RICICLARE LIBRI, RISPARMIARE DENARO, RILANCIARE CULTURA | Hay-on-Wye

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La buona prassi del riutilizzo degli scarti, ovvero il riciclo, trova applicazioni interessanti e creative in molti ambiti, dando luogo in taluni casi a vere e proprie pratiche virtuose che non solo comportano benefici in termini ambientali ed economici, ma anche in termini di utilità sociale e culturale.
Parliamo di libri ad esempio: secondo le statistiche, un libro (in Italia ne escono 150 al giorno, 52 mila all’anno) sopravvive in libreria al massimo 90 giorni se non meno, dopo di che molti volumi vengono dismessi, come vecchi abiti demodè. Libri editi a bassa tiratura, ma anche semplicemente libri recenti, magari di successo, che tuttavia devono far spazio a quelli freschi di stampa, ben esposti nelle vetrine e sostenuti dalle case editrici attraverso la campagna pubblicitaria di turno.
Se poi si tratta di libri fuori catalogo, non c’è modo di reperirne copia, a meno che non si vada a frugare fra gli scaffali delle biblioteche più attente e sensibili, per non parlare, infine, del destino fatale in cui incorrono parte dei libri prodotti dalle case editrici, pubblicati e dimenticati, o, semplicemente, superati rispetto alle logiche del mercato pur essendo magari nuovi di zecca e ancora incellofanati.
C’è un modo per evitare tutto questo spreco di denaro e, ancor prima, di cultura?
Pass livre e bookcrossing, ma anche re-book, last minute market book, infine outlet del libro e book village: queste sono solo alcune delle più interessanti iniziative ideate allo scopo di rimettere in circolazione libri altrimenti scordati fra gli scaffali delle nostre librerie, abbandonati in polverose soffitte e magazzini o, nella peggiore delle ipotesi, destinati al macero.
Pratiche e progetti che, attraverso particolari forme di riciclo, trasformano gli scarti dell’industria culturale in una straordinaria opportunità di fruizione alla portata di qualsiasi portafoglio e di qualsiasi target sociale e generazionale.
Il pass-livre di origine parigina, come il bookcrossing nato a San Francisco un decennio fa e ben presto diffusosi in tutti gli Stati Uniti, sono oggi attività globali con più di un centinaio di paesi partecipanti in tutto il mondo.
La pratica, ampiamente estesa anche nel nostro Paese, ha come obbiettivo quello di rilasciare libri nell’ambiente (ovunque si ritenga opportuno farlo: in un bar, sulla panchina di un parco, in stazione, in un negozio) affinchè essi possano essere ritrovati e letti da altre persone.
Protagonista di un virtuoso ciclo di scambio a costo zero, l’idea è diventata in pochi anni un vero e proprio fenomeno sociale, attorno al quale si organizzano eventi culturali e appuntamenti pensati ad hoc per mettere in contatto i lettori più appassionati e curiosi.
Il re-book, progetto lanciato recentemente dalla casa editrice Minimum Fax di Roma, nasce allo scopo di prolungare l’esistenza dei libri oltre il loro normale “ciclo vitale”: con un pizzico di creatività e, soprattutto, nel rispetto dell’ambiente, i libri altrimenti destinati alle impietose lame trituratrici vengono risparmiati e riutilizzati come materia prima per la produzione di altri oggetti.
Giovani designer sono chiamati a proporre, attraverso un concorso internazionale, idee innovative e originali. Un circolo virtuoso attraverso il quale, dalle ceneri della letteratura, fioriscono forme d’arte alternative. Una volta salvati da una fine spesso inevitabile, i libri possono anche essere donati: il last minute market-book trasforma lo spreco di tanti preziosi volumi in una risorsa utile per numerose comunità.
Dal 2004 questo progetto nato in Emilia Romagna ha contribuito al recupero di 44.000 libri, intelligentemente ridistribuiti in Italia e all’estero: scuole, biblioteche, ma anche ospedali, carceri, centri di aggregazione giovanile e comunità di recupero i destinatari di questo inestimabile patrimonio.
Degno di nota infine l’outlet dei libri di Frassineto Po, un piccolo paese del Monferrato animato dall’ambizione di diventare nel tempo un vero “villaggio del libro”: qui si possono trovare sia libri non più reperibili sepolti negli scatoloni di magazzini polverosi e bui, come pure libri rari, antichi, o semplicemente vecchi.
Una miniera di tesori preziosi che ricorda le numerose book town diffuse in Francia, Germania, Gran Bretagna e Paesi nordici, luoghi che ospitano numerose librerie (molte delle quali second-hand), festival letterari, rassegne tematiche, incontri con gli autori. Fra i più suggestivi l’Hay-on-Way in Galles, fondato tra gli anni ‘60 e ‘70 da Richard Booth: sulle pendici di un castello medioevale, la città del libro per antonomasia annovera oggi più di 50 librerie.
Nel 1977 Booth proclamò Hay-on-Wye principato autonomo, autonominandosi sovrano della repubblica del libro: oggi, passeggiando in Lion Street, può capitare di incontrarlo nel suo negozio, rigorosamente in legno, il più fornito al mondo per quanto riguarda i libri usati.
 
da  Numero 3 di B*IO, Festinalente, rubrica a cura di Valeria Lo Forte

DASDFAS

SOLVITUR AMBULANDO . CAMMINARE PER ESPLORARE IL MONDO E INDAGARE L’ANIMA. PAROLA DI HENRY DAVID THOREAU.

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Dal deambulare circoscritto al giardino dei filosofi peripatetici alle lunghe camminate del poeta inglese William Wordsworth sulle alture scoscese del Cumberland, dalle escursioni metropolitane del filosofo Søren Kierkegaard alla celebre passeggiata dello scrittore svizzero Robert Walser nell’omonimo racconto, quello del vagabondare è archetipo persistente nell’immaginario letterario di tutti i tempi.
Connesso da sempre all’idea dell’esperire e del conoscere (pensiamo all’Ulisse rivisitato da Dante nel ventiseiesimo Canto dell’Inferno), ma anche alla semplice opportunità di un riavvicinamento con la dimensione più intima di sè, camminare è infine un modo per ritrovare e recuperare l’essenziale della propria anima, sbiadita se non smarrita nel rapporto con i luoghi e i tempi della moderna civiltà e del progresso.
In questo senso la salutare pratica è intesa dallo scrittore americano Henry David Thoreau nel saggio del 1861 “Walking”, che assieme all’altrettanto noto “Walden ovvero vita nei boschi”, frutto di un’esperienza di due anni vissuti in solitudine in un capanno presso il celebre lago, consacra il filosofo della “Civil Disobedience” all’eternità letteraria.
Sermone laico prima e ben presto manifesto programmatico di una chiara scelta di vita, a distanza di centocinquant’anni anni dalla sua pubblicazione “Camminare” non solo anticipa con straordinaria preveggenza i postulati dei moderni movimenti ambientalisti ed ecologisti dando il via a un nuovo modo di concepire la natura, ma attraverso una saggezza tutta da riscoprire viene in efficace soccorso dell’uomo contemporaneo, affannato inseguitore di falsi miti legati all’apparenza, all’abbondanza, al potere.
Quando ho bisogno di ricreare me stesso vado in cerca della foresta più buia, della palude più fitta e più impenetrabile e, ad occhi cittadini, più tetra. Entro in una palude come in un luogo sacro, come in un sancta sanctorum. Qui risiede la forza, la quintessenza della Natura.
Camminare all’insegna della wilderness per rinnovare la nostra appartenenza alla natura e per ritrovare noi stessi dunque, ma anche per opporci al fagocitante avanzamento della civiltà moderna, alle sue norme, ritmi, restrizioni, costrizioni.
Non già alla natura antropizzata dei giardini coltivati e dei parchi artificiali si rivolge Thoreau nella sua ricerca, bensì a quella selvaggia e incontaminata, luogo di ricongiungimento con il nostro essere più autentico. La vita, infatti, è stato selvaggio.
Quel che è più vivo è più selvaggio, e quel che non è ancora soggetto all’uomo lo rinvigorisce. Certo l’orizzonte sterminato e intatto dell’America ottocentesca offre panorami altri dal generalizzato profilo di cemento che disegna le nostre città, e la prescrizione thoreauviana di quattro ore al giorno di cammino risulta quanto meno bizzarra ai sedentari abitatori di palazzi e uffici.
Tuttavia camminare into the wild è alla portata di tutti, e se è vero che le numerose metafore bibliche disseminate nel saggio costituiscono un segno di demarcazione netto fra il centocinquantenario scritto e la nostra sensibilità di uomini del ventunesimo secolo, le intuizioni e gli ammonimenti espressi dal padre dell’ambientalismo moderno toccano le corde dell’umano cercare come fossero freschi di stampa.
Smettiamola dunque di correre, e mettiamoci, finalmente, in cammino.
 
da Numero 2 di B*IO, Festinalente, rubrica a cura di Valeria Lo Forte
 

 

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PER UNA MODERNITA' SOSTENIBILE | NON LUOGHI COME LUOGHI DI RELAZIONI

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Una ventina di anni fa il noto antropologo francese Marc Augé coniò il felice neologismo nonlieux (non-luoghi), riferito a determinati spazi moderni in contrapposizione con la nozione classica di luoghi antropologici: i non-lieux sono tutti quei luoghi di transito che l’individuo postmoderno quotidianamente attraversa senza che essi abbiano valore e pregnanza di “veri e propri luoghi”: l’aeroporto, la stazione, la metropolitana, ma anche il centro commerciale, fra gli altri, hanno la caratteristica di non avere o conferire identità a chi li frequenta; essi inoltre non sono in grado di mettere in relazione le persone che vi transitano, infine sono privi di valore storico, non avendo alcun passato condiviso.
Sono, insomma, i luoghi della moderna solitudine, luoghi precari in cui gli individui si incrociano senza incontrarsi veramente. Non-luoghi all’ennesima potenza sono poi le forme spaziali rappresentate dalle nuove tecnologie digitali, dalle reti telematiche e in particolare da Internet: spazi virtuali delocalizzati nei quali lo scollamento fra rapporti sociali e luoghi reali è ancora più grande. E’ vero, la globalizzazione ci ha fornito mezzi e conoscenze insospettabili fino a qualche decennio fa, tuttavia è altrettanto vero che, laddove le sue forme squilibrate ci alienano, ci annullano o ci appiattiscono nell’uniforme grigiore della modernità liquida, spetta a noi trovare valenze positive, ipotesi percorribili, progetti sostenibili.
Sono interessanti in questo senso le esperienze di alcuni Paesi come la Svezia, il Regno Unito, la Germania, il Giappone: Paesi che non solo più di altri investono in industria culturale, ma che hanno saputo anche costruire esperienze di sviluppo e integrazione locale basate sulla cultura.
Qui, accanto ai non-luoghi oramai inscindibili dalla modernità, fioriscono luoghi antropologici che, restituendo a chi li popola storia, identità e relazioni, contribuiscono alla riumanizzazione dell’individuo e dei rapporti sociali.
Un esempio è offerto dalle biblioteche, il cui carattere storico, combinato con gli aspetti sociali, ricreativi e talvolta ludici propri di quelle modernamente concepite, si coagula in una specifica identità che le distingue dalla condizione indifferenziata dei nonluoghi: con la loro ampia fornitura di servizi, esse sono centri culturali, informativi, formativi e, non da ultimo, veri e propri propulsori di relazioni.
Affinchè tali realtà possano rimanere attive ed efficaci occorre saper cogliere le esigenze che si sviluppano al loro interno, offrendo una pluralità di prospettive, input, obiettivi.
E’ il caso degli Idea Stores di Tower Hamlets, comune fra la City e il Tamigi a Londra: eredi delle biblioteche tradizionali – di cui mantengono finalità e mission – essi sono centri polivalenti con servizi bibliotecari, corsi di formazione per adulti e famiglie, servizio informazione e caffetterie, progettati per soddisfare le istanze di fruitori sempre più sofisticati da un lato, ma soprattutto come risposta alle esigenze e alle problematiche dell’uomo contemporaneo (la scarsità di tempo e la necessità, quindi, di essere raggiunti facilmente e senza restrizioni di orario). Inseriti in edifici dall’architettura moderna e all’avanguardia solitamente comodi ai mezzi pubblici, gli Idea Stores puntano su attività brevi e variegate coinvolgendo target generazionali differenziati: qui la gente si trova per leggere, conversare, pranzare, prendere in prestito un libro (anche fresco di pubblicazione, poiché gli scaffali sono aggiornatissimi), assistere a una presentazione, guardare un video.
Luoghi moderni e informali dove, a differenza delle biblioteche tradizionali deputate al solo servizio di prestito e consultazione, si condividono pensieri, emozioni, sentimenti; luoghi, infine, di relazioni e conoscenze reciproche, oltre che di conoscenza.

