RICICLARE LIBRI, RISPARMIARE DENARO, RILANCIARE CULTURA | Hay-on-Wye

DASDFAS
SOLVITUR AMBULANDO . CAMMINARE PER ESPLORARE IL MONDO E INDAGARE L’ANIMA. PAROLA DI HENRY DAVID THOREAU.

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PER UNA MODERNITA' SOSTENIBILE | NON LUOGHI COME LUOGHI DI RELAZIONI
Dal nr 1 di BIO RIVISTA, Festinalente, rubrica a cura di Valeria Lo Forte
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Ritiene che le tradizioni orali abbiano in effetti condizionato la sua scrittura?
Essendo cresciuta in una città universitaria, ho cominciato molto presto a leggere. Certo, mia nonna e mio padre amavano raccontare storie, quindi potrei dire di essere stata influenzata anche dalle loro narrazioni. Tuttavia i continui riferimenti alla tradizione orale quando si parla di autori africani mi infastidiscono, sono frutto di una visione «romanticizzata» della nostra letteratura. Tutti, non solo gli africani, raccontano e ascoltano storie, e ne sono condizionati. Personalmente sono curiosa, mi piace conoscere i dettagli della vita delle persone con cui entro in contatto. Quando raccoglievo la documentazione per Metà di un sole giallo, ho letto tanti libri sulla guerra in Biafra, ma questi materiali non mi erano sufficienti, volevo saperne di più, soprattutto sulla vita quotidiana di quel periodo. Così sono andata in giro a interrogare chi aveva vissuto quella esperienza, e nella elaborazione del romanzo questo ha contato di più rispetto a una astratta «tradizione orale» africana.
A cosa ritiene sia dovuto questo tenace stereotipo?
Tutto nasce dall'idea che l'Africa sia fondamentalmente diversa rispetto al resto del mondo e pare che dall'esterno si sia sempre in cerca di dati che avvalorino questa ipotesi. Di continuo mi vengono rivolte domande sulla cultura africana «autentica» e incontaminata, trascurando il fatto che i rapporti commerciali con i portoghesi, per esempio, risalgono al quattordicesimo secolo, e che - come in ogni parte del mondo - ci sono stati scambi culturali che hanno portato a una costante evoluzione. Ma quando si parla di Africa, forse perché qui ha avuto inizio il genere umano, tutto questo viene dimenticato, e si idealizza una presunta «primitività», quanto vi è di «selvaggio» e di «puro» nella nostra cultura.
Nel suo primo romanzo, «L'ibisco viola», il padre della protagonista, con la sua adesione fanatica alla religione, incarna una visione dura e conservatrice, ma al tempo stesso è il simbolo di una rottura con il passato, perché per il cristianesimo ha rinnegato la fede tradizionale. Nell'ideazione di questo libro si è richiamata a «Things Fall Apart» di Achebe, che ruotava appunto intorno ai traumatici cambiamenti culturali legati alla colonizzazione?
Nell'Ibisco viola alcuni critici hanno in effetti visto un «seguito femminista» di Things Fall Apart, una lettura che mi rende orgogliosa, anche se nella elaborazione del romanzo non c'è stato da parte mia un tentativo consapevole in questa direzione. Certo Achebe rappresenta per me un punto di riferimento essenziale, e mi interessa il tema della colonizzazione, non tanto dal punto di vista economico, ma per gli effetti che essa ha avuto sulla mentalità delle persone. Sono stati in molti a convincersi, come il padre di Kambili nel romanzo, che il loro passato e la loro cultura erano cattivi, e che in nome della religione dovevano rinnegare i loro padri. Quello che mi preme capire è come tutti noi abbiamo interiorizzato questo processo, tanto più interessante perché, accanto agli evidenti aspetti negativi, ha avuto lati positivi, che nel personaggio si concretizzano nella sua sete di giustizia e di libertà.
In «Metà di un sole giallo» il tema centrale è la guerra del Biafra, avvenuta quarant'anni fa, quando lei non era ancora nata. Per quale motivo ha deciso di ritornare su questo conflitto, già trattato dallo stesso Achebe e da altri autori nigeriani come Ekwensi e Saro-Wiwa?
