la biblioteca in realtà era tuttora invitta. Un’aria balsamica spirava tra le membra finalmente riunite di quell’unico corpo. Esse si rallegravano di trovarsi ricomposte e di nuovo legate tra loro. Il corpo respirava; anche il padrone del corpo respirò profondamente. . .
Le porte però oscillavano avanti e indietro sui cardini, turbando la solennità del suo stato d’animo. Guastavano grossolanamente l’effetto della prospettiva. Doveva esserci corrente da qualche parte: alzò gli occhi, le finestre del lucernario erano aperte. Con tutte e due le braccia afferrò la prima delle porte di comunicazione, l’estrasse dai cardini — quant’erano cresciute nel frattempo le sue forze! — la portò nel corridoio e la posò sopra il letto. Lo stesso fece con le altre. Appesi a una sedia che il custode aveva portato fuori sebbene fosse quella dello scrittoio, Kien notò la sua giacca e il panciotto. Aveva dunque iniziato la cerimonia in maniche di camicia. Ne fu lievemente imbarazzato, completò il proprio abbigliamento e tornò, più calmo, nella biblioteca.
Si scusò con umiltà per il suo comportamento di poco prima. S’era lasciato travolgere dalla gioia e non aveva rispettato il programma. Soltanto un miserabile allunga come niente fosse le mani sull’amata. Chi vale qualcosa non recita davanti a lei la parte del grand’uomo. Non v’è davvero bisogno di protestare un affetto che è assolutamente ovvio. All’amata si concede la propria protezione senza vantarsene. La si abbraccia nei momenti solenni e non nei momenti di ebbrezza. Il vero amore si confessa davanti a un altare.
Proprio questo era ciò che ora Kien si proponeva. Spostò la buona, vecchia scaletta fino al punto giusto e vi salì alla rovescia, in modo che le sue spalle toccassero gli scaffali, la sua testa il soffitto, il prolungamento delle sue gambe — e cioè la scala — il pavimento, e i suoi occhi abbracciassero tutto intero lo spazio unitario della biblioteca; quindi tenne alla sua amata il seguente discorso:
«Da qualche tempo o, per esser più precisi, dal momento in cui una potenza estranea si è intromessa nella nostra vita, vado accarezzando l’idea di porre le nostre relazioni su una solida base. La vostra esistenza è garantita a termini di contratto; ma noi, credo bene, siamo abbastanza avveduti da non ignorare il pericolo nel quale voi versate nonostante l’esistenza ditale contratto legalmente valido.
«Non c’è bisogno che vi ricordi nei particolari la storia antichissima e superba delle vostre tribolazioni. Scelgo soltanto un esempio per mostrarvi in maniera persuasiva quanto vicini siano odio e amore. La storia di un paese che tutti noi in egual misura veneriamo, di un paese in cui voi avete goduto delle più grandi attenzioni e dell’affetto più grande, di un paese in cui vi si è tributato persino quel culto divino che ben meritate, narra un orribile evento, un crimine di proporzioni mitiche, perpetrato contro di voi da un sovrano diabolico su istigazione di un consigliere ancor più diabolico. Nell’anno 213 avanti Cristo, per ordine dell’imperatore cinese Shi Hoang-ti — un brutale usurpatore che ebbe persino l’ardire di arrogarsi il titolo di “Primo, Augusto, Divino” — vennero bruciati tutti i libri esistenti in Cina. Quel delinquente primitivo e superstizioso era per parte sua troppo ignorante per valutare tutta l’importanza dei libri in virtù dei quali veniva combattuto il suo tirannico dominio. Ma il suo primo ministro Li-Si, un uomo che doveva tutto ai propri libri, e dunque uno spregevole rinnegato, seppe indurlo, con un abile memoriale, a prendere quell’inaudito provvedimento. Era considerato delitto capitale persino parlare dei classici della poesia e della storia cinese. La tradizione orale doveva venire estirpata a un tempo con quella scritta. Venne esclusa dalla confisca solo una piccola
minoranza di libri; quali, potete facilmente immaginare: le opere di medicina, farmacopea, arte divinatoria, agricoltura e arboricoltura — cioè tutta una marmaglia di libri di pur interesse pratico.