Dal   nr 1 di BIO RIVISTA,  Festinalente, rubrica a cura di Valeria Lo Forte

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L'Africa "dentro" non vive di cliché. Parla Chimamanda Ngozi Adichie
 
Che la letteratura africana stia uscendo dal ghetto in cui è stata a lungo rinchiusa, è indubbio: in Inghilterra, in America, in Francia, e ora anche da noi, autori nigeriani, somali, congolesi si fanno largo nel catalogo delle maggiori case editrici, abbandonando il recinto protetto delle sigle indipendenti che avevano scommesso su di loro, vuoi perché erano più accessibili economicamente, vuoi perché i piccoli editori hanno antenne vibratili.
Meno evidenti sono le ragioni di un fenomeno che colpisce per la sua rapidità. Solo una moda, sostengono alcuni, riluttanti ad accettare che il canone letterario possa essere messo in discussione. E non si accorgono che in mezzo secolo, da quando - se si vuole prendere una data di inizio - uscì Things Fall Apart (Il crollo) di Chinua Achebe, lo scaffale africano si è arricchito enormemente, e una nuova generazione di giovani autori avvertiti e preparati, è pronta a scardinare i vari cliché legati a una «africanità» di maniera.
Di questa generazione la nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie sembra il perfetto prototipo: poco più che trentenne, ottimi studi fra il suo paese e gli Stati Uniti, con due romanzi (lo splendido L'ibisco viola, Fusi orari, e il più elaborato e sapiente Metà di un sole giallo, Einaudi, ambientato al tempo della guerra del Biafra) ha saputo conquistarsi un vasto pubblico internazionale e ha rastrellato parecchi premi, l'ultimo dei quali il Nonino.

Ritiene che le tradizioni orali abbiano in effetti condizionato la sua scrittura?
Essendo cresciuta in una città universitaria, ho cominciato molto presto a leggere. Certo, mia nonna e mio padre amavano raccontare storie, quindi potrei dire di essere stata influenzata anche dalle loro narrazioni. Tuttavia i continui riferimenti alla tradizione orale quando si parla di autori africani mi infastidiscono, sono frutto di una visione «romanticizzata» della nostra letteratura. 
Tutti, non solo gli africani, raccontano e ascoltano storie, e ne sono condizionati. Personalmente sono curiosa, mi piace conoscere i dettagli della vita delle persone con cui entro in contatto. Quando raccoglievo la documentazione per Metà di un sole giallo, ho letto tanti libri sulla guerra in Biafra, ma questi materiali non mi erano sufficienti, volevo saperne di più, soprattutto sulla vita quotidiana di quel periodo. Così sono andata in giro a interrogare chi aveva vissuto quella esperienza, e nella elaborazione del romanzo questo ha contato di più rispetto a una astratta «tradizione orale» africana.

A cosa ritiene sia dovuto questo tenace stereotipo?
Tutto nasce dall'idea che l'Africa sia fondamentalmente diversa rispetto al resto del mondo e pare che dall'esterno si sia sempre in cerca di dati che avvalorino questa ipotesi. Di continuo mi vengono rivolte domande sulla cultura africana «autentica» e incontaminata, trascurando il fatto che i rapporti commerciali con i portoghesi, per esempio, risalgono al quattordicesimo secolo, e che - come in ogni parte del mondo - ci sono stati scambi culturali che hanno portato a una costante evoluzione. Ma quando si parla di Africa, forse perché qui ha avuto inizio il genere umano, tutto questo viene dimenticato, e si idealizza una presunta «primitività», quanto vi è di «selvaggio» e di «puro» nella nostra cultura.

Nel suo primo romanzo, «L'ibisco viola», il padre della protagonista, con la sua adesione fanatica alla religione, incarna una visione dura e conservatrice, ma al tempo stesso è il simbolo di una rottura con il passato, perché per il cristianesimo ha rinnegato la fede tradizionale. Nell'ideazione di questo libro si è richiamata a «Things Fall Apart» di Achebe, che ruotava appunto intorno ai traumatici cambiamenti culturali legati alla colonizzazione?

Nell'Ibisco viola alcuni critici hanno in effetti visto un «seguito femminista» di Things Fall Apart, una lettura che mi rende orgogliosa, anche se nella elaborazione del romanzo non c'è stato da parte mia un tentativo consapevole in questa direzione. Certo Achebe rappresenta per me un punto di riferimento essenziale, e mi interessa il tema della colonizzazione, non tanto dal punto di vista economico, ma per gli effetti che essa ha avuto sulla mentalità delle persone. Sono stati in molti a convincersi, come il padre di Kambili nel romanzo, che il loro passato e la loro cultura erano cattivi, e che in nome della religione dovevano rinnegare i loro padri. Quello che mi preme capire è come tutti noi abbiamo interiorizzato questo processo, tanto più interessante perché, accanto agli evidenti aspetti negativi, ha avuto lati positivi, che nel personaggio si concretizzano nella sua sete di giustizia e di libertà.

In «Metà di un sole giallo» il tema centrale è la guerra del Biafra, avvenuta quarant'anni fa, quando lei non era ancora nata. Per quale motivo ha deciso di ritornare su questo conflitto, già trattato dallo stesso Achebe e da altri autori nigeriani come Ekwensi e Saro-Wiwa?
La guerra del Biafra mi ossessiona da quando ero bambina: i miei nonni sono morti durante il conflitto, e in particolare la figura di mio nonno paterno, che ho conosciuto attraverso le parole di mio padre, mi coinvolge e mi emoziona. Scrivere questo romanzo ha significato per me interrogarmi sulla mia storia, su un'eredità importante che avevo ricevuto, ma non conoscevo direttamente. In questo rappresento forse la mia generazione, che della guerra del Biafra ha sentito parlare solo in termini vaghi: ancora oggi è un argomento controverso, che non viene trattato nei libri di scuola, perché molti dei protagonisti di allora sono ancora attivi. Quando Metà di un sole giallo è uscito in Nigeria, il mio editore temeva che ci sarebbero state reazioni violente. Invece, accanto a coloro che hanno dichiarato pubblicamente di non voler neanche prendere in mano il libro, in molti mi hanno ringraziato per averlo scritto. E mi piace pensare che questo sia dovuto al fatto che nel romanzo non c'è spirito di propaganda: mi interessava solo il lato umano, e anche se il libro ha evidenti simpatie per il Biafra, come è naturale, essendo la mia famiglia biafrana, ho evitato di dare a quella esperienza un alone romantico, che troverei ingiustificato.

L'unico personaggio bianco del romanzo, l'inglese Richard, deciso inizialmente a scrivere un libro sul paese in cui vive e che ama, rinuncia al suo progetto, e sarà poi Ugwu, il giovane servitore, a farsene carico. Potrebbe essere una metafora di quello che sta accadendo in Africa e nel mondo?
Non credo che questo passaggio sia avvenuto, ma di certo è quello che auspico. In effetti, attraverso il personaggio di Richard (un personaggio peraltro positivo) ribadisco che la storia dell'Africa deve essere scritta dagli africani, mentre Ugwu rappresenta l'enorme potenziale di cui dispongono le persone quando vengono offerte loro opportunità concrete. All'inizio Ugwu è povero, non ha un'istruzione, ma è intelligente e perciò coglie con prontezza le occasioni di crescere e di migliorare che gli vengono offerte dai suoi datori di lavoro Odenigbo e Olanna. In un certo senso è lui il vero eroe del romanzo, e mi sembra giusto che sia lui ad assumere il ruolo del narratore di quanto è accaduto.

Nell'«Ibisco viola» come in «Metà di un sole giallo» ci sono degli intellettuali, osservatori critici della situazione politica e sociale in Nigeria, che alla fine vengono sconfitti o decidono di andarsene. Pensa che non sia possibile nessuna alternativa?
Fra le poche cose che il regime militare è riuscito a fare bene in Nigeria c'è stata la sistematica distruzione della vita intellettuale, del dissenso. Pur di sopravvivere, molti intellettuali si sono visti costretti a umilianti compromessi, hanno scelto di collaborare, accettando incarichi governativi, o comunque la loro dignità morale ne è stata danneggiata. Rispetto agli anni Sessanta, quando la vita culturale in Nigeria era molto vivace, il clima è oggi decisamente meno stimolante. Ma ci sono segnali che lasciano intravedere un cambiamento. La fine della dittatura ha allentato la tensione, e fuori dal paese gli editori sembrano pronti a scommettere sulla nostra letteratura. Quando nel 2002 cercavo una casa editrice per L'ibisco viola, ho avuto molte difficoltà, tutti pensavano che un romanzo ambientato in Nigeria non avrebbe interessato nessuno. Ma il successo del libro ha dimostrato che era possibile raccontare l'Africa di oggi dall'interno, rivolgendosi anche a un pubblico internazionale. Dentro il paese, poi, nascono nuove imprese editoriali indipendenti, e aumenta il numero delle persone che scrivono: ai laboratori di scrittura che organizzo a Lagos, per esempio, sono arrivate centinaia di candidature. Qualcosa, insomma, si muove. 

di Maria Teresa Carbone, pubblicata su Il manifesto dell'1 febbraio 2009

 

Chimamanda Ngozi Adichie, nata nel 1977 e cresciuta a Nsukka, sede della University of Nigeria, è figlia di insegnanti. Si trasferisce negli Stati Uniti per studiare comunicazione e scienze politiche: nel 2001, anno della laurea, ha già pubblicato una raccolta di poesie e una pièce teatrale. Segue un master di scrittura creativa a Baltimora e comincia a scrivere il primo romanzo, L'Ibisco viola, con cui è tra i finalisti nel 2005 al Commonwealth Writer's Prize. Ottiene la fama internazionale con Metà di un sole giallo. Attualmente si occupa di studi africani a Priceton e Yale.

 

Dalla Necropoli slovena la denuncia di Pahor

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Boris Pahor
Trieste. "Andiamo di qua, venga, attraversiamo". Boris Pahor ha il passo svelto. Sarà il freddo di questa domenica mattina splendente di sole o sarà la delusione di aver trovato chiuso il Caffè San Marco, ma tira dritto veloce come un fulmine. "Ieri la bora si è onorata del suo nome soffiando a cento chilometri all'ora, oggi si è data una calmata ma questo freddo pizzica" dice, poi indica un locale illuminato. "Ecco, qui è aperto".

Non è proprio convinto del bar, questo novantacinquenne che è stato il caso letterario dello scorso anno con la traduzione in italiano di Necropoli, capolavoro sui campi di sterminio scritto nel 1967.