La guerra del Biafra mi ossessiona da quando ero bambina: i miei nonni sono morti durante il conflitto, e in particolare la figura di mio nonno paterno, che ho conosciuto attraverso le parole di mio padre, mi coinvolge e mi emoziona. Scrivere questo romanzo ha significato per me interrogarmi sulla mia storia, su un'eredità importante che avevo ricevuto, ma non conoscevo direttamente. In questo rappresento forse la mia generazione, che della guerra del Biafra ha sentito parlare solo in termini vaghi: ancora oggi è un argomento controverso, che non viene trattato nei libri di scuola, perché molti dei protagonisti di allora sono ancora attivi. Quando Metà di un sole giallo è uscito in Nigeria, il mio editore temeva che ci sarebbero state reazioni violente. Invece, accanto a coloro che hanno dichiarato pubblicamente di non voler neanche prendere in mano il libro, in molti mi hanno ringraziato per averlo scritto. E mi piace pensare che questo sia dovuto al fatto che nel romanzo non c'è spirito di propaganda: mi interessava solo il lato umano, e anche se il libro ha evidenti simpatie per il Biafra, come è naturale, essendo la mia famiglia biafrana, ho evitato di dare a quella esperienza un alone romantico, che troverei ingiustificato.
L'unico personaggio bianco del romanzo, l'inglese Richard, deciso inizialmente a scrivere un libro sul paese in cui vive e che ama, rinuncia al suo progetto, e sarà poi Ugwu, il giovane servitore, a farsene carico. Potrebbe essere una metafora di quello che sta accadendo in Africa e nel mondo?
Non credo che questo passaggio sia avvenuto, ma di certo è quello che auspico. In effetti, attraverso il personaggio di Richard (un personaggio peraltro positivo) ribadisco che la storia dell'Africa deve essere scritta dagli africani, mentre Ugwu rappresenta l'enorme potenziale di cui dispongono le persone quando vengono offerte loro opportunità concrete. All'inizio Ugwu è povero, non ha un'istruzione, ma è intelligente e perciò coglie con prontezza le occasioni di crescere e di migliorare che gli vengono offerte dai suoi datori di lavoro Odenigbo e Olanna. In un certo senso è lui il vero eroe del romanzo, e mi sembra giusto che sia lui ad assumere il ruolo del narratore di quanto è accaduto.
Nell'«Ibisco viola» come in «Metà di un sole giallo» ci sono degli intellettuali, osservatori critici della situazione politica e sociale in Nigeria, che alla fine vengono sconfitti o decidono di andarsene. Pensa che non sia possibile nessuna alternativa?
Fra le poche cose che il regime militare è riuscito a fare bene in Nigeria c'è stata la sistematica distruzione della vita intellettuale, del dissenso. Pur di sopravvivere, molti intellettuali si sono visti costretti a umilianti compromessi, hanno scelto di collaborare, accettando incarichi governativi, o comunque la loro dignità morale ne è stata danneggiata. Rispetto agli anni Sessanta, quando la vita culturale in Nigeria era molto vivace, il clima è oggi decisamente meno stimolante. Ma ci sono segnali che lasciano intravedere un cambiamento. La fine della dittatura ha allentato la tensione, e fuori dal paese gli editori sembrano pronti a scommettere sulla nostra letteratura. Quando nel 2002 cercavo una casa editrice per L'ibisco viola, ho avuto molte difficoltà, tutti pensavano che un romanzo ambientato in Nigeria non avrebbe interessato nessuno. Ma il successo del libro ha dimostrato che era possibile raccontare l'Africa di oggi dall'interno, rivolgendosi anche a un pubblico internazionale. Dentro il paese, poi, nascono nuove imprese editoriali indipendenti, e aumenta il numero delle persone che scrivono: ai laboratori di scrittura che organizzo a Lagos, per esempio, sono arrivate centinaia di candidature. Qualcosa, insomma, si muove.