«Confesso che il puzzo di bruciato dei roghi di quei giorni giunge ancor oggi alle mie narici. A che giovò il fatto che tre anni più tardi toccasse a quel barbaro imperatore il destino che s’era meritato? Morì, è vero ma ai libri morti prima di lui non ne venne alcun giovamento. Erano bruciati e tali rimasero. Ma non voglio tacere quale fu, poco dopo la morte dell’imperatore, la fine del rinnegato Li-Si. Il successore al trono, che di lui aveva ben capito la natura diabolica, lo destituì dalla carica di primo ministro dell’impero che egli aveva rivestito per più di trent’anni. Fu incatènato, gettato in prigione e condannato a ricevere mille bastonate,
Non un colpo gli venne risparmiato. Mediante la tortura fu costretto a confessare i suoi delitti. Oltre all’assassinio di centinaia di migliaia di libri aveva infatti stilla coscienza anche altre atrocità. Il suo tentativo di ritrattare più tardi quella confessione fallì. Venne segato in due sulla piazza del mercato della città di Hlien-Yang, lentamente e nel senso della lunghezza, perché in questo modo il supplizio dura più a lungo. L’ultimo pensiero di questa belva assetata di sangue fu per la caccia. Oltre a ciò non si vergognò di scoppiare in lacrime. Tutta la sua stirpe, dai figli a un pronipote di appena sette giorni, sia maschi che femmine, venne sterminata tuttavia, invece di essere condannati al rogo, come sarebbe stato giusto, ottennero la grazia di venir passati a fil di spada. In Cina, il paese in cui la famiglia, il culto degli antenati il ricordo delle singole persone sono tenuti in così gran conto, la memoria del massacratore Li-Si non è stata dunque serbata da alcuna famiglia; solo la storia l’ha fatto, proprio quella storia che l’indegna canaglia, giustiziata con la sega, aveva voluto distruggere.
«Quando nei testi di un qualche storico cinese leggo la vicenda del rogo dei libri, non tralascio mai di andare a consultare in tutte le fonti esistenti anche l’edificante fine del massacratore Li-Si. Per fortuna, essa è stata descritta ripetutamente. Non sono mai riuscito a trovar pace o sonno prima d’averlo visto segare in due almeno dieci volte.
«Spesso mi sono chiesto, profondamente rattristato, per quale ragione tale atrocità sia dovuta avvenire proprio in Cina, proprio, in quella che è la terra promessa di tutti noi. Ogni volta che noi facciamo presente quale meravigliosa rivelazione sia
«So bene che il terrore di quei giorni vi è rimasto nel sangue, e così pure il terrore di parecchie altre persecuzioni. Non mi spinge durezza di cuore o insensibilità a parlarvi dei martiri del vostro glorioso passato. No: io voglio solo scuotervi e ottenere il vostro appoggio per prendere quei provvedimenti che debbono tutelarci dal pericolo.”
«Se fossi un traditore potrei illudervi con belle parole e nascondervi la calamità che ci minaccia. Ma proprio io sono colpevole della situazione in cui siamo venuti a trovarci. Posseggo abbastanza carattere da confessarlo davanti a voi. Se mi domandate come sia stato possibile che io mi dimenticassi di me a tal segno — e avete tutti i diritti di pormi una simile domanda — non posso far altro che rispondervi a mio disdoro: mi sono dimenticato di me perché mi sono dimenticato del nostro grande maestro Mong, il quale dice: “Agisce e non sa ciò che fa, segue le proprie consuetudini e non sa nemmeno perché, va errando tutta la vita e non conosce il proprio cammino: così è la massa degli uomini”.
«Sempre e senza eccezione bisogna guardarsi dalla massa: questo ci dice il maestro con le sue parole. Essa è pericolosa perché è priva d’istruzione, e dunque d’intelligenza. Ma ormai il danno è fatto, ai consigli del maestro Mong io ho anteposto il desiderio di garantirvi cure corporali e un trattamento umano. Di tale miope atteggiamento stiamo pagando a caro prezzo il fio. Il carattere, non lo straccio della polvere, rende l’uomo davvero tale.
«Guardiamoci però ugualmente dal cadere nell’estremo opposto. Finora nessuno vi ha torto una lettera. Se qualcuno dovesse imputarmi di avere omesso le cure che è mio dovere prodigarvi, non me lo potrei mai perdonare. Se qualcuno ha motivo di lagnarsi, si faccia pure avanti».
Kien tacque e si guardò attorno con aria di sfida e di minaccia. Anche i libri tacevano, nessuno si fece avanti, e Kien proseguì la sua ben preparata allocuzione.
« Ero sicuro che il mio invito avrebbe avuto questa risposta. Vedo che continuate a essermi fedeli e, poiché voi lo meritate, voglio svelarvi i piani dei nostri nemici. Prima di tutto dovrò provocare la vostra sorpresa con una comunicazione di grande importanza e dì estremo interesse. Nel corso della generale ispezione da me condotta ho accertato che nella parte della biblioteca occupata dal nemico sono stati compiuti indebiti spostamenti di volumi. Per non provocare uno scompiglio ancor maggiore nelle vostre file mi sono astenuto dal dare l’allarme. Respingo immediatamente ogni voce allarmistica e dichiaro qui, sotto giuramento, che non si lamentano perdite di alcun genere. Io mi rendo garante con la mia parola che questa assemblea è veramente plenaria e atta a deliberare. Noi siamo ancora in grado, come organismo integro e compatto, di predisporre la difesa, uno per tutti, tutti per uno. Perché ciò che non è ancora accaduto può accadere. Già l’alba di domani potrebbe aprire dei vuoti nelle nostre file.