 

Oggi è qui a parlare di un'altra traduzione che arriva con leggero ritardo: ci sono voluti quarantacinque anni per pubblicare in italia Qui è proibito parlare, e lui allarga le braccia:"Mica me lo aspettavo, eh! Eppoi con questo titolo... La traduzione letterale dallo sloveno all'italiano sarebbe La sirena fischia per leiCapisco che in italiano possa suonare male, ma non l'avrei mai intitolato così. Come non ero d'accordo sulla veste da deportato per la copertina di Necropoli. Avrei messo un dipinto di Bosch, o qualcos'altro, ma niente a che vedere con il campo di concentramento. E anche in questo caso non avrei accennato al contenuto del libro. Quello lo racconta la storia".

 

La storia si apre poco lontano da dove ci troviamo ora, sul mare, in una Trieste dove il fascismo sta negando ai cittadini sloveni l'identità culturale: i nomi di battesimo devono cambiare assieme ai cognomi, la lingua è vietata, i libri, i giornali, le associazioni culturali anche.

Ma ci sono giovani che non hanno intenzione di lasciarsi travolgere e organizzano azioni clandestine. Ema, la protagonista del romanzo, ritrova se stessa proprio mentre si apre all'amore con uno altro sloveno, con cui condividerà la resistenza.

"Quel tipo di azioni, secondo me, culminò nella distribuzione notturna di pacchi regalo lasciati prima di Natale davanti alle porte delle famiglie slovene. Libri destinati ai bambini, per salvare una lingua e una cultura. Per questo, l'avrei intitolato Strenne clandestine. Della de-nazionalizzazione cui fu sottoposto dagli italiani il popolo sloveno, del resto, non si parla quasi mai. Ma io faccio il "missionario". L'anno appena passato sono stato quaranta volte a parlarne: scuole, dibattii, convegni, ovunque pur di far sapere, far conoscere, non dimenticare".

 

Si tratta, di fondo, della stessa ansia che anima la protagonista del romanzo al pensiero che nessuno conosca quel che sta accadendo al suo popolo. "Ma vede - sbotta Pahor - faceva comodo che non si sapesse nulla e tutto è stato insabbiato. Churchill, finché ha potuto, ha continuato a intrattenere rapporti con l'Italia fascista e, dopo la cattura di Mussolini, venne in Italia per far sparire tutte le lettere che gli aveva inviato. Recentemente, poi, c'è stata una commissione italo-slovena che ha lavorato per otto anni. Crede che i risultati siano stati pubblicati nelle scuole? Figuriamoci. Li hanno chiusi tutti in un cassetto. Solo la Chiesa si è scusata. Sa, il Vaticano, in quegli anni, arrivò a dire agli sloveni: "Perché non avete ancora imparato l'italiano?" Erano completamente succubi del fascismo, tanto che molti sloveni passarono all'ortodossia".

 

E' un fiume in piena, Pahor, ha una memoria prodigiosa, spazia attraverso secoli di letteratura e di storia, fermandosi solo per mettere un po' di ordine. "La lingua fa paura al potere. Ci trattavano come un popolo senza storia né cultura, credevano fossimo solo contadini capaci di portar verdure al mercato. Ma la lingua li smentiva. Quanto a noi, il disprezzo e la derisione ci unirono. Vede, la derisione è qualcosa di spaventoso. Per me, bambino, sentire il maestro che spingeva la classe a ridere per come leggevo male l'italiano fu uno shock più forte che vedere la Casa di Cultura Slovena, il Narodni dom, bruciare. Perché mi odiano? domandavo, e la risposta non c'era. Proprio per questo ripeto sempre che, qui da noi, il fascismo per certi aspetti è stato peggio del nazismo, perché insieme ai croati dell'Istria abbiamo avuto centomila esuli, senza parlare del seguito con l'occupazione della Slovenia. Sono stati anni e anni di rovina per la nostra giovinezza. Io ci ho perso dieci anni. Non riuscivo a fare le scuole, ho dovuto studiare in seminario, ma non volevo essere prete, amavo la vita, così mi sono ritrovato senza arte né parte. E ho anche dovuto rifare la maturità che non era riconosciuta dallo Stato. Diedi l'esame da militare a Bengasi preparandomi su Sofocle e l'Apologia di Socrate che tenevo nel tascapane".

 

Eppoi il fascismo fu sostituito dal nazismo. "Sì, e mi è sempre rimasta la voglia di scrivere meglio del fascismo. Questo libro racconta dell'amore per la lingua e delle azioni clandestine di un gruppo di studenti, ma forse troverò il modo di scrivere un testo più approfondito. Lo sa che c'era uno sloveno pronto a farsi esplodere per uccidere Mussolini? Un kamikaze per salvare il suo popolo. Poi scoprì che avrebbe ucciso una cinquantina di civili, per lo più bambini, e rinunciò".

 

Dopo oltre due ore a parlare, Pahor guarda l'orologio e fa segno che il bus partirà tra poco. Così ci alziamo. Camminiamo verso piazza Oberdan e lui indica dove bruciò il Narodni dom, oggi una scuola per interpreti.

Sono usciti, dopo oltre cinquant'anni, due libri che raccontano le maggiori privazioni cui può essere sottoposto un popolo: prima l'annientamento culturale, poi l'annientamento dei bisogni elementari nei campi di sterminio. Come si fa a vivere in una società tanto opulenta, dopo?

"L'uomo si abitua a tutto - dice lui in un sospiro -. L'uomo arriva a fare di tutto quando prevale l'odio che è nella sua natura. Guardi cosa stanno facendo gli israeliani nella striscia di Gaza. E l'Europa non dice una parola: è la legge del più forte".

Arriviamo al bus che ha già acceso i motori, il professor Pahor salta su e saluta e si raccomanda: "Racconti di quello che c'è qui. Della nostra cultura. Di tutto il nostro patrimonio". Poi le porte si chiudono e lui si siede, si sfila il cappello e guarda fuori dal finestrino.

 

 

di Matteo Nucci, pubblicato su Il Venerdì di Repubblica del 23 gennaio 2009

 

Boris Pahor, scrittore italiano di lingua slovena, nato a Trieste nel 1913, è stato catturato come partigiano nel 1944 dai nazisti e internato in Francia e a Dachau, Bergen Belsen, Natzeweiler-Struthof. Per aver denunciato il massacro di 12mila prigionieri di guerra, appartenenti alla milizia slovena anti-comunista domobranci, per mano del regime comunista jugoslavo nel maggio 1945, gli è stato vietato l'ingresso in Jugoslavia e le sue opere bandite. Diventa uno dei più importanti riferimenti per i giovani letterati sloveni. Nel giugno 2008 ha vinto il Premio internazionale Viareggio - Versilia, nel 2007 ha ricevuto la Legion d'onore francese e nel 2003 la maggiore onorificenza slovena per la cultura, il Premio Preseren.
 

 

 

 

Liliana Segre e la forza di ricordare la Shoah

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Commemorazioni a parte, cala un silenzio senza fiato. Dal calendario si sfogliano gli anni, che il 27 gennaio diventano gelo. Il giorno della memoria, lo chiamano. E chi ha scelto questa definizione ha fatto una scelta di pietas, non tanto per le cose, le persone, che non si dovrebbero scordare. Ma verso di noi, gli eredi di una tragedia demoniaca che non abbiamo vissuto mai, di cui non conosciamo l’odore né il buio soffocante. Memoria della shoah, memoria dello sterminio. Mai fare finta che non sia accaduto, peggio, mai ignorare, scrollare le spalle. “Cose vecchie, di un passato che non ritorna”. Che non si riaffacci su questa terra l’orrore umano – quello di chi lo subisce e quello di chi lo agisce – è una speranza che la storia contemporanea ha già smentito. E non è questione di numeri. Nemmeno chi ancora da testimone ne parla ha saputo rispondere al perché – perché Hitler, i nazisti, il fascismo, la “soluzione finale”. Qualcuno di loro, di chi è riuscito a farsi sentire in un mondo di strepiti sponsorizzati, però parla di speranza, di voglia di vita.
Liliana Segre è una perla rara: una donna che ha deciso di non seppellire per sempre il dolore nel suo petto, ma con una forza incredibile ha aperto il suo dramma ai ragazzi. Lo ha fatto dopo una vita di silenzio, ma ora, da molti anni, viaggia per l’Italia, incontra giovani, si racconta. Torna a quel settembre del 1938, quando bambina non poté più tornare a scuola con gli altri compagni. Le leggi razziali avevano definitivamente seppellito la sua infanzia. Poi la persecuzione ed i tentativi, falliti, di fuggire in Svizzera. Abbandonata la sua casa, detto addio ai nonni, poi deportati e uccisi ad Auschwitz, Liliana ricorda di quando trascinava una valigia nei boschi, di notte. Fino agli stivali di un ufficiale, in cui incappò dopo aver passato il confine svizzero. Fu quello il calcio morale determinante: mai più la salvezza, mai più speranze, ma carcere a 13 anni. Varese, Como, San Vittore. Qui insieme con il padre rimase fino a che il loro nome non si trovò sulla lista, quella per Auschwitz-Birkenau. In fila, caricati sui convogli a calci, pugni, bastonate. «Dopo i pianti e le preghiere, scese il silenzio – ricorda – preludio della nostra condanna a morte».
Sopravvissuta perché in grado di lavorare, operaia alla Union, la fabbrica di munizioni che apparteneva alla Siemens, per tre volte passò la selezione. Viva e morta dentro. Rinata lentamente, come fanno certe strane, rare piante che producono un unico fiore dopo molti anni, quando meno ce lo si aspetta. Ma che accade per uno strano, invincibile desiderio di vita e di futuro.  
 
In tutti questi anni passati a raccontare la shoah, che messaggio vuole comunicare ai giovani che lei incontra?
Non penso che si possa raccontare tutto. Nessun sopravvissuto ha mai potuto affrontare fino in fondo i propri ricordi. Cerco di lasciare un messaggio di vita, di forza, speranza e pace, di giustizia e non di vendetta.
 
Cosa accadde durante la marcia della morte?
Alla fine del gennaio del ’45, le SS si sentirono messe alle strette, così decisero di spostarci. Ci evacuarono a nord della Germania, la meta era il campo di Malchow (nella Pomerania Anteriore, ndr.) In seguito vidi su una carta geografica il tragitto che avevo percorso. Eravamo ormai dei prigionieri diventati scheletri, obbligati a marciare nella neve con gli zoccoli, i piedi piagati. Il cervello comandava alle gambe di camminare. Ricordo le case dei civili, tutte chiuse, in questi paesi attraversati di notte, mai nessuno ci ha dato qualcosa da mangiare, una mano. Solo il cielo stellato sopra di noi era l’unica visione positiva. Quelli che cadevano venivano finiti dalle guardie con un colpo di fucile o di pistola alla testa: o si camminava o si moriva. Mi ricordo che pensavo “voglio vivere, ho 14 anni, non voglio morire qui, come quelle vittime senza tomba”. Da questa esperienza ne uscii come una giovane vecchia, ma fu anche la marcia per la mia vita. Oggi, quando sento i ragazzi esclamare “non ce la faccio più” dico loro che non è vero! Ognuno deve trovare dentro di sé le forze per affrontare le marce di tutti i giorni.
 