di Maria Teresa Carbone, pubblicata su Il manifesto dell'1 febbraio 2009
Chimamanda Ngozi Adichie, nata nel 1977 e cresciuta a Nsukka, sede della University of Nigeria, è figlia di insegnanti. Si trasferisce negli Stati Uniti per studiare comunicazione e scienze politiche: nel 2001, anno della laurea, ha già pubblicato una raccolta di poesie e una pièce teatrale. Segue un master di scrittura creativa a Baltimora e comincia a scrivere il primo romanzo, L'Ibisco viola, con cui è tra i finalisti nel 2005 al Commonwealth Writer's Prize. Ottiene la fama internazionale con Metà di un sole giallo. Attualmente si occupa di studi africani a Priceton e Yale.
Dalla Necropoli slovena la denuncia di Pahor

Non è proprio convinto del bar, questo novantacinquenne che è stato il caso letterario dello scorso anno con la traduzione in italiano di Necropoli, capolavoro sui campi di sterminio scritto nel 1967.
Oggi è qui a parlare di un'altra traduzione che arriva con leggero ritardo: ci sono voluti quarantacinque anni per pubblicare in italia Qui è proibito parlare, e lui allarga le braccia:"Mica me lo aspettavo, eh! Eppoi con questo titolo... La traduzione letterale dallo sloveno all'italiano sarebbe La sirena fischia per lei. Capisco che in italiano possa suonare male, ma non l'avrei mai intitolato così. Come non ero d'accordo sulla veste da deportato per la copertina di Necropoli. Avrei messo un dipinto di Bosch, o qualcos'altro, ma niente a che vedere con il campo di concentramento. E anche in questo caso non avrei accennato al contenuto del libro. Quello lo racconta la storia".
La storia si apre poco lontano da dove ci troviamo ora, sul mare, in una Trieste dove il fascismo sta negando ai cittadini sloveni l'identità culturale: i nomi di battesimo devono cambiare assieme ai cognomi, la lingua è vietata, i libri, i giornali, le associazioni culturali anche.
Ma ci sono giovani che non hanno intenzione di lasciarsi travolgere e organizzano azioni clandestine. Ema, la protagonista del romanzo, ritrova se stessa proprio mentre si apre all'amore con uno altro sloveno, con cui condividerà la resistenza.
"Quel tipo di azioni, secondo me, culminò nella distribuzione notturna di pacchi regalo lasciati prima di Natale davanti alle porte delle famiglie slovene. Libri destinati ai bambini, per salvare una lingua e una cultura. Per questo, l'avrei intitolato Strenne clandestine. Della de-nazionalizzazione cui fu sottoposto dagli italiani il popolo sloveno, del resto, non si parla quasi mai. Ma io faccio il "missionario". L'anno appena passato sono stato quaranta volte a parlarne: scuole, dibattii, convegni, ovunque pur di far sapere, far conoscere, non dimenticare".
Si tratta, di fondo, della stessa ansia che anima la protagonista del romanzo al pensiero che nessuno conosca quel che sta accadendo al suo popolo. "Ma vede - sbotta Pahor - faceva comodo che non si sapesse nulla e tutto è stato insabbiato. Churchill, finché ha potuto, ha continuato a intrattenere rapporti con l'Italia fascista e, dopo la cattura di Mussolini, venne in Italia per far sparire tutte le lettere che gli aveva inviato. Recentemente, poi, c'è stata una commissione italo-slovena che ha lavorato per otto anni. Crede che i risultati siano stati pubblicati nelle scuole? Figuriamoci. Li hanno chiusi tutti in un cassetto. Solo la Chiesa si è scusata. Sa, il Vaticano, in quegli anni, arrivò a dire agli sloveni: "Perché non avete ancora imparato l'italiano?" Erano completamente succubi del fascismo, tanto che molti sloveni passarono all'ortodossia".