«lo so che cosa trama il nemico con questi spostamenti: vuole rendere più difficile il controllo delle nostre forze. Crede che noi non avremo il coraggio di annullare le sue conquiste nel territorio già occupato e pensa così, confidando nella nostra ignoranza della nuova situazione, di perpetrare, ancor prima della dichiarazione di guerra, rapimenti di cui noi non potremmo accorgerci. ‘Siate sicuri che comincerà dai più nobili tra voi, da quelli per i quali può pretendere il riscatto più alto. Perché è evidente che ill nemico non pensa affatto a usare i libri rapiti contro i loro camerati. Sa bene che cosa ha probabilità di successo e che cosa non ne ha, e per condurre la guerra ha bisogno di denaro, denaro e ancora denaro. Per lui i trattati vigenti non sono
che pezzi di carta. «Se volete essere trascinati lontano dalla vostra patria e dispersi in tutto il mondo come schiavi che vengono valutati, palpati, comprati, schiavi ai quali non si rivolge mai la parola, ai quali si presta a malapena orecchio quando essi compiono il proprio servizio, nelle cui anime nessuno mai si cura di leggere, che vengono posseduti ma non amati, abbandonati a triste decadenza o rivenduti per lucro, usati ma non compresi: allora restate pure con le mani in mano e arrendetevi al nemico! Ma se avete ancora in voi un cuore intrepido, un’anima valorosa, un nobile spirito, insorgete con me per combattere la guerra santa! «Non sopravvalutare, popolo mio, la forza del nemico! Tu lo chiuderai fra le tue lettere in una stretta mortale, le tue righe saranno le clave che si abbatteranno con violenza sul suo capo, i tuoi caratteri palle di piombo che si attaccheranno ai suoi piedi, le tue copertine le corazze che ti proteggeranno da lui! Tu possiedi mille astuzie per adescarlo, mille lacci per irretirlo, mille fulmini per abbatterlo, popolo mio, forza, grandezza, saggezza dei millenni! ».
Kien fece una pausa. Esausto e vibrante d’entusiasmo, si accasciò sulla scaletta. Le sue gambe vacillarono: o era la scala? Le armi che aveva testé decantato eseguirono davanti ai suoi occhi una danza di guerra. Corse del sangue: trattandosi del sangue di libri, egli sentì un malessere mortale. Ma non doveva svenire, non doveva perdere conoscenza! A questo punto si levò un applauso scrosciante; pareva che un uragano percorresse una foresta di fogli; da tutte le parti si levavano grida di giubilo. Qua e là nella moltitudine egli distingueva, dalle loro parole, singole opere. La loro lingua, le loro voci: sì, erano loro, i suoi amici, i suoi fidi che lo seguivano nella guerra santa! Ad un tratto si sentì risollevare sulla scala, s’inchinò alcune volte e poi, confuso per l’eccitazione, appoggiò la mano sinistra sulla parte destra del petto, là dove neppure lui aveva un cuore. L’applauso pareva non voler cessare più. Gli sembrava di assorbirlo con gli occhi, con le orecchie, col naso, con la lingua, con tutta la pelle madida e vibrante. Non avrebbe mai pensato di poter tenere un discorso tanto incendiario. Ripensò al timor panico che s’era impadronito di lui prima del discorso — e che altro era stato il suo scusarsi se non timor panico? — e sorrise.
Per porre un limite alle ovazioni Kien scese dalla scala. Sul tappeto vide delle macchie di sangue e si toccò la faccia. Quel piacevole umidore era sangue. Ricordò che in quel frattempo s’era trovato a giacere sul pavimento, e che solo l’inizio degli applausi gli aveva impedito di perder coscienza e gli aveva dato la forza di tornare in cima alla scala. Corse in cucina — doveva uscire immediatamente dalla biblioteca, forse qualche goccia di sangue era già schizzata sui libri — e si lavò ben bene tutte le macchie rosse. Era contento che la ferita fosse toccata a lui piuttosto che a uno dei suoi. Aveva ripreso forza e, pieno di nuovo ardore bellicoso, si affrettò a ritornare sul teatro delle operazioni. L’applauso scrosciante era cessato. Soltanto il vento vibrava malinconicamente dai vetri del lucernario. Ora non abbiamo tempo per le lamentazioni, pensò, altrimenti dovremo ben presto cantarle in riva ai fiumi di Babilonia. Salì impetuosamente sulla scala, allungò il viso in un’espressione il più possibile severa e tuonò con voce imperiosa, che fece tremare di paura i vetri su in alto:
«Sono lieto che abbiate inteso ragione a tempo. L’entusiasmo non basta per fare una guerra. Dalla vostra approvazione deduco che siete pronti a combattere sotto il mio comando.
«Dichiaro quanto segue:
«1. Noi ci troviamo in stato di guerra.
«2. I traditori verranno giudicati con procedura sommaria.
«3. Il comando è centralizzato. Io sono il comandante supremo, l’unico capo e l’unico ufficiale.
«4. E abolita tra le forze combattenti ogni distinzione derivante da nobile passato, reputazione, grandezza e valore pecuniario. La democratizzazione dell’esercito trova espressione materiale nel fatto che a partire da oggi ciascun volume avrà il dorso rivolto verso la parete. Tale misura accrescerà il nostro senso di solidarietà e priverà il nemico, rapace ma ignorante, di ogni criterio di valutazione.
«5. La parola d’ordine è Kung».