Quando iniziò a testimoniare?
Subito dopo la guerra intorno ai sopravvissuti allo sterminio si levò un muro d’ignoranza e indifferenza. I primi tempi avrei voluto da un lato raccontare ai miei nonni materni, a mio zio, ma mi invitavano a dimenticare. Altre persone invece mi dicevano che anche loro avevano sofferto, che si erano dovuti nascondere, patire la fame…Allora con la mia maturità dolorosa decisi di tacere. L’ho fatto per tantissimi anni, una vita trascorsa praticamente muta. Ho formato una famiglia normale, con tre figli e altrettanti nipoti. Forse non avrei parlato mai. Per anni nella mia mente rimbombava il ricordo del campo, l’arrivo una notte degli ebrei ungheresi, diretti tutti alle camere a gas. Enormi gruppi di persone che urlavano, madri che chiamavano figli, genitori, parenti. Tutti si cercavano. Io mi mettevo le dita nelle orecchie per non sentire, ma ormai li avevo dentro. Mi sono sempre sentita colpevole. Poi un giorno, al mio sessantesimo compleanno, capii che non avrei potuto dire come Wiesenthal “io non vi ho dimenticato”. Dopo una serena festa in famiglia, ho deciso che dovevo diventare una testimone. Era venuto il tempo: iniziai il giorno dopo a bussare alle porte delle scuole, delle istituzioni. Se nessuno si ricorderà di quei 6 milioni di morti, spariti così atrocemente, sarà come se continuassero a morire ogni giorno, solo per la colpa di essere nati.
 
Come convive con un numero tatuato sul braccio?
Devo dire che è molto importante questo numero nella mia vita. Non ci ho convissuto male perché so che il mio braccio è un documento: chiunque guardandolo può vedere a cosa può arrivare la bestialità umana, marchiando le persone come si fa con le mucche, con i maiali. L’ho sempre pensato come una vergogna per chi l’ha fatto e un onore per chi lo porta.
 
Quale immagine conserva nel profondo a distanza di anni?
Senz’altro il distacco da mio padre. Quando arrivammo ad Auschwitz il 6 febbraio del 1944 e venimmo separati sulla Judenrampe. Non capivo cosa stesse succedendo: era una babele di lingue e di angoscia. In un attimo, senza saperlo, lasciai per sempre la mano del mio papà.
 
I ragazzi possono oggi ancora incontrare alcuni testimoni, ma anche le fiction, i film che trattano dello sterminio nazista raccontano questa tragedia. Quanto sono credibili?
Non amo le fiction e comunque sono molto contrariata dai film che vedo oggi. Quando vidi ad esempio “La vita è bella” di Benigni, all’uscita commentai che la cosa fantastica era il titolo scelto. Per tutto il resto, secondo me Benigni ha fatto male a non dichiarare, in tutte le occasioni di riconoscimento, fino all’Oscar, che si trattava di una fiaba. Perché niente è reale: il film dà ai giovani un’immagine storpiata della shoah. Raccontano di più certi film da cineteca: io sono molto legata a “Negozio al corso” di Jan Kadar ed Elmar Klos. C’è tutto il dramma di chi non aveva capito cosa stava accadendo, la follia di quegli anni.
 
Quando non ci saranno più i testimoni diretti, cosa non dovremo assolutamente dimenticare?
Sono ben conscia che siamo già al passaggio del testimone, sono morti quasi tutti i sopravvissuti ai campi di concentramento. La maggior parte ancora in vita non parla nemmeno più. E’ molto difficile dire ai ragazzi “attenti, quello che ha detto Primo Levi è vero. L’accaduto può ripetersi in altre forme”. E’ questo il pericolo: quando le menti vengono prese da uno che parla più forte di tutti. Le piazze allora erano piene: non è vero che erano tutti antifascisti. Oggi ridiamo nel vedere certi fotogrammi, ci chiediamo come la gente abbia potuto credere a personaggi così. Invece la persona giusta al momento giusto può fare il bene o il male di una nazione, portando a precipizio non solo i corpi ma anche le anime.
 
Come si riconosce l’antisemitismo di oggi?
L’antisemitismo è strisciante, può esserci a livelli a volte incredibili. E’ già nelle parole dell’amica che ti dice “ma io ho sempre avuto amici ebrei”. La selezione fatta nella propria testa porta poi alla selezione sulla Judenrampe. L’antisemitismo è sempre la spia di un male maggiore, che non colpisce solo gli ebrei, ma l’umanità intera.
 
Cos’è il perdono per Liliana Segre?
C’è una specie di mania, un perdonismo dilagante. Io non sono capace di vedere ciò che è stata la shoah in termini di perdono, perché quando si vive tanto come me si attraversano diverse fasi. Posso anche aver perdonato a livello personale, per ciò che è successo a me. Ma non potrò mai perdonare per tutti gli altri.   
 
di Fabiana Bussola, pubblicato su "Verona Fedele", domenica 29 gennaio 2006
 
Liliana Segre, nata a Milano e di origine ebraica, viene arrestata a 13 anni durante un tentativo fallito di fuggire in Svizzera. Deportata al campo di Auschwitz-Birkenau il 30 gennaio 1944, viene scelta per lavorare in una fabbrica di armamenti. A fine gennaio 1945 affronta la "marcia della morte" dopo l'evacuazione del campo e raggiunge il sottocampo di Malchow, vicino a Ravensbrueck. Nel 2005 pubblica "Sopravvissuta ad Auschwitz", scritto a quattro mani con la giornalista Emanuela Zuccalà.

La piccola divisa di Alex: un'infanzia da mascotte delle SS

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Il piccolo Alex tra la squadra di nazisti lettoni
E' una storia incredibile. Così avventurosa, sorprendente e atroce da sembrare il soggetto di un grande film. Il protagonista, che all'inizio sappiamo chiamarsi Alex (si rivelerà un nome falso), è un umile ebreo nato in un remoto villaggio della Bielorussia. Ha cinque anni quando scampa al massacro della sua famiglia, alla quale assiste nascosto sulla cima di un albero. Deve mordersi a sangue per non gridare, e da lontano coglie lo sguardo della madre che pare dirgli: fuggi via. Per nove mesi, come Mowgli del Libro della giungla, sopravvive aggirandosi da solo nei boschi tra i bagliori degli occhi di lupi affamati, nutrendosi di bacche o di chissà cosa, finché nel '42 viene scovato da un'unità di militari lettoni. E' una brigata filonazista guidata dal comandante Karlis Lobe, figura centrale nell'avvenire di Alex.
Condotto davanti al plotone di esecuzione insieme ad altri prigionieri ebrei, il bimbo è già con le spalle al muro quando rivolge al suo aguzzino un interrogativo che suona come un paradosso fantastico: "Prima di spararmi, mi dai un pezzo di pane?". Questa domanda gli restituisce la vita. Ma che vita? Decorativo fanciullo dai capelli biondi, Alex diventa un SS orgoglioso della sua piccola divisa, come lo è un bambino che gioca alla guerra, e viene eletto tenera mascotte della squadra di assassini che lo coinvolgono nelle loro allucinanti imprese. E' il nazista più giovane del Reich, un emblema di ferocia mascherata d'innocenza, un mini-simbolo da usare nella propaganda.
Nel 1949, a quindici anni, il ragazzo emigra in Australia con la famiglia di simpatizzanti dei nazisti che lo ha adottato, e nel nuovo continente studia, lavora come elettrotecnico e si sposa. Ai tre figli, affascinati dai suoi racconti, narra un'infanzia alla Roald Dahl, trascorsa tra i genitori adottivi proprietari di una fabbrica di cioccolato e rocamboleschi viaggi al seguito di un circo dove cura gli elefanti. Uno tra i figli è Mark, studioso di cultura giapponese che si trasferisce a Oxford; e un giorno il padre, inaspettato, gli piomba in casa affranto, riversandogli addosso l'enormità ormai intollerabile del suo segreto: Alex Kurzem gli chiede di aiutarlo a ricostruire la sua identità e il suo nome, visto che quello che porta lo inventarono per il foglio di via.
Sul lungo itinerario in Europa alla scoperta del passato sconvolgente di suo padre, che si chiama in realtà Iilya Galperin, Mark Kurzem ha scritto un libro, The Mascot, un caso editoriale nei paesi di lingua inglese e un best seller tradotto in vari paesi. Questo "memory puzzle" incalzante come un thriller esce ora in Italia con il titolo Il bambino senza nome. "Oggi papà ha 73 anni e vive ancora in Australia - spiega Mark Kurzem -. Per lui la pubblicazione di The mascot ha avuto conseguenze molto pesanti. Di fronte alla comunità ebrea, non solo australiana, è apparso come testimone oculare di fatti gravissimi. Ed è stato persino tacciato come collaborazionista delle SS".
 
Suo padre ha respinto tali accuse?
Certo. All'epoca era solo un bambino che aveva imparato a fare della sopravvivenza la propria compagna di viaggio. E che non ha mai smesso di soffrire per quanto gli era accaduto. Mi ha detto di aver pensato spesso, con un opprimente senso di colpa, alla morte di sua madre e dei suoi fratellini, e a quanto sarebbe stato meglio se fosse stato ucciso insieme a loro. I soldati lettoni, salvandolo, gli avevano rubato l'identità. E dentro di sé sapeva di non essere uno di loro e di non volerlo essere. Era un povero cucciolo, un cucciolo da addestrare, che soltanto molti anni dopo avrebbe capito la follia che aveva attraversato. Sono stato io a convincerlo che bisognava far conoscere a tutti la sua storia, mi sembrava importante. Non ci aspettavamo che finisse per subire una sorta di processo pubblico.

Suo padre dovette assistere all'eccidio di 1600 ebrei nella sinagoga di Slonim. Una strage troppo efferata per supporre che il racconto dell'episodio non suscitasse violente reazioni. 
Accadde nel 1942, quando lui era molto piccolo. Il gruppo di soldati con cui si muoveva nelle foreste non parlava mai di ebrei, ma di "partizani" che andavano inseguiti e annientati. Mi ha riferito che non comprese nulla di quell'orrore. C'era un edificio - lui non sapeva che era una sinagoga - le cui porte furono sprangate e a cui venne appiccato fuoco. Vide alzarsi le fiamme mentre un militare in silenzio lo teneva stretto per mano. Tutti gli altri, immobili, fissavano lo spettacolo come ipnotizzati. "Chissà, forse vedevano bruciare anche la loro anima", ha osservato mio padre. Si rese conto che quella costruzione era piena di persone solo quando vide uscirne una donna con due bambini, avvolti tutti e tre dalle fiamme. Non emettevano alcun suono, parevano ritagliati da un film muto. Un sergente sparò loro e subito dopo si rivolse a mio padre dicendogli, come per scusarsi: "Partizani".

Perché Lobe decise di proteggere suo padre?
Penso che gli piacesse molto, e che considerasse sconveniente l'omicidio di un bambino indifeso. Credo anche che l'idea di aver salvato mio padre funzionasse per Lobe come una sorta di garanzia contro accuse future. Inoltre, quand'era piccolo, mio padre aveva fatto di Lobe il suo eroe, il che lo lusingava molto.

C'è qualcosa di magico nella domanda-chiave della vita di suo padre: ti prego, dammi da mangiare, dice al suo carnefice che gli punta contro la pistola.
Aveva tanta fame e pensò: se proprio devo morire è meglio farlo col sapore del pane in bocca. Solo un bambino può giocare in questo modo con la morte.

Qual è la visione che oggi suo padre ha di Lobe? E' grato all'uomo che gli salvò la vita? O prevalgono i ricordi dei suoi delitti?
Mio padre, da adulto, ha sviluppato un enorme risentimento nei confronti di Lobe, che ha soffocato ogni sentimento di riconoscenza.