E' un fiume in piena, Pahor, ha una memoria prodigiosa, spazia attraverso secoli di letteratura e di storia, fermandosi solo per mettere un po' di ordine. "La lingua fa paura al potere. Ci trattavano come un popolo senza storia né cultura, credevano fossimo solo contadini capaci di portar verdure al mercato. Ma la lingua li smentiva. Quanto a noi, il disprezzo e la derisione ci unirono. Vede, la derisione è qualcosa di spaventoso. Per me, bambino, sentire il maestro che spingeva la classe a ridere per come leggevo male l'italiano fu uno shock più forte che vedere la Casa di Cultura Slovena, il Narodni dom, bruciare. Perché mi odiano? domandavo, e la risposta non c'era. Proprio per questo ripeto sempre che, qui da noi, il fascismo per certi aspetti è stato peggio del nazismo, perché insieme ai croati dell'Istria abbiamo avuto centomila esuli, senza parlare del seguito con l'occupazione della Slovenia. Sono stati anni e anni di rovina per la nostra giovinezza. Io ci ho perso dieci anni. Non riuscivo a fare le scuole, ho dovuto studiare in seminario, ma non volevo essere prete, amavo la vita, così mi sono ritrovato senza arte né parte. E ho anche dovuto rifare la maturità che non era riconosciuta dallo Stato. Diedi l'esame da militare a Bengasi preparandomi su Sofocle e l'Apologia di Socrate che tenevo nel tascapane".
Eppoi il fascismo fu sostituito dal nazismo. "Sì, e mi è sempre rimasta la voglia di scrivere meglio del fascismo. Questo libro racconta dell'amore per la lingua e delle azioni clandestine di un gruppo di studenti, ma forse troverò il modo di scrivere un testo più approfondito. Lo sa che c'era uno sloveno pronto a farsi esplodere per uccidere Mussolini? Un kamikaze per salvare il suo popolo. Poi scoprì che avrebbe ucciso una cinquantina di civili, per lo più bambini, e rinunciò".
Dopo oltre due ore a parlare, Pahor guarda l'orologio e fa segno che il bus partirà tra poco. Così ci alziamo. Camminiamo verso piazza Oberdan e lui indica dove bruciò il Narodni dom, oggi una scuola per interpreti.
Sono usciti, dopo oltre cinquant'anni, due libri che raccontano le maggiori privazioni cui può essere sottoposto un popolo: prima l'annientamento culturale, poi l'annientamento dei bisogni elementari nei campi di sterminio. Come si fa a vivere in una società tanto opulenta, dopo?
"L'uomo si abitua a tutto - dice lui in un sospiro -. L'uomo arriva a fare di tutto quando prevale l'odio che è nella sua natura. Guardi cosa stanno facendo gli israeliani nella striscia di Gaza. E l'Europa non dice una parola: è la legge del più forte".
Arriviamo al bus che ha già acceso i motori, il professor Pahor salta su e saluta e si raccomanda: "Racconti di quello che c'è qui. Della nostra cultura. Di tutto il nostro patrimonio". Poi le porte si chiudono e lui si siede, si sfila il cappello e guarda fuori dal finestrino.
Liliana Segre e la forza di ricordare la Shoah

La piccola divisa di Alex: un'infanzia da mascotte delle SS

Julia Franck: la Germania, Hélene e il binario dell'abbandono

Signora Franck è d'accordo?
Ci sono riferimenti autobiografici?
Anche lei ha attraversato un momento cruciale nella Storia: la caduta del Muro, la fine della Ddr,la riunificazione...Che cosa ha rappresentato per lei questa svolta epocale?
Oggi Berlino è considerata una delle città più stimolanti dal punto di vista culturale d'Europa.