Così egli concluse il suo breve proclama. Non si curò dell’effetto ottenuto dalle sue parole. Il successo della precedente orazione bellica aveva esaltato il suo senso di autorità. Si sapeva sostenuto dall’unanime dedizione di tutta la sua armata. Ritenne sufficiente quest’unico attestato e passò senz’altro all’azione.
Ogni singolo volume venne estratto dagli scaffali e sistemato col dorso contro la parete. Soppesando tra le mani i suoi vecchi amici — in fretta, naturalmente, senza interrompere il lavoro — egli si sentì sopraffare dal dolore di doverli ridurre all’anonimato di un esercito in assetto di guerra. Anni prima nulla avrebbe potuto indurlo a commettere una simile crudeltà. A la guerre comme à la guerre, si giustificò ora, e sospirò.
I discorsi di Gotamo Buddha, in sé molto amanti della pace, minacciarono con miti parole l’obiezione di coscienza. Lui rise beffardamente e gridò: « Provatevi! ». Ma dentro di sé non si sentiva così sicuro come poteva sembrare dal tono della voce. Infatti quei discorsi riempivano dozzine di volumi che stavano lì, l’uno accanto all’altro, in pali, in sanscrito, in traduzioni cinesi, giapponesi, tibetane, inglesi, tedesche, francesi, italiane, un’intera compagnia, una potenza che incuteva rispetto. Giudicò la loro condotta pura e semplice ipocrisia.
« Perché non vi siete messi a rapporto prima? »
«Noi non ti abbiamo applaudito, signore»
«Avreste potuto interrompermi»
«Abbiamo taciuto, signore»
« Questa è proprio una cosa degna di voi! » tagliò corto. Tuttavia il loro silenzio gli rimase come una spina nel cuore. Chi, già alcuni decenni prima, aveva elevato il silenzio a regola suprema della propria esistenza? Proprio lui, Kien. Dove aveva imparato a comprendere il valore del silenzio, a chi doveva questa svolta decisiva nella sua evoluzione spirituale? A Buddha, l’illuminato. Buddha era solito tacere. Forse doveva la sua fama appunto al fatto che taceva tanto. Per il sapere non aveva poi grande interesse. A tutte le possibili domande rispondeva o col silenzio o facendo capire che non valeva la pena dare una risposta. Veniva naturale il sospetto che lui, questa risposta, non la sapesse. Infatti ciò che sapeva, la sua famosa serie causale, una forma primitiva di logica, lo sfoderava ad ogni occasione. Quando non taceva ripeteva sempre la stessa cosa. Se dai suoi discorsi si tolgono le similitudini, che cosa rimane? Appunto la serie causale. Un povero di spirito! Uno spirito che ha messo su pancia per pura inerzia. E possibile immaginarsi un Buddha senza pancia? C’è silenzio e silenzio. Buddha si vendicò di queste offese inaudite: tacque. Kien s’affrettò a girare tutti i volumi dei discorsi per allontanarsi da quel settore demoralizzante e disfattista.
S’era proposto un compito assai difficile. Prendere decisioni bellicose è presto fatto: poi però si tratta di tenere saldamente in pugno ogni singolo individuo. Gli obiettori di coscienza erano comunque una trascurabile minoranza. Le maggiori opposizioni investirono piuttosto il, quarto punto del suo proclama, quello che riguardava la democratizzazione dell’esercito, la prima misura veramente concreta che lui aveva preso. Che cumulo di vanità era necessario superare a questo riguardo! Piuttosto che rinunciare alla loro gloria personale quei pazzi preferivano lasciarsi rubare. Schopenhauer annunciò la sua volontà di vivere, rivelando un postumo attaccamento a questo peggiore fra tutti i mondi. Comunque si rifiutava di combattere spalla a spalla con uno Hege. Schelling rispolverò le sue vecchie accuse e dimostrò l’identità fra la dottrina di Hegel e la sua, che era di precedente formulazione.
Fichte fece l’eroe gridando: « Io! ». Immanuel Kant sostenne più categoricamente di quanto non avesse fatto in vita la necessità di una pace perpetua. Nietzsche enumerò a gran voce i propri titoli, Dioniso, Anti-Wagner, Anticristo, Salvatore. Altri s’intromisero e approfittarono di quel momento, proprio di quel momento, per lamentare la loro condizione di geni incompresi. Alla fine Kien volse le spalle al fantastico pandemonio della filosofia tedesca.
Pensò di rifarsi con i francesi, meno sublimi e forse fin troppo lineari, ma venne accolto con una gragnuola di malignità. Lo schernironò per il suo aspetto ridicolo. Non sapeva servirsi a dovere del proprio corpo: per questo andava in guerra. Era sempre stato modesto: per questo li umiliava, per esaltare se stesso. E il sistema di tutti gli innamorati: crearsi un’opposizione immaginaria per potersi presentare come vincitori. Dietro la sua guerra santa non v’era altro che una donna, una governante incolta, vecchia, inservibile e assolutamente insipida. Kien montò su tutte le furie: «Voi non mi meritate» fremette «vi abbandono quanti siete al vostro destino».