Non crede che il suo libro lasci spazio a qualche ambiguità o addirittura a un pericoloso giustificazionismo?
No. Ho raccontato una storia vera, che appartiene al mondo e non solo ad Alex. Quest'ultimo, prima dell'uscita di The mascot, era un uomo privato delle redini della propria vita. Mi diceva: è come se in me ci fossero due persone, l'Alex che tutti conoscono e quello che nasconde un segreto. I due devono convivere di nuovo, il peso di questa divisione è insostenibile. Non c'è spazio per il superamento o la giustificazione, non è possibile cancellare il passato. Ma con quel passato è necessario scendere a patti.
 
di Leonetta Bentivoglio, intervista pubblicata nell'Almanacco dei Libri, La Repubblica, 17 gennaio 2009

 

Mark Kurzem ha studiato cultura giapponese presso le università di Melbourne, Tokyo e Oxford. E' stato consulente di relazioni internazionali per il sindaco di Osaka. "The mascot" è il suo primo libro e narra la vicenda di suo padre, Alex Kurzem, che a distanza di molti anni ha voluto confessare alla sua famiglia la drammatica infanzia vissuta a fianco di una squadra di SS lettoni.

 

Julia Franck: la Germania, Hélene e il binario dell'abbandono

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Ha conquistato i lettori tedeschi con il suo ultimo libro, "Die Mittagsfrau", pubblicato in Italia da Le Lettere con il titolo "La strega di mezzogiorno". Con 500mila copie vendute, ha vinto il Deutscher Buchpreis, il "Pulitzer" tedesco. Al centro la figura di Hélene, infermiera di madre ebrea, che abbandona il figlio Peter sul binario del treno che da Stettino porta a Berlino.
Un gesto che la Franck recupera dal vissuto familiare e intreccia alle vicende storiche che hanno travolto il suo Paese, tra la prima guerra mondiale alla metà degli anni Sessanta. Un proscenio su cui scorre una vicenda dolorosa e vissuta quasi in modo inconsapevole, specchio di una nazione che ha faticato a riconoscersi nella sua stessa storia.

Signora Franck è d'accordo?
«Non credo che la Storia nel mio libro non risulti in primo piano. Hélene è comunque condizionata dagli eventi storici. La morte del padre, durante la prima guerra mondiale, è causata dal fatto che all'epoca non c'erano antibiotici. Hélene non può frequentare l'università perché proviene da una famiglia piccoloborghese. Il fatto che tuttavia apprenda un mestiere che negli a venire le garantirà indipendenza dai genitori e il marito, è dovuto allo sviluppo della professione di infermiera, una delle poche chances per le donne di allora. Deve tuttavia nascondere la sua vera identità: una "mezzosangue" sotto il nazismo non avrebbe futuro, per questo deve sposarsi... Non le riesce tirare fuori la madre dal manicomio. E capisce che la madre non è fuori di testa. Il fatto è che l'hanno sottoposta ad una sterilizzazione forzata nel quadro del programma di eutanasia ideato dai nazionalsocialisti».

Ci sono riferimenti autobiografici?
«Mio padre, figlio di un'infermiera di Stettino e nato nel 1937, è stato abbandonato nel 1945 su un binario».

Anche lei ha attraversato un momento cruciale nella Storia: la caduta del Muro, la fine della Ddr,la riunificazione...Che cosa ha rappresentato per lei questa svolta epocale?
«Le rispondo facendo riferimento al mio precedente romanzo. "Il muro intorno" è dedicato alle difficoltà rappresentate dal passaggio da una cultura all'altra. La storia è raccontata da quattro diversi punti di vista e nel caleidoscopio di queste voci si dispiega lo spazio critico nel quale io situo, per il singolo individuo, la situazione politica e anche la fase della riunificazione. Nel romanzo il muro c'è ancora, ma gli esseri umani che popolano la narrazione superano il confine in modo individuale per i motivi più disparati e con le più diverse speranze e conseguenze».

Oggi Berlino è considerata una delle città più stimolanti dal punto di vista culturale d'Europa.
«Quando si è nati in una determinata città e vi si è trascorsa la gran parte della propria vita è molto difficile vederla con occhio straniero. Penso che la città in sé non mi abbia ispirato. Il luogo della scrittura per me è alla fine abbastanza privo di significato. I romanzi nascono da un mondo interiore. Penso che Berlino - sempre che in quella città uno non vi sia nato - risulti attraente per gli artisti, in quanto si può vivere con pochi soldi. Gli affitti e il tenore di vita sono piuttosto convenienti, nessuno arriccia il naso sull'abbigliamento e sulla bicicletta degli altri. Si può vivere a Berlino in modo molto modesto senza avere l'impressione di essere "poveri" rispetto agli altri. La cosa ha probabilmente a che vedere con la generale povertà materiale della città».
 
Di Natalia Poggi, pubblicato su Il Tempo, 30 dicembre 2008
 
Julia Franck, nata nel 1970 a Berlino Est, nel 1978 emigra con la famiglia a Berlino Ovest. Ha lavorato come infermiera ausiliaria, cameriera, dattilografa e assistente di produzione in una radio. Ora è scrittrice e giornalista freelance per numerosi quotidiani e magazine quali Frankfurter Allgemeine Zeitung, Sueddeutsche Zeitung, Brigitte e Cosmopolitan. 

L'eleganza della scrittura è una leggera trance

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Muriel Barbery
Intervista a Muriel Barbery, autrice di Estasi culinarie e di L'eleganza del riccio.
 
Si aspettava questo successo? Quale pensa sia stata la chiave vincente?
Non ho idea di quali siano le ragioni che hanno prodotto tutto questo sorprendente successo del romanzo. Quando è stato pubblicato in Francia nel settembre 2006, la prima tiratura era di 4.000 copie, e io e mio marito pensavamo che sarebbe stato un flop dal punto di vista commerciale perché ritenevamo che il testo fosse difficile sia dal punto di vista linguistico che per le intenzioni. Non ho cambiato idea sul testo, malgrado il successo. L’eleganza del riccio è una seconda prova dignitosa, con qualche qualità e molte debolezze – in ogni caso, niente di straordinario, niente che possa giustificare il successo che ha avuto. Inoltre non ho voglia di chiedermi perché abbia avuto un tale successo, credo che questa sia la peggiore domanda che un autore possa porsi. 

In Italia è appena uscito Estasi culinarie. Che sensazione le fa sapere che i lettori italiani hanno letto prima il suo secondo libro e poi il suo romanzo d’esordio? Non provo nessuna sensazione particolare in merito. Il fatto di essere letta mi sembra già un tale miracolo e un tale privilegio che l’ordine in cui la cosa avviene mi interessa relativamente. 

Nei suoi romanzi c’è una grossa dose di senso dell’umorismo. Che ruolo ha l’humour nel suo processo di scrittura? È qualcosa che emerge da solo o che pianifica?
Non ho mai pianificato nulla. Ho solo il progetto di scrivere seguendo la mia ispirazione. Il desiderio di scrivere con uno stile più umoristico arriva in modo naturale. Resto abbastanza sorpresa che lei parli di humour per Estasi culinarie, trovo invece che manchi completamente nel testo. Credo che in quel periodo mi stessi in qualche modo autolimitando, pensavo alla letteratura come a qualcosa di molto serio...  Ma qualunque cosa sia la scrittura per me è un momento di leggera trance dove ogni cosa diventa possibile; devo soprattutto fare attenzione a non prevedere nulla, ad avere pochi obiettivi all’infuori del piacere di scrivere liberamente. 
 
Estasi culinarie è un gioco, un divertissement, un romanzo godibile che si legge tutto d’un fiato. Come è nata l’idea di parlare di un critico gastronomico che, prossimo alla morte, cerca di rievocare il sapore perfetto? 
Non so come mi sia venuta questa idea. Mi sono seduta alla mia scrivania e ho scritto l’ultima scena del libro, quella in cui il critico riscopre un sapore dell’infanzia prima di morire. Perché? Non ne ho idea. Ci sono sicuramente mille spiegazioni pertinenti ma non mi interessano. Voglio continuare a scrivere esattamente allo stesso modo: tutto a un tratto si fa avanti un personaggio e io so solo che proverò un gran piacere a dargli voce. Tutto qua. 
 
Sia il finale di Estasi culinarie che quello dell’Eleganza del riccio potrebbero essere spiazzanti per il lettore ma, a mio parere, sono gli unici possibili e i più intelligenti. Ha avuto riscontri, positivi o negativi,da parte dei lettori e della critica al riguardo?
Ah la scena finale del Riccio! Sì, ho ricevuto un’incredibile quantità di lettere a questo proposito, e alcune sono state molto commoventi. Certi lettori si sono indignati, si sono scandalizzati, e me l’hanno comunicato; altri, invece, mi ringraziano ancora per quelle ultime pagine. In generale, a tutti rispondo che nemmeno io sapevo quale sarebbe stato il finale del romanzo; è stato mio marito a suggerirmelo: io mi sono seduta immediatamente e ho scritto con un grande trasporto le ultime pagine. Quando ho finito ho avuto la netta sensazione di aver scritto proprio
ciò che avrei dovuto. 
 
di Elvira Grassi, estratto dell'intervista pubblicata su Oblique studio, 2 ottobre 2008
 
Muriel Barbery, docente di filosofia, è nata a Casablanca nel 1969. L’eleganza del riccio è il suo secondo romanzo, pubblicato in Francia da Gallimard, che in poco tempo ha scalato le classifiche, diventando un best-seller e vincendo numerosi premi tra cui il Prix Georges Brassens 2006, il Prix Rotary International 2007, e il Prix des libraires 2007.
 

 

 

«Noi italiani abbiamo la vocazione al servilismo. La cultura italiana è nata nel Palazzo e alla mensa del Principe»

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Indro Montanelli

Fra qualche mese ricorrerà il centesimo anniversario dalla nascita di Indro Montanelli: ricordiamo il grande giornalista con un articolo di Gian Antonio Stella.
 
«Noi italiani abbiamo la vocazione al servilismo. Siamo i migliori camerieri, maître d'hotel, cuochi, calzolai... In fondo siamo stati grandi musicisti e grandi poeti perché erano arti di corte...». Quella sera a casa sua, ritto e secco nella sua poltrona, Indro Montanelli non inserì nella lista dei cortigiani, che disprezzava, gli intellettuali. Li aveva già strapazzati nell'ultimo libro con Mario Cervi, «L'Italia dell'Ulivo»: «La cultura italiana è nata nel Palazzo e alla mensa del Principe, laico o ecclesiastico che fosse. E non poteva essere altrimenti visto che il principe era, in un paese di analfabeti, il suo unico committente». Colpa della Controriforma, che facendo del prete l'unico interprete delle Scritture, «dell'analfabetismo era stata la fabbrica», col risultato che «così si formò la cultura parassitaria e servile che non è mai uscita dai suoi circuiti accademici per scendere in mezzo al popolo e compiervi quell'opera missionaria di cui le è sempre mancato non solo la vocazione ma anche il linguaggio. In Italia il professionista della cultura parla e scrive per i professionisti della cultura. E istintivamente cerca ancora un principe di cui mettersi al servizio».