L'eleganza della scrittura è una leggera trance
In Italia è appena uscito Estasi culinarie. Che sensazione le fa sapere
«Noi italiani abbiamo la vocazione al servilismo. La cultura italiana è nata nel Palazzo e alla mensa del Principe»

BRUSCO E SPAVALDO - Era brusco e spavaldo, il vecchio Indro, quando randellava i pomposi sacrestani di categorie che non stimava. Basti rileggere la risposta data tre anni fa a un professore che aveva sconsigliato agli studenti la sua storia d'Italia: «Sì, non sono un ricercatore di documenti originali né un sommozzatore di archivi. Le mie notizie, è vero, sono quasi tutte di seconda mano. Però, contrariamente a quanto dice il vostro professore, si tratta sempre di mani buone, perché succhio alle fonti più qualificate in tre o quattro lingue. So benissimo di non "scoprire" né "rivelare" nulla di nuovo. Ma non mi sono mai proposto questo. Il compito che mi sono sempre assegnato è quello di "raccontare" a chi non lo sa "come andarono le cose", cioè di fare ciò che gli storici italiani - salvo rarissime eccezioni - si sono sempre dimenticati, o non sono mai stati capaci di fare». E com'è una cultura che non comunica? «Socialmente inutile». Forse per questo, quando amava qualcuno, Montanelli forzava fino alla provocazione il suo orgoglio di appartenenza. Si legga il ritratto di Erasmo da Rotterdam nel volume della Storia scritto con Roberto Gervaso in edicola domani col Corriere: «La verità è che Erasmo, più che un grande erudito e profondo pensatore, fu un magnifico, inimitabile giornalista, che "sentiva" il pubblico e rispondeva puntualmente alle sue aspettative. Poteva sbagliare l'impostazione o la soluzione di un problema, ma mai il "tempo" di affrontarlo». Insomma: «Erasmo sbaglia il "trattato", non sempre azzecca il "saggio", ma brilla immancabilmente nell'"articolo", come testimoniano le lettere, insuperati modelli di altissimo reportage, il suo capolavoro».
Pochi capitoli aiutano a capire il taglio diverso che il grande inviato dava alla «sua» storia quando quello dedicato a Francesco Datini, un mercante toscano che, affetto da grafomania, ci ha lasciato 150 mila lettere, 500 registri e altri documenti che hanno consentito agli storici di ricostruire l'intera vita di un uomo del Trecento. Con quei dettagli che non solo aiutano gli storici a dare forma compiuta alla società fiorentina rinascimentale ma permettono a un affabulatore come Montanelli di adescare i lettori portandoli «dentro» la storia, tra papi e re, guerre e pestilenze, per fargliela vedere da vicino. Come la descrizione delle nozze: «Menù del banchetto: 406 pagnotte, 250 uova, 50 chili di formaggio, mezzo bue, due montoni, 37 capponi, 11 galline...». O del servizio postale dei mercanti fiorentini che facevano partire verso Venezia, le Fiandre o
RISPETTO PER
Non ho più il sottotitolo. Intervista a Benedetta Cibrario

E che cosa ci ha trovato dentro?
I posti che conosco e che amo: Torino, dove sono stata dai 14 anni fino a quando mi sono sposata, una città interessantissima da raccontare per i suoi fermenti e le sue contraddizioni; la Toscana, dove vado da quando sono ragazza e che è l’unico posto al mondo che potrei definire casa. E il cambiamento, che credo sia sempre una cosa che vale la pena di raccontare. Al suo opposto c’è la viltà, il peggiore dei difetti umani. Che fa da contraltare al cambiamento, perché per cambiare devi avere coraggio. E, se non ce l’hai fino in fondo, prima o poi questa cosa la paghi.
La viltà, quindi, porta sofferenza?
Sempre. C’è un bellissimo libro di Primo Levi che si chiama I sommersi e i salvati. Io penso che dovremmo ammettere che non ci sono salvati, solo persone meno sommerse di altre. Io la vedo così e di questo so scrivere: invidio chi riesce a fare libri che ci fanno stare bene.
Quanto le assomiglia la protagonista del suo libro?
In comune abbiamo solo l’amore per la campagna. Non c’è nulla di autobiografico, anche se certamente traspaiono molte cose di me, ma niente di cui io sia consapevole. Anche perché, quando crei un personaggio che funziona, è lui a farti capire dove deve andare la storia. La protagonista del mio libro in un certo senso mi ha presa per mano e mi ha portata nella sua vita, che non è la mia. E, quando mi sono sentita pronta, ho inviato il manoscritto.
Viene da pensare che una signora con le sue conoscenze non abbia fatto troppa fatica a trovare un editore.