«Sarà meglio che ti rivolga agli inglesi» gli consigliarono. Erano troppo occupati con il loro spirito per impegnare una seria battaglia con lui, e il loro consiglio si rivelò buono.
Dagli inglesi trovò proprio ciò di cui aveva bisogno in quel momento: un solido terreno pragmatico sul quale se la cavavano sempre benissimo. Le loro obiezioni, quelle poche bene inteso che si lasciarono sfuggire nonostante la loro flemma, erano lucide, pratiche e nondimeno ben ponderate. Alla fine comunque non seppero risparmiargli un grave rimprovero. Perché mai aveva cercato la parola d’ordine nella lingua di una razza di colore? Kien esplose e rovesciò anche sugli inglesi una bordata di urla.
Maledisse il suo destino che gli riservava una delusione dopo l’altra. Meglio essere un kuli che il comandante in capo, esclamò, e impose il silenzio alle sue migliaia di fanti. Impiegò ore e ore a girarli tutti. Avrebbe potuto facilmente colpire i loro fianchi con qualche colpo leggero, ma non osò trarre le estreme conseguenze dal nuovo ordinamento disciplinare e non fece del male a nessuno. Stanco e scontento, profondamente demoralizzato, si trascinava lungo gli scaffali più per forza di carattere che per convinzione, perché ormai essi gli avevano tolto ogni fiducia. Per i ripiani superiori ricorse all’aiuto della scaletta, ma anch’essa lo trattava senza affetto, anzi con ostilità. Uscì più volte dalla sua guida abbattendosi caparbia sul tappeto. Lui la rialzava con le sue braccia magre e prive di forza, e questo atto gli riusciva ogni volta più gravoso. Non aveva nemmèno più l’orgoglio sufficiente a farle la sfuriata che meritava. Nel salire cercava di trattare i pioli con particolare riguardo per evitare che gli giocassero qualche brutto scherzo. Era in condizioni così disperate da dover trattare con i guanti persino la propria scala, una semplice ausiliaria. Quand’ebbe terminato di girare i libri in quella che poco prima era la sala da pranzo, si fermò a contemplare la propria opera. Decise di riposare per tre minuti, che trascorse disteso sul tappeto, ansimando ma con l’orologio alla mano.

cap. 21 da Il Libro del buio – Tahar Ben Jelloun – Einaudi
M’importava poco di questo genere di ricordi. Non mi sarei sforzato di sbarazzarmene e di bruciarli, come avevo fatto con gli altri. Non era neppure un ricordo. Era una serie di immagini in grigio che appartenevano a un’epoca in cui eravamo quasi spensierati e in cui le nostre ambizioni si limitavano a voler essere buoni soldati, futuri ufficiali in seno alle Forze armate reali. Il nostro livello d’istruzione non era altissimo, ma non eravamo i peggiori. Mi piaceva leggere. Era una passione. Dopo ogni uscita, tornavo con dei libri, che compravo da un bouquiniste di Fès. Era un uomo molto anziano. Era parecchio miope. Mi diceva che vendeva libri per amore delle donne, che erano le sue principali clienti. Conosceva i loro gusti, le loro preferenze. Come un medico o un profumiere, sapeva cosa consigliare a questa o quella lettrice. Aveva migliaia di libri ammassati in un disordine nel quale solo lui si raccapezzava. Mi metteva da parte romanzi classici francesi e poesie arabe. La lettura era la porta invisibile che varcavo per fuggire dalla scuola militare, per dimenticare la violenza dell’istruzione, e soprattutto per non sentire più sottufficiali analfabeti urlare i loro ordini in una lingua mezza araba e mezza francese: rasslma per adunata, gza per esentato, birmissiu per licenza, ecc.
Quando ero nel buco, nella mia solitudine mi tornavano in mente intere pagine di Papà Goriot, spesso in momenti inopportuni, per esempio quando avevo mal di denti e non riuscivo ad aprire la bocca. Le parole, le frasi fluivano, mi sentivo recitarle come se fossi stato in classe a fare un dettato, come se leggessi a un bambino malato. Era come una grazia di Dio. Per Sua volontà, la mia memoria restituiva centinaia di pagine lette anni prima. Non serviva alcuno sforzo per ricordarle: si declinavano da sole.
«Verso la fine del terzo anno, papà Goriot ridusse ulteriormente le spese, salendo al terzo piano e mettendosi a quarantacinque franchi di pensione al mese. Rinunciò al tabacco, licenziò il parrucchiere e non mise più la cipria».
Alcuni ridevano di questo brano, osservando che un uomo non dovrebbe incipriarsi. Come spiegare loro il contesto sociale e politico dell’epoca in cui scriveva Balzac... Passavo oltre e continuavo.
«Papà Goriot era un vecchio libertino, i cui occhi erano stati preservati dall’influenza nociva dei farmaci resi necessari dalle sue malattie solo grazie all’abilità di un medico».
— Cos’è un vecchio libertino?
E via con un’analisi testuale e lessicale che ci allontanava dal romanzo e spesso sfociava in una discussione politica concernente la nostra società, le sue abitudini, le sue ipocrisie e le sue menzogne. Poi, quando recitavo le lettere che la madre e le sorelle scrivevano a Rastignac, il mio uditorio era incredulo e rideva.