BRUSCO E SPAVALDO - Era brusco e spavaldo, il vecchio Indro, quando randellava i pomposi sacrestani di categorie che non stimava. Basti rileggere la risposta data tre anni fa a un professore che aveva sconsigliato agli studenti la sua storia d'Italia: «Sì, non sono un ricercatore di documenti originali né un sommozzatore di archivi. Le mie notizie, è vero, sono quasi tutte di seconda mano. Però, contrariamente a quanto dice il vostro professore, si tratta sempre di mani buone, perché succhio alle fonti più qualificate in tre o quattro lingue. So benissimo di non "scoprire" né "rivelare" nulla di nuovo. Ma non mi sono mai proposto questo. Il compito che mi sono sempre assegnato è quello di "raccontare" a chi non lo sa "come andarono le cose", cioè di fare ciò che gli storici italiani - salvo rarissime eccezioni - si sono sempre dimenticati, o non sono mai stati capaci di fare». E com'è una cultura che non comunica? «Socialmente inutile». Forse per questo, quando amava qualcuno, Montanelli forzava fino alla provocazione il suo orgoglio di appartenenza. Si legga il ritratto di Erasmo da Rotterdam nel volume della Storia scritto con Roberto Gervaso in edicola domani col Corriere: «La verità è che Erasmo, più che un grande erudito e profondo pensatore, fu un magnifico, inimitabile giornalista, che "sentiva" il pubblico e rispondeva puntualmente alle sue aspettative. Poteva sbagliare l'impostazione o la soluzione di un problema, ma mai il "tempo" di affrontarlo». Insomma: «Erasmo sbaglia il "trattato", non sempre azzecca il "saggio", ma brilla immancabilmente nell'"articolo", come testimoniano le lettere, insuperati modelli di altissimo reportage, il suo capolavoro».
Pochi capitoli aiutano a capire il taglio diverso che il grande inviato dava alla «sua» storia quando quello dedicato a Francesco Datini, un mercante toscano che, affetto da grafomania, ci ha lasciato 150 mila lettere, 500 registri e altri documenti che hanno consentito agli storici di ricostruire l'intera vita di un uomo del Trecento. Con quei dettagli che non solo aiutano gli storici a dare forma compiuta alla società fiorentina rinascimentale ma permettono a un affabulatore come Montanelli di adescare i lettori portandoli «dentro» la storia, tra papi e re, guerre e pestilenze, per fargliela vedere da vicino. Come la descrizione delle nozze: «Menù del banchetto: 406 pagnotte, 250 uova, 50 chili di formaggio, mezzo bue, due montoni, 37 capponi, 11 galline...». O del servizio postale dei mercanti fiorentini che facevano partire verso Venezia, le Fiandre o
la Sciampagna due corrieri al giorno. O dello scambio di lettere tra marito e moglie: «Ogni mercoledì le mandava a dire che il sabato sarebbe tornato a passare la fine della settimana a casa, ma - si lamenta Margherita in una lettera - "parmi che ogni venerdì sera ti ripenti"».

RISPETTO PER
LA CRONACA - In questo rispetto per la cronaca minuta, indispensabile per capire il resto, c'è tutto il modo montanelliano di intendere la storia. Un modo che non a caso piace a studiosi come Angela Caracciolo che ha dedicato la vita a un altro grafomane quale Marin Sanudo che tra i 58 volumi dei Diari, i tre delle Vite dei Dogi e tutto il resto, scrisse circa 150 mila pagine con dentro tutto: dalle guerre ai turchi al prezzo della farina a Rialto. Cronache preziosissime per capire come si viveva nella Venezia del Cinquecento. Con differenze radicali, ovvio. La scelta di mischiare «microstoria» e «macrostoria» nel Sanudo è inconsapevole e casuale, in Montanelli voluta. Ma più ancora pesa, a parte l'arte stilistica, l'irriverenza che il grande cronista del Novecento, a differenza del suo lontano predecessore, ha nei confronti del potere. Un'ironia e un disincanto che non mostrava solo verso protagonisti del passato come Carlo d'Angiò («un soldataccio, coraggioso, ma grossolano e ottuso») o Vittorio Emanuele III (che rispondeva acido alla madre: «Dove vuoi andare a mostrarti con un nano?») ma anche, e qui la cosa richiedeva talvolta del fegato, verso i protagonisti del presente nel loro momento di potere. Basti ricordare, oltre alle sferzanti definizioni del Cavaliere (una per tutte: «L'Italia berlusconiana è la peggiore delle Italie che io ho mai visto. Il berlusconismo è veramente la feccia che risale il pozzo»), qualche immagine folgorante degli anni meno recenti. Su De Mita: «Lui un intellettuale della Magna Grecia? Nella definizione di Agnelli c'è qualcosa di troppo: la Grecia». Su Cossiga: «Non so se si renda conto di essere il megafono di gorgoglii di fogna». Su Togliatti: «È uno dei pochissimi capi comunisti che, avendo vissuto molti anni vicino a Stalin, sia riuscito a sopravvivergli. Per non diventarne una vittima, se ne fece complice». Su Moro: «Il più grande anestesista del secolo». Su Fanfani, capace di «presentare anche il Chianti come olio di ricino». Parole dure, spietate fino all'oltraggio. Il prezzo che pagava per stare alla larga dalle corti.
 
di GIAN ANTONIO STELLA , dal Corriere della sera, 19 novembre 2003

 

 

Non ho più il sottotitolo. Intervista a Benedetta Cibrario

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Benedetta Cibrario vincitrice del premio Campiello 2008
Benedetta Cibrario scrive bene, ma fa un pessimo caffè. Forse dipende dal fatto che, dice lei, è una donna inquieta. E se una certa urgenza giova alla scrittura, lo stesso non si può dire per la moka, che esige, invece, una buona dose di pazienza. Quarant’anni compiuti da un po’ (certe cose non si dicono delle Signore, nemmeno quelle easy come lei), quattro figli dai sedici ai quattro anni, un marito portatore di agio e di traslochi frequenti, un cane di nome Basilico, un nuovo terrazzo da riempire di rose: a raccontarla così non c’è traccia di inquietudine nella sua vita. "La metto tutta nella scrittura, da sempre. Scrivo da quando ho sedici anni, con metodo, dedizione, costanza. Lo faccio tutti i giorni perché la scrittura è figlia della pratica, come la ginnastica e la cucina. Se non ti alleni non hai fiato, se non provi e riprovi il soufflé si smonta. Ma anche perché mi dà stabilità, mi fa stare meglio. Per tutto questo tempo, ho scritto e regalato agli amici, i fratelli, qualche fidanzato. Sapevo che, prima o poi, avrei pubblicato qualcosa, ma pensavo che sarebbe successo più tardi, intorno ai sessant’anni. Sono lenta, ho bisogno dei miei tempi, mi hanno mandata a scuola a 5 anni e la maestra disse a mia madre di riportarmi all’asilo. E prima di innamorarmi di mio marito, ho dovuto essergli amica, per un bel po’". Invece cinque anni fa, con largo anticipo rispetto alle sue previsioni, nasce la primissima idea di Rossovermiglio. Una storia che si snoda lungo il Novecento e che accompagna la protagonista da Torino alla Toscana e da una vita rigida, borghese e mal sopportata a una, almeno sulla carta, diametralmente opposta. “È la storia di una trasformazione. Personale e del nostro Paese. L’ho ambientata nel secolo scorso perché, quando ho scritto il libro, vivevo a Londra: non me la sentivo di raccontare l’Italia attuale standone fuori. E poi perché mi interessava parlare di un passato relativamente recente, non volevo fare l’archeologa, ma salire in soffitta e aprire il baule dei nonni”.

E che cosa ci ha trovato dentro?
I posti che conosco e che amo: Torino, dove sono stata dai 14 anni fino a quando mi sono sposata, una città interessantissima da raccontare per i suoi fermenti e le sue contraddizioni; la Toscana, dove vado da quando sono ragazza e che è l’unico posto al mondo che potrei definire casa. E il cambiamento, che credo sia sempre una cosa che vale la pena di raccontare. Al suo opposto c’è la viltà, il peggiore dei difetti umani. Che fa da contraltare al cambiamento, perché per cambiare devi avere coraggio. E, se non ce l’hai fino in fondo, prima o poi questa cosa la paghi.

La viltà, quindi, porta sofferenza?
Sempre. C’è un bellissimo libro di Primo Levi che si chiama I sommersi e i salvati. Io penso che dovremmo ammettere che non ci sono salvati, solo persone meno sommerse di altre. Io la vedo così e di questo so scrivere: invidio chi riesce a fare libri che ci fanno stare bene.

Quanto le assomiglia la protagonista del suo libro?
In comune abbiamo solo l’amore per la campagna. Non c’è nulla di autobiografico, anche se certamente traspaiono molte cose di me, ma niente di cui io sia consapevole. Anche perché, quando crei un personaggio che funziona, è lui a farti capire dove deve andare la storia. La protagonista del mio libro in un certo senso mi ha presa per mano e mi ha portata nella sua vita, che non è la mia. E, quando mi sono sentita pronta, ho inviato il manoscritto.

Viene da pensare che una signora con le sue conoscenze non abbia fatto troppa fatica a trovare un editore.
Conoscevo qualcuno nel mondo dei libri. Ma questi contatti si sono rivelati inutili, se non controproducenti. Così ho mandato a Feltrinelli dove, invece, non conoscevo proprio nessuno. Credo che ogni libro abbia un suo lettore ideale, e la persona che ha preso in mano il mio manoscritto in questa casa editrice è la mia lettrice ideale. Così il “sì” è arrivato praticamente subito.

E a quel punto che cosa è successo?
L’ho detto ai miei ragazzi. Mio figlio Paolo Tommaso mi ha detto: “Mamma, ma allora i sogni possono avverarsi”. Io gli ho risposto: “Certo”, pensando che era una considerazione profonda. Lui è stato un attimo zitto e poi ha aggiunto: “Allora io posso diventare Ronaldo”, uccidendo ogni poesia. Invece Maria, la mia terza figlia, ha preso le bozze del libro tutta orgogliosa, le ha aperte, le si è spento il sorriso e mi ha detto, delusa: “Ma non ci sono le figure”. È una bella lezione: per quanto impegno uno possa mettere nelle cose, nella vita ci sarà sempre qualcuno che verrà a chiederti: “Dove sono le figure?”.

E per lei che cosa è cambiato?
Nascita dei figli a parte, credo sia stato il giorno più bello della mia vita. Sono come... nata. Ho trovato un’identità che sapevo di avere, ma che aspettava di essere vista anche da qualcun altro. E' inutile raccontarci balle: non sei uno scrittore se nessuno ti pubblica. Da quando ho i ricevuto quel sì è come se avessi smesso di essere la figlia di... la moglie di... la mamma di... sono diventata io. Ma sono anche un po’ destabilizzata da questa presa di coscienza tardiva. Mi chiedo perché non l’ho fatto prima, sicuramente sarei stata un po’ più di buon umore e senza l’ansia di sottotitolo.

Che cos’è l’ansia da sottotitolo?
E quella che mi è sempre venuta quando qualcuno, a una cena o a una festa, mi domandava: “E tu che cosa fai?”. E io rispondevo: “Faccio la mamma”. Abbiamo un bel raccontarci che è il lavoro più bello e importante del mondo, la verità è che quando tu rispondi così ti senti idiota e vedi che, in un istante, si spegne la luce nello sguardo di chi ti sta di fronte. Allora io pensavo che avrei voluto andare in giro con un sottotitolo di quelli del cinema muto, che dicesse: “Sì, faccio la mamma, eppure non sono così poco interessante come potresti pensare, perché anche io ho delle cose da raccontare che tu certamente non mi chiederai, ma che ci sono. Dammi solo un po’ di tempo”. Adesso del sottotitolo non ho più bisogno. Comunque vada.

Anche se questo fosse il primo e l’ultimo libro?
Sì, certamente. Sono solo preoccupata di una cosa: fin da piccola ogni sera, prima di addormentarmi, mi concentravo sui miei tre desideri. Che erano: viaggiare, avere tanti bambini e scrivere un libro. Adesso che si sono realizzati tutti e tre, non vorrà mica dire che sono al capolinea?
 
di Silvia Nucini, tratto da “Vanity Fair”, 4 ottobre 2007
 
Benedetta Cibrario, nata a Firenze e cresciuta a Torino, è vissuta per molti anni in Inghilterra. Scrittrice esordiente, ha vinto l'edizione 2008 del Premio Campiello con il romanzo Rossovermiglio, pubblicato nel 2007 da Feltrinelli.
 