Conoscevo qualcuno nel mondo dei libri. Ma questi contatti si sono rivelati inutili, se non controproducenti. Così ho mandato a Feltrinelli dove, invece, non conoscevo proprio nessuno. Credo che ogni libro abbia un suo lettore ideale, e la persona che ha preso in mano il mio manoscritto in questa casa editrice è la mia lettrice ideale. Così il “sì” è arrivato praticamente subito.
E a quel punto che cosa è successo?
L’ho detto ai miei ragazzi. Mio figlio Paolo Tommaso mi ha detto: “Mamma, ma allora i sogni possono avverarsi”. Io gli ho risposto: “Certo”, pensando che era una considerazione profonda. Lui è stato un attimo zitto e poi ha aggiunto: “Allora io posso diventare Ronaldo”, uccidendo ogni poesia. Invece Maria, la mia terza figlia, ha preso le bozze del libro tutta orgogliosa, le ha aperte, le si è spento il sorriso e mi ha detto, delusa: “Ma non ci sono le figure”. È una bella lezione: per quanto impegno uno possa mettere nelle cose, nella vita ci sarà sempre qualcuno che verrà a chiederti: “Dove sono le figure?”.
E per lei che cosa è cambiato?
Nascita dei figli a parte, credo sia stato il giorno più bello della mia vita. Sono come... nata. Ho trovato un’identità che sapevo di avere, ma che aspettava di essere vista anche da qualcun altro. E' inutile raccontarci balle: non sei uno scrittore se nessuno ti pubblica. Da quando ho i ricevuto quel sì è come se avessi smesso di essere la figlia di... la moglie di... la mamma di... sono diventata io. Ma sono anche un po’ destabilizzata da questa presa di coscienza tardiva. Mi chiedo perché non l’ho fatto prima, sicuramente sarei stata un po’ più di buon umore e senza l’ansia di sottotitolo.
Che cos’è l’ansia da sottotitolo?
E quella che mi è sempre venuta quando qualcuno, a una cena o a una festa, mi domandava: “E tu che cosa fai?”. E io rispondevo: “Faccio la mamma”. Abbiamo un bel raccontarci che è il lavoro più bello e importante del mondo, la verità è che quando tu rispondi così ti senti idiota e vedi che, in un istante, si spegne la luce nello sguardo di chi ti sta di fronte. Allora io pensavo che avrei voluto andare in giro con un sottotitolo di quelli del cinema muto, che dicesse: “Sì, faccio la mamma, eppure non sono così poco interessante come potresti pensare, perché anche io ho delle cose da raccontare che tu certamente non mi chiederai, ma che ci sono. Dammi solo un po’ di tempo”. Adesso del sottotitolo non ho più bisogno. Comunque vada.
Anche se questo fosse il primo e l’ultimo libro?
Sì, certamente. Sono solo preoccupata di una cosa: fin da piccola ogni sera, prima di addormentarmi, mi concentravo sui miei tre desideri. Che erano: viaggiare, avere tanti bambini e scrivere un libro. Adesso che si sono realizzati tutti e tre, non vorrà mica dire che sono al capolinea?
La musica, una rivoluzione formativa

Scrivo per vivere. Intervista a Isabel Allende

Cartesio non balla. Definitiva superiorità della cultura pop (quella più avanzata)

E’ così che chi non comprende il metabolismo della materia e della natura non capirà mai nemmeno il nuovo mondo globale. Dove — esattamente come accade nel processo biologico — tutto nasce e cresce attraverso spinte diverse, ogni equilibrio è il momentaneo risultato di instabilità, e ogni fenomeno porta in sé qualcosa del suo opposto (proprio come nel biologicissimo simbolo del tao). E’ così che oggi — contrariamente a tutte le analisi e previsioni della sempre più inutile mente Logica — noi viviamo simultaneamente in un’epoca tanto tecnologica quanto neobiologica; dove il globale si esprime tanto in un’estensione dell’omologazione quanto in un vertiginoso allargamento delle possibilità di scelta personali; dove il terrificante sviluppo tecnocomunicativo va mano nella mano con un protagonismo senza precedenti del corpo; dove il superamento delle identità convenzionali si accompagna con una residuale aggressività delle identità tradizionali; dove potremmo tranquillamente cantare — come Lorenzo — "Come va il mondo? Male / Come va il mondo? Bene".