— Raccontaci un western o un film poliziesco. Abbiamo bisogno di azione.
Continuavo la mia «lettura», anche se alcuni si annoiavano. Lo facevo per tenere in esercizio la memoria e lottare contro il rischio di confusione.
Quando ero molto stanco, mi capitava di ripescare contemporaneamente, alla rinfusa, pagine di Balzac e altre di Victor Hugo. Tutto mi si confondeva nella testa procurandomi delle emicranie, come se quell’intasamento mi affaticasse più di quanto potevo sopportare. Mi dicevo: «Devi calmarti. Hai la fortuna di avere una buona, una buonissima memoria. Calmati e tutto tornerà a posto! »
Questa famosa memoria fu tutto ciò che nostro padre ci diede. Come gran parte dei miei fratelli e delle mie sorelle, sono dotato di un’ottima memoria. Mio fratello minore, quello che è andato negli Stati Uniti e ha studiato all’Actor’s studio, è in grado di recitare tutte le poesie dei Fiori del male senza sbagliarsi né tentennare.
Perdere quella forza interiore avrebbe avuto una conseguenza immediata sulla mia situazione nel buco: la mia cella si restringeva. Le pareti si erano avvicinate, il soffitto si era abbassato. Dovevo reagire subito e ritrovare la capacità di essere in contatto con universi lontani e immaginari.
Mi rassicuravo: «Ho ripulito la mia memoria. L’ho liberata dai ricordi troppo dolorosi; ne ho bruciati alcuni, forse non sono riuscito a buttare via tutto, oppure mi sono sbagliato: devo aver bruciato i libri invece delle immagini e dei luoghi della mia adolescenza. No, devo fare ordine. Mi calmo. Inspiro piano con la pancia, espiro altrettanto piano, tendo la gamba destra, le faccio fare dei cerchi. Poso la destra e faccio lo stesso con la sinistra. Tendo le braccia. Tocco le pareti. Le sollevo rimanendo seduto. Sono a cinque centimetri dal soffitto. Le pareti devono indietreggiare. Le spingo con i palmi delle mani. Mi alzo rimanendo accovacciato e cerco di sollevare il soffitto come se fosse un coperchio. Ripeto questa operazione per tutto il giorno. Quando, sfinito, cado, so che sono riuscito a guadagnare qualche centimetro. Il problema astratto — quello della memoria — può essere risolto agendo su qualcosa di concreto, lo spazio della mia reclusione. Se riesco a mettere ordine nella mia biblioteca mentale, sono salvo. Le pareti non mi opprimeranno più. Se evado mentalmente ritrovando i personaggi immaginati dai romanzieri, non avrò più problemi di spazio».
In quel momento ebbi una rivelazione:
— Se la memoria ti abbandona, inventati i tuoi personaggi!
In realtà non era un abbandono. Era stanchezza, tedio. Avevo talmente letto e riletto Papà Goriot, seguito dai Miserabili, che la memorizzazione si era inceppata. Erano necessarie pagine nuove, storie lette una volta sola. Passai qualche giorno a cercare. Pian piano la mia biblioteca fu ricostituita. Non c’erano molti libri, ma ce n’era uno che avevo letto al momento dell’esame di ammissione alla Scuola marocchina di pubblica amministrazione (esame che non avevo passato per un punto), era Lo straniero di Camus. Ah! Che gioia, che piacere ritrovare quelle pagine in cui ogni parola, ogni frase è soppesata! Per un mese buono, recitavo Lo straniero ai miei compagni. Ripensavo al povero Abdelkader, morto perché non gli si leggevano più storie. Con Camus ero a mio agio, ed era un piacere ricordare taluni brani. Assumevano un’importanza straordinaria, che andava oltre la storia dell’omicidio. Un romanzo raccontato in una fossa, vicino alla morte, non può avere lo stesso significato, le stesse conseguenze che avrebbe se fosse letto su una spiaggia o in un prato, all’ombra dei ciliegi. I miei occhi avevano stampato il testo. Lo leggevo come se mi scorresse davanti su una lavagna o uno schermo, senza fermarmi. Ogni tanto sentivo qualcuno che gridava:
— Ripeti, ripeti, per favore, di’ ancora questo paragrafo! –
Ricominciavo lentamente, separando le parole, lasciando che le immagini prendessero il posto delle sillabe. « Il sole cadeva quasi a piombo sulla sabbia e lo sfolgorio sul mare era accecante». Insistevo sulle parole «sole» e «sfolgorio». Pensavo che ripetendo quella frase la nostra fossa sarebbe stata inondata da una luce accecante. Continuavo: «Il sole era tremendo, ora. Andava a frantumarsi sulla sabbia e sul mare». Scandivo «sulla sabbia» e «sul mare» e li ripetevo. Proseguivo: « . . Passato un istante, mi sono diretto verso la spiaggia e mi sono messo a camminare... C’era sempre quel rosso sfolgorio. Sulla sabbia il mare ansimava di tutto il respiro rapido e soffocato delle sue prime onde. Camminavo lentamente verso le rocce e sentivo