La musica, una rivoluzione formativa

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Simona Marchini
Si può vivere un destino dominato dalla passione? Ci si può sottrarre a essa, magari con il buonsenso o cercando di dare forza alle motivazioni che la contrastano oppure lasciandosi travolgere dall' indifferenza del mondo che ci trascina altrove? Il mio destino, io l’ho accolto, accettato. L’ho vissuto trasformando, ove possibile, la spinta emozionale e affettiva, la passione, in fatti e azioni concreti, che ho cercato di condividere. Ed è proprio questa spinta alla condivisione, alla trasmissione — impulso che ho vissuto e vivo — che mi ha portato, quasi come una vocazione irrinunciabile, a costruire “edifici ideali”.
La passione primaria della mia vita, la musica, mi ha preso per mano dalla nascita, anzi da prima, da quando, nella pancia di mia madre, ascoltavo i suoni tumultuosi dell’opera: sono cresciuta tra Violette e Butterfly, intonando con la mia voce da bambina arie ardue e commoventi come «Un bel dì vedremo», o duettando con papà dal Rigoletto di Verdi. Sì cantava molto in famiglia: Mozart. le canzoni d’epoca, Beethoven, Bach e così via. 
Tra nonni melomani e genitori curiosi del mondo, ho nutrito il mio cuore di nomi e di parole che hanno “fondato” una struttura d’anima e dì gusto, di categorie mentali e spirituali sempre protese verso l’alto, se così si può dire. Non voglio cadere banalmente nell’ autobiografia ma se cito la mia piccoloa storia personale è solo per testimoniare quanto la musica sia stata energia e sostegno al mio sviluppo culturale e, soprattutto, spirituale.
Oggi più che mai sento l' urgenza e la responsabilità di essere il tramite di un messaggio: la musica è ”salute” del cuore e della mente, è il balsamo che placa, che rallegra, che mette in comunicazione i nostri livelli più intimi di percezione e di elaborazione. La musica è il linguaggio che unisce, che si esprime anche senza parole, che apre i canali dell' intuizione più profonda, come un riflesso di quell' armonia assoluta che cerchiamo fin dalla nascita. 
Ma, al di là delle apparenti ovvietà, esistono le verifiche tangibili e palpitanti, particolarmente evidenti nell' effetto straordinario che ha, per i bambini, l’avvicinarsi alla musica. Basti pensare al “miracolo” che un uomo piccolo, ma tenace e ispirato, ha prodotto in Venezuela.
Parlo del maestro Vittorio Abreu che ha dedicato la sua vita all’insegnamento della musica (con il metodo Orff, fra gli altri) a bambini e ragazzi; non solo, nella frequenza dei corsi sono state coinvolte le famiglie che hanno avuto la possibilità di suonare insieme ai loro ragazzi raggiungendo così una maggiore armonia nei rapporti e un miglioramento nella qualità della vita. 
Bambini cresciuti nella povertà più umiliante hanno trovato un riscatto, un ”centro” affettivo (e spesso professionale) per la loro esistenza che solo il linguaggio dell’arte può donare. In Venezuela, oggi, esistono 150 orchestre giovanili e la più ”matura”, la Simon Bolivar, è stata portata in una tournée europea da Claudio Abbado dimostrando un entusiasmo e una carica vitale che hanno contagiato tutti gli spettatori, col messaggio tangibile del “Si può — e, aggiungo io, “si deve” — fare.
Un altro esempio luminosissimo della funzione educativa che può avere la musica, è la particolare formazione, già dal 1999, dell' Orchestra Barenboim che comprende musicisti israeliani, palestinesi e dei Paesi Arabi. Il celebre pianista e direttore d’orchestra ha inoltre costituito, in Palestina, un asilo musicale e un' orchestra giovanile.
Lo stesso fenomeno di rinascita morale ed esistenziale attraverso la musica, e le attività artistiche in genere, si ripete in molte situazioni dì degrado e di disperazione dei bambini africani, srilankesi, dei paesi balcanici, sudamericani che, tramite la musica, riescono a trovare anche sbocchi professionali. Per esempio, ci sono bambini birmani che hanno formato piccoli gruppi musicali e vivono suonando alle feste rituali, religiose e private.
E i nostri bambini? I figli del benessere, del consumismo, della tecnologia e dei media? Se in tre quarti del mondo si muore di fame e di guerra, nel resto del pianeta si muore di vuoto affettivo. Si muore per l' incapacità di amare le cose e le persone che fanno parte della nostra “possibilità” di evoluzione, cioè per quell' incapacità di innamorarsi della vita e di chi, nel corso del tempo, l’ha resa eterna, scrivendo pagine di una bellezza che può essere considerata un vero e proprio dono degli dèi. Ma dove e come questi figli dei tempi possono trovare le assonanze, la fratellanza, quel ”filo d’Arianna” che li possa portare a riconoscersi in un ininterrotto, universale accordo dell' anima? 
E’ perché si prenda coscienza del problema che io mi spendo con tutte le forze — confortata da pedagogisti, educatori, psicoanalisti — cercando di contribuire alla nascita di luoghi di riferimento in cui i giovanissimi trovino alimenti per il cuore e calore per le loro anime, sempre in cerca di risposte. Io credo che quando arricchiamo la “centralità” del sentire, noi camminiamo più forti nel percorso della vita, diventando capaci di rinascere a ogni morte, perché la luce del pensiero nutrito con la bellezza è un' energia invincibile, una certezza nel tumulto della nostra storia personale e collettiva. 
Il danno della “civiltà dell' immagine“, l’overdose di suoni, di parole, di stimoli pubblicitari; la “pornografia” dei modelli politici ed estetici; il deserto dei rapporti affettivi nelle famiglie e nel mondo esterno fanno ammalare le coscienze. Rudolf Steiner già annunciava, in una conferenza del 1919, future «epidemie di follia» dovute allo scollamento tra io e coscienza causato dalla seduzione dell' apparire portata alle sue estreme manifestazioni. Mi sembra che siamo arrivati a un punto di crisi dell’ “umano” non irrilevante. Mi sembra che sia urgentissimo intervenire aiutando le coscienze degli adulti a farsi carico delle loro responsabilità, inventando luoghi in cui i più indifesi imparino a rimanere bambini, quando giocano, quando si armonizzano con gli altri, nei colori e nei gesti della ricerca di una migliore qualità della vita. Regaliamo ai nostri figli lo spazio del rispetto profondo di sé, che è un piccolo altare interiore da amare, abbellire, illuminare in ogni giorno della vita. 
Per loro, per il mondo.
 
di Simona Marchini, tratto da “Lettera Internazionale”, 2° trimestre 2008, pag 55
 
Simona Marchini, attrice, autrice, conduttrice televisiva e radiofonica. E' presidente della Galleria d'Arte contemporanea La Nuova Pesa di Roma, e ricopre numerosa cariche istituzionali.

Scrivo per vivere. Intervista a Isabel Allende

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Isabel Allende
E’ arrivata in Italia per ricevere dall’università di Trento la laurea honoris causa in Lingue e letterature moderne euroamericane. Isabel Allende, che ha conquistato il mondo con il best seller “La casa degli spiriti”, pubblicato 25 anni fa, è un tutt’uno con il suo mondo letterario. Ha il fascino di una donna che fiorisce costantemente, a prescindere dai condizionamenti delle mode e dell’età. Nel suo abito blu profondo, una rosa rossa tra le mani ed un sorriso aperto, quasi infantile ha accolto l’onorificenza con orgoglio e ironia, pensando all’invidia degli intellettuali suoi connazionali. E’ anche grazie al rimbrotto di Pablo Neruda che oggi Allende è una delle scrittrici più amate: risale al 1973 l’incontro ad Isla Negra, per un’intervista che il poeta poi si rifiutò di rilasciarle. “Lei dev’essere la peggiore giornalista di questo paese – le disse Neruda -. E sospetto anche che menta e che quando non ha una notizia la inventi. Perché non si dedica a scrivere romanzi? In letteratura questi difetti sono virtù”. Un consiglio che lei seguì molti anni dopo: le vicende politiche del Cile, che la costrinsero ad andare in esilio volontario in Venezuela, ebbero il sopravvento, ma le diedero anche un nuovo terreno da esplorare dentro di sé. E la scrittura fu il suo personale lasciapassare.
Signora Allende, come ha vissuto la sua trasformazione da giornalista a scrittrice? «Andandomene in Venezuela non mi fu più possibile continuare a fare la giornalista, ma sentivo ugualmente l’urgenza di scrivere ogni giorno. Il passaggio alla letteratura è stato quindi lieve: avevo il bisogno quotidiano di scrivere e l’allenamento, la capacità di fare ricerche, cercare informazioni. In più, il giornalismo mi aveva insegnato ad usare un linguaggio a misura di lettore, così da afferrarlo e tenerlo inchiodato fino alla fine. Questo i giornalisti lo fanno sistematicamente, mentre gli scrittori si guardano l’ombelico e pensano ai critici».
Lei vive da tempo in California: che rapporto ha mantenuto con il suo paese d’origine? «E’ strano, perché penso che se fossi rimasta in Cile non penso che sarei diventata una scrittrice, ma starei ancora facendo la giornalista. Le mie radici emozionali sono rimaste là. Ci torno ogni tanto durante l’anno, perché lì ci sono le origini della mia famiglia, il mio vissuto della giovinezza negli anni Sessanta. Ci torno per risentire la lingua, gli umori, per nutrire le radici che poi alimentano la mia letteratura. Ogni paese ha in sé qualcosa di indecifrabile, sotto l’’apparenza scorrono correnti sotterranee e solo chi appartiene a quella cultura può riconoscerle. Non credo che si riesca però a rivelarle tutte».
In Europa la letteratura sudamericana ha avuto grande successo, ma presto è stata catalogata in toto con la definizione di “realismo magico”. C’è ancora un futuro per questo filone narrativo?
«Sono moltissimi anni che il realismo magico non è più la caratteristica della letteratura sudamericana, lo è stato tra gli anni Sessanta e Ottanta, ma tutti gli scrittori giovani di oggi lo detestano. Il fatto è che un personaggio come Gabriel Garcia Marquez è così immenso che tutta la letteratura sudamericana gli viene associata. Qualsiasi persona in Europa può citare cinque, persino dieci autori latinoamericani del boom ma non ti saprà dare un nome degli scrittori di oggi. Io ho scritto diciassette libri ed ho elementi del realismo magico solo in tre romanzi e in una trilogia per l’infanzia, però ancora mi appiccicano quell’etichetta. Ma forse la percezione europea deriva dalla tendenza di noi latinoamericani ad avere un pensiero magico: crediamo nel destino, non controlliamo gli eventi e le nostre vite. Il corso della storia, per noi, è fitto di misteri, premonizioni, passioni, coincidenze. E questo traspare anche nella letteratura».
Pensa che lo scrittore con il suo lavoro possa fare politica? «E’ difficile non toccare la politica quando scrivi una storia, perché riguarda direttamente i personaggi. Se non ci fosse la politica ed i suoi eventi un romanzo sarebbe come una telenovela, un racconto avvolto in una bolla fuori dal tempo. Tutti vi siamo immersi, quindi nel costruire la narrazione, anche se non scrivo romanzi propriamente politici, è un elemento centrale».
Come nascono i suoi libri? «Inizio a scrivere sempre l’8 gennaio, come feci nel 1981 per la prima volta quando iniziai una lettera per mio nonno morente. Cominciai a scrivere finché non nacque “La casa degli spiriti”. Ma non sono io che cerco le storie da scrivere, sono loro che cercano me. Non ho mai fatto uno schema preventivo, salvo in “Zorro”, ma solo perché essendo protetto dal copyright, dovevo rispettarne i termini. In genere scrivo con l’idea di un tempo e di un luogo, ma non so cosa accadrà e quali saranno i personaggi. Non so nemmeno perché un’idea resti dentro di me anche per anni e poi maturi fino a diventare un libro. Tempo dopo i professori e i critici analizzano il testo e mi spiegano perché l’ho scritto».
Cosa la ispira? « Sono le persone, gli eventi che capitano nella mia vita a darmi degli spunti. Per questo non ho mai voluto una vita felice, ma una vita avventurosa, appassionante. Mi espongo a tutti i venti senza paura dei dolori, che non mi hanno risparmiata. La mia è una scrittura dal ventre, quindi desidero un’esistenza che si possa raccontare».
Dopo “Paula” è cambiato il suo modo di scrivere? «La morte di mia figlia Paula mi ha cambiato innanzitutto come persona. Tutto quello che faccio da allora è diverso, prima ero un’altra Isabel. In quel momento la gioventù è finita e sono entrata nella maturità. Anche se era molto meglio prima: non c’è nessun vantaggio dall’essere maturi. E’ cambiata così anche la mia scrittura: prima scrivevo quasi senza pensare, mentre ora ho bisogno di più lavoro e le storie sono più interiori».
Vita e scrittura: qual è il suo personale confine? «Non c’è separazione. La vita per me si anima nello scrivere, tanto che spesso non distinguo ciò che scrivo dalla realtà quotidiana. Quando ero piccola mi punivano per le bugie che raccontavo, mentre ora vivo con queste bugie e mi chiamano scrittrice. Non so dove stia la verità: probabilmente esiste solo la verità poetica».
 