Potremmo andare avanti a lungo, perché anche nella sfera più personale è sempre più chiaro che i punti di forza di una personalità quel minimo sostanziosa portano con sé la propria stessa debolezza, che in ogni carattere forte ogni cosa è talmente totale che vai a capire fin dove una qualità continua a essere un forza e da dove invece comincia a essere in qualche modo un limite.
Tutto questo, qualcuno lo chiama relativismo: parola sbagliata che riflette un’idea sbagliata. No, tutto questo non è affatto relativismo, non è un colpo al cerchio e unoalla botte: questa è l’essenza — piena, paradossale, globale, a tutto campo — del progetto biologico. Perché l’evoluzione si compie attraverso varietà, spinte molteplici, contraddizioni; l’evoluzione si compie attraverso la competizione. Dove non c’è varietà e non c’è competizione, lì non c’è evoluzione (perché non c’è alcuna contraddizione fra competizione e coevoluzione): anzi, più forti sono le energie e i caratteri che si confrontano, più l’evoluzione prende a sua volta forza.
Nel mondo globale c’è tutto (e il suo contrario): c’è la perdita e c’è la conquista, c’è impoverimento e c’è espansione. Chi ci vede perdita e impoverimento non è che vede male, è che vede da un punto di vista ristretto e unilaterale. Vede senza vedere la strategia e il metabolismo dell’evoluzione. Se chi oggi vede perdita e impoverimento fosse vissuto durante il rinascimento, non avrebbe visto il rinascimento: perché anche allora — anzi, molto ma molto più di oggi — c’erano disastri, guerre, pestilenze, esistenze misere e disperate. Eppure noi oggi ricordiamo quell’ epoca come rinascimento, esattamente come fra qualche anno ricorderemo la nostra epoca come evoluzione senza precedenti. Perché è sul mutamento, sull’espansione, sulla corrente evolutiva, che si misura l’avventurosa storia umana.
Nel suo stesso metabolismo, la cultura pop è infatti connettiva e coevolutiva, organica e non più meccanica, simultanea e non più sequenziale, neobiologica e non più soltanto logica. In sintesi, il pop è totalmente immerso nella corrente globale dell’evoluzione (“saranno diecimila stili distinti che, mescolati e abbinati, forse daranno vita a cinque abbigliamenti raffinati”: qui Chuck Palahniuk sta parlando di mode, ma è come se raccontasse il metabolismo della cultura pop).
Perdere il ritmo e l’ampiezza di questa evoluzione, è così che si invecchia. Tanti in passato sono stati progressivi, trasgressivi, innovativi, perfino alternativi e oggi sono irrimediabilmente conservatori: no, non è perché hanno cambiato le proprie idee, ma anzi proprio perché non le hanno cambiate. Perché non sono ormai più capaci di modellare le proprie idee sul mondo in vertiginoso mutamento. Le loro parole possono anche apparire progressiste, ma la loro relazione con il mondo e con la vita è psicologicamente neurologicamente reazionaria.
Fate questo piccolo e sciocco esperimento, se volete capire se siete più o meno in sintonia con questa sensibilità pop: guardare un conservatore di sinistra e un conservatore di destra — nessuna fatica a trovarli, sono la specie più diffusa. Bene, se quella che vedete è la differenza fra sinistra e destra, allora vuol proprio dire che fra voi e la cultura pop non c’è stato nemmeno il bacio della buonanotte, perché lì uno sguardo pop vede due conservatori. Che sinistra e destra non siano uguali lo so perfino io che quando giocavo a basket usavo indifferentemente le due mani: ma nella visione pop, la vera, grande differenza è innanzitutto quella fra sensibilità sperimentale e innovativa e mentalità conservatrice. Biologico e sperimentale, tutto il resto non conta.