la mia testa gonfiarsi sotto il sole». Qui, avevo un dubbio. Era «la mia testa» o «la mia fronte»? Era solo un dettaglio e mi scusavo in anticipo con Camus se storpiavo una sua frase. Ognuno aveva il proprio modo di recepire quella lettura. Anch’io avevo il mio bagaglio di immagini. Era strapieno. Bisognava vuotano un po’, versare alcune immagini sul pavimento e guardarle morire dopo brevi scintillii. La lettura portava nuove immagini. Si accumulavano, si appiccicavano, si confondevano poi si annullavano: il sole, la spiaggia, il sudore, il sangue, corpi crivellati di proiettili, il mare e io che «battevo alla porta della sventura». Ritto contro le tenebre, ero come un pozzo di parole brulicanti. Non stavo più nella pelle. Leggere e rileggere non bastava più a tenerci occupati. Occorreva inventare, riscrivere la storia, adattarla alla nostra solitudine. Lo straniero era l’ideale per questo genere di esercizi. Senza l’urgenza che nasceva dalla lotta contro la degradazione del nostro essere, non avrei mai osato toccare quel romanzo. Mi prendevo delle libertà con Camus e reinventavo la storia di Meursault. Invertivo i ruoli: Raymond, Masson e Meursault suoneranno tranquillamente il flauto, una domenica d’estate, quando alcuni arabi, degli immigrati, se la prenderanno con loro. Ci sarà lo stesso sole, la stessa luce, e soprattutto la stessa assurdità. Come nel romanzo, solo i francesi saranno chiamati per nome. Gli altri, gli arabi, compreso quello che sparerà quattro colpi di pistola contro Meursault, non avranno nome. Mi resi subito conto che il romanzo di Camus resisteva a qualunque manipolazione. Ripresi la lettura normale fino al momento in cui, per stanchezza, non riuscii più a leggere le frasi che mi scorrevano nella mente. Una sorta di nebbia le offuscava. Avvertii i miei compagni che per il momento la lettura era terminata. A quel punto, come un brusio, udii qualcuno recitare le prime frasi del libro:
— Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio: «Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti». Non vuol dire nulla. E stato forse ieri.
Una voce prosegui:
— Oggi morirò. O forse domani, non so. Mia madre non riceverà nessun telegramma da Tazmamart, né distinti saluti. Non vuol dire nulla. E stato forse ieri.
Un’altra voce:
— Allora ho sparato ancora quattro volte su un corpo inerte, dove i proiettili affondavano senza lasciare traccia. Ed erano come quattro colpi secchi che battevo alla porta della sventura.
L'Aleph

Sentii infinita venerazione, infinita pena.
“L’hai visto bene, coi colori?”
La casa in collina

Abbiamo avuto dei morti anche qui. Tolto questo e gli allarmi e le scomode fughe nelle forre dietro i beni (mia sorella o mia madre che piomba a svegliarmi, calzoni e scarpe afferrati a casaccio, corsa aggobbita attraverso la vigna, e l’attesa, l’attesa avvilente), tolto il fastidio e la vergogna, niente accade. Sui colli, sul ponte di ferro, durante settembre non è passato giorno senza spari— spari isolati, come un tempo in stagione di caccia, oppure rosari di raffiche. Ora si vanno diradando. Quest’è davvero la vita dei boschi come si sogna da ragazzi. E a volte penso che soltanto l’incoscienza dei ragazzi, un’autentica, non mentita incoscienza, può consentire di vedere quel che succede e non picchiarsi il petto. Del resto gli eroi di queste valli sono tutti ragazzi, hanno lo sguardo diritto e cocciuto dei ragazzi. E se non fosse che la guerra ce la siamo covata nel cuore noialtri — noi non più giovani, noi che abbiamo detto « Venga dunque se deve venire » — anche la guerra, questa guerra, sembrerebbe una cosa pulita. Del resto, chi sa. Questa guerra ci brucia le case. Ci semina di morti fucilati piazze e strade. Ci caccia come lepri di rifugio in rifugio. Finirà per costringerci a combattere anche noi, per strapparci un consenso attivo. E verrà il giorno che nessuno sarà fuori della guerra — né i vigliacchi, né i tristi, né i soli. Da quando vivo qui coi miei, ci penso spesso. Tutti avremo accettato di far la guerra. E allora forse avremo pace. Malgrado i tempi, qui nelle cascine si è spannocchiato e vendemmiato. Non c’è stata — si capisce — l’allegria di tanti anni fa: troppa gente manca, qualcuno per sempre. Dei compaesani soltanto i vecchi e i maturi mi conoscono, ma per me la collina resta tuttora un paese d’infanzia, di falò e di scappate, di giochi. Se avessi Dino qui con me potrei passargli le consegne; ma lui se n’è andato, e per fare sul serio.
Alla sua età non è difficile. Più difficile è stato per gli altri, che pure l’han fatto e ancora lo fanno.