di Fabiana Bussola, tratto da "Il  nostro tempo", 24.06.2007
 
Isabel Allende Llona (Lima, 02 agosto 1942) cilena, peruviana di nascita, è una delle autrici latine di maggior successo al mondo, avendo dato alla letteratura sudamericana un contributo enorme (v. libri come La casa degli spiriti o La città delle bestie). Ha scritto romanzi basati sulle sue esperienze di vita, ma ha anche parlato della vita di altre donne, unendo insieme mito e realismo. Attualmente vive con il marito in California.
 

Cartesio non balla. Definitiva superiorità della cultura pop (quella più avanzata)

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Franco Bolelli
Il metabolismo dell’ evoluzione. Sì, la competizione. Tutto e il suo contrario. La grande sintesi dei linguaggi. Valori e gioco, insieme per sempre. Varietà in espansione: proprio come la natura.
Biologico più sperimentale, è questo il metabolismo dell’evoluzione. Essenza più spinta a espanderla. Forte connessione con la propria natura (genetica e caratteriale) più esplorazione di sempre nuove domande e sempre nuove risposte. E’ così che prendono corpo tutte quante le esperienze che allargano e arricchiscono la nostra esistenza personale e condivisa. Bene, se c’è una cultura che più di ogni altra si avvicina a questo metabolismo è — non si discute nemmeno — la cultura pop più avanzata e creativa. Perché soltanto questa sensibilità pop è capace di vedere e vivere l’assoluta simbiosi fra l’origine genetica e biologica e la spinta a esplorare.
E’ così che chi non comprende il metabolismo della materia e della natura non capirà mai nemmeno il nuovo mondo globale. Dove — esattamente come accade nel processo biologico — tutto nasce e cresce attraverso spinte diverse, ogni equilibrio è il momentaneo risultato di instabilità, e ogni fenomeno porta in sé qualcosa del suo opposto (proprio come nel biologicissimo simbolo del tao). E’ così che oggi — contrariamente a tutte le analisi e previsioni della sempre più inutile mente Logica — noi viviamo simultaneamente in un’epoca tanto tecnologica quanto neobiologica; dove il globale si esprime tanto in un’estensione dell’omologazione quanto in un vertiginoso allargamento delle possibilità di scelta personali; dove il terrificante sviluppo tecnocomunicativo va mano nella mano con un protagonismo senza precedenti del corpo; dove il superamento delle identità convenzionali si accompagna con una residuale aggressività delle identità tradizionali; dove potremmo tranquillamente cantare — come Lorenzo — "Come va il mondo? Male / Come va il mondo? Bene".
Potremmo andare avanti a lungo, perché anche nella sfera più personale è sempre più chiaro che i punti di forza di una personalità quel minimo sostanziosa portano con sé la propria stessa debolezza, che in ogni carattere forte ogni cosa è talmente totale che vai a capire fin dove una qualità continua a essere un forza e da dove invece comincia a essere in qualche modo un limite.
Tutto questo, qualcuno lo chiama relativismo: parola sbagliata che riflette un’idea sbagliata. No, tutto questo non è affatto relativismo, non è un colpo al cerchio e unoalla botte: questa è l’essenza — piena, paradossale, globale, a tutto campo — del progetto biologico. Perché l’evoluzione si compie attraverso varietà, spinte molteplici, contraddizioni; l’evoluzione si compie attraverso la competizione. Dove non c’è varietà e non c’è competizione, lì non c’è evoluzione (perché non c’è alcuna contraddizione fra competizione e coevoluzione): anzi, più forti sono le energie e i caratteri che si confrontano, più l’evoluzione prende a sua volta forza.
Nel mondo globale c’è tutto (e il suo contrario): c’è la perdita e c’è la conquista, c’è impoverimento e c’è espansione. Chi ci vede perdita e impoverimento non è che vede male, è che vede da un punto di vista ristretto e unilaterale. Vede senza vedere la strategia e il metabolismo dell’evoluzione. Se chi oggi vede perdita e impoverimento fosse vissuto durante il rinascimento, non avrebbe visto il rinascimento: perché anche allora — anzi, molto ma molto più di oggi — c’erano disastri, guerre, pestilenze, esistenze misere e disperate. Eppure noi oggi ricordiamo quell’ epoca come rinascimento, esattamente come fra qualche anno ricorderemo la nostra epoca come evoluzione senza precedenti. Perché è sul mutamento, sull’espansione, sulla corrente evolutiva, che si misura l’avventurosa storia umana.
Questa sua vocazione squisitamente coevolutiva, questa assoluta sintonia con la natura globale del nuovo mondo, il pop la esprime con perfetta naturalezza nel proprio linguaggio: pensiamo alla sintesi delle miriadi di culture pop planetarie fatta da Quentin Tarantino; pensiamo a quanto i Pearl Jam si presentino come sintesi della storia del rock o alla connessione fra funky, hard rock e melodie pop messa al mondo dai Red Hot Chili Peppers; pensiamo a quella scrittura per la quale le tradizionali divisioni di stili sono un punto ormai lontanissimo dietro alle spalle e a quanto certa letteratura (Jonathan Lethem, per dirne uno) si alimenti di musica, cinema, mitologie pop. (Va bene, è il momento di ammetterlo: che il nuovo mondo globale richieda un metabolismo coevolutivo è fin troppo evidente, però la mia insistenza sulla superiorità di una sensibilità connettiva si fonda anche su un interesse strettamente personale. Con la logica io proprio non ce la faccio. L’intelligenza analitica e lineare è fuori dalla mia portata. Se la partita si gioca sul pensiero binario, io sono spacciato. Tutto ciò che possiedo in materia, la mia sola chance, la mia grande  onda, è un minimo di intelligenza connettiva, lasciatemela cavalcare.)
«Non conosco altra maniera di trattare i grandi compiti che non sia il gioco», questo è ancora Friedrich Nietzsche e questa - grandiosa e giocosa — è l’essenza stessa del pop avanzato e davvero creativo. Il gioco, niente affatto virtù minore, ma anzi necessaria manifestazione di una più abbondante ricchezza vitale. Perché l’apparente superficialità della cultura pop, con la sua programmatica eccitazione, è una rigenerante ondata di ossigeno in un mondo pesantemente inquinato dalle nubi tossiche del lamento, del cinismo, del risentimento, della disillusione, di una così pesante devitalizzazione. Questo non è affatto un percorso minore di facile divertimento: anzi, questa sintesi fra gioco e grandi compiti ci indica che la soluzione alle questioni fondamentali — che il pensiero sociale e intellettuale immancabilmente cerca nel cassetto della necessità — sta invece all’aperto, nell’espansione vitale più incondizionata. Perché avere in circolo nel sangue e nei neuroni quel tanto di sensibilità pop non significa banalmente mostrarsi brillanti e up to date, ma sapersi mettere in gioco, abbracciare il mutamento, mescolare e rimescolare spinte creative ed energie comunicative. Grandi compiti e sensibilità giocosa, senso di responsabilità ed energetica eccitazione: inseparabili, indissolubili, fatti l’uno per l’altra.
Nel suo stesso metabolismo, la cultura pop è infatti connettiva e coevolutiva, organica e non più meccanica, simultanea e non più sequenziale, neobiologica e non più soltanto logica. In sintesi, il pop è totalmente immerso nella corrente globale dell’evoluzione (“saranno diecimila stili distinti che, mescolati e abbinati, forse daranno vita a cinque abbigliamenti raffinati”: qui Chuck Palahniuk sta parlando di mode, ma è come se raccontasse il metabolismo della cultura pop).
Se si esplora quanto è accaduto nella storia della cultura e della comunicazione contemporanea, è evidente che (infinitamente più di ogni altro stile, pensiero o tendenza, per non parlare di formule ideologiche o religiose) il pop favorisce la crescita di varietà: ogni linguaggio e ogni stile non smette mai di mutare, di connettersi, di reinventarsi attraverso forme assolutamente plurali. Per la sua stessa formazione genetica, la cultura pop è orientata verso la più piena realizzazione ed estensione della nostra libertà di movimento. Con tutta la sua forza comunicativa, il pop richiede sempre nuove forme mediatiche, e le nuove forme di media espandono le forme del pop. Anche quando si limita alle novità più effimere e modaiole, anche quando è soltanto un sintomo e non una forza trainante dell’evoluzione, il pop incarna comunque la spinta al cambiamento e all’estensione.
Perdere il ritmo e l’ampiezza di questa evoluzione, è così che si invecchia. Tanti in passato sono stati progressivi, trasgressivi, innovativi, perfino alternativi e oggi sono irrimediabilmente conservatori: no, non è perché hanno cambiato le proprie idee, ma anzi proprio perché non le hanno cambiate. Perché non sono ormai più capaci di modellare le proprie idee sul mondo in vertiginoso mutamento. Le loro parole possono anche apparire progressiste, ma la loro relazione con il mondo e con la vita è psicologicamente neurologicamente reazionaria.
Fate questo piccolo e sciocco esperimento, se volete capire se siete più o meno in sintonia con questa sensibilità pop: guardare un conservatore di sinistra e un conservatore di destra — nessuna fatica a trovarli, sono la specie più diffusa. Bene, se quella che vedete è la differenza fra sinistra e destra, allora vuol proprio dire che fra voi e la cultura pop non c’è stato nemmeno il bacio della buonanotte, perché lì uno sguardo pop vede due conservatori. Che sinistra e destra non siano uguali lo so perfino io che quando giocavo a basket usavo indifferentemente le due mani: ma nella visione pop, la vera, grande differenza è innanzitutto quella fra sensibilità sperimentale e innovativa e mentalità conservatrice. Biologico e sperimentale, tutto il resto non conta.
(da: Cartesio non balla, Franco Bolelli, 2007, Garzanti)
Franco  Bolelli (1950) è nato e vive a Milano. Da sempre scrive e parla di frontiere avanzate, mondi ceativi, nuovi modelli umani. Ha pubblicato diversi libri tra cui Vota te stesso (1996), Live (1998), Più mondi (2002). Ha progettato e messo in scena festival sperimentali e pop, come Frontiere, e living semplicity. Con Garzanti ha pubblicato Con il cuore e con le palle (