Adesso che la campagna è brulla, torno a girarla; salgo e scendo la collina e ripenso alla lunga illusione da cui ha preso le mosse questo racconto della mia vita. Dove questa illusione mi porti, ci penso sovente in questi giorni: a che altro pensare? Qui ogni passo, quasi ogn’ora del giorno, e certamente ogni ricordo più inatteso, mi mette innanzi ciò che fui — ciò che sono e avevo scordato. Se gli incontri e i casi di quest’anno mi ossessionano, mi avviene a volte di chiedermi « Che c’è di comune tra me e quest’uomo che è sfuggito alle bombe, sfuggito ai tedeschi, sfuggito ai rimorsi e al dolore? » Non è che non provi una stretta se penso a chi è scomparso, se penso agli incubi che corrono le strade come cagne — mi dico perfino che non basta ancora, che per farla finita l’orrore dovrebbe addentarci, addentare noi sopravvissuti, anche più a sangue — ma accade che l’io, quell’io che mi vede rovistare con cautela i visi e le smanie di questi ultimi tempi, si sente un altro, si sente staccato, come se tutto ciò che ha fatto, detto e subito, gli fosse soltanto accaduto davanti — faccenda altrui, storia trascorsa. Questo insomma m’illude: ritrovo qui in casa una vecchia realtà, una vita di là dai miei annj, dall’Elvira, da Cate, di là da Dino e dalla scuola, da ciò che ho voluto e sperato come uomo, e mi chiedo se sarò mai capace di uscirne. M’accorgo adesso che in tutto quest’anno, e anche prima, anche ai tempi delle magre follie, dell’Anna Maria, di Gallo, di Cate, quand’eravamo ancora giovani e la guerra una nube lontana, mi accorgo che ho vissuto un solo lungo isolamento, una futile vacanza, come un ragazzo che giocando a nascondersi entra dentro un cespuglio e ci sta bene, guarda il cielo da sotto le foglie e si dimentica di uscire mai più.
È qui che la guerra mi ha preso, e mi prende ogni giorno.
Se passeggio nei boschi, se a ogni sospetto di rastrellatori mi rifugio nelle forre, se a volte discuto coi partigiani di passaggio (anche Giorgi c’è stato, coi suoi: drizzava il capo e mi diceva: « Avremo tempo le sere di neve a riparlarne »), non è che non veda come la guerra non è un gioco, questa guerra che è giunta fin qui, che prende alla gola anche il nostro passato. Non so se Cate, Fonso, Dino, e tutti gli altri, torneranno. Certe volte lo spero, e mi fa paura. Ma ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l’ha sparso. Guardare certi morti è umiliante. Non sono più faccenda altrui; non ci si sente capitati sul posto per caso. Si ha l’impressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei corpi, tenga noialtri inchiodati a vederli, a riempircene gli occhi. Non è paura, non è la solita viltà. Ci si sente umiliati perché si capisce — si tocca con gli occhi — che al posto del morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza, e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione.
Ci sono giorni in questa nuda campagna che camminando ho un soprassalto: un tronco secco, un nodo d’erba, una schiena di roccia, mi paiono corpi distesi. Può sempre succedere. Rimpiango che Belbo sia rimasto a Torino. Parte del giorno la passo in cucina, nell’enorme cucina dal battuto di terra, dove mia madre, mia sorella, le donne di casa, preparano conserve. Mio padre va e viene in cantina, col passo del vecchio Gregorio. A volte penso se una rappresaglia, un capriccio, un destino folgorasse la casa e ne facesse quattro muri diroccati e anneriti. A molta gente è già toccato. Che farebbe mio padre, che cosa direbbero le donne? Il loro tono è « La smettessero un po’ », e per loro la guerriglia, tutta quanta questa guerra, sono risse di ragazzi, di quelle che seguivano un tempo alle feste del santo patrono. Se i partigiani requisiscono farina o bestiame, mio padre dice:
— Non è giusto. Non hanno il diritto. La chiedano piuttosto in regalo. — Chi ha il diritto? — gli faccio. — Lascia che tutto sia finito e si vedrà, — dice lui.
Io non credo che possa finire. Ora che ho visto cos’è guerra, cos’è guerra civile, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: — E dei caduti che facciamo? perchè sono morti? — Io non saprei cosa rispondere. Non adesso almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per loro la guerra è finita davvero.
L’Isola di Arturo

— Ar-tu-rooo! Ar-tùùù!
Lettere a un giovane poeta

Mio caro signor Kappus,
Infinite Jest

Itaca

devi augurarti che la strada sia lunga
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni o i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere:
non sara' questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi o Lestrigoni no certo,
ne' nell'irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l'anima non te li mette contro.
Devi augurarti che la strada sia lunga,
che i mattini d'estate siano tanti
quando nei porti – finalmente e con che gioia -
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre,
tutta merce fina, e anche profumi
penetranti d'ogni sorta, piu' profumi
inebrianti che puoi,
va in molte citta' egizie
impara una quantita' di cose dai dotti.
Sempre devi avere in mente Itaca –
Raggiungerla sia il tuo pensiero costante.
Soprattutto, pero', non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull'isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos'altro ti aspetti?
E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avra' deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
gia' tu avrai capito cio' che Itaca vuole significare.
(1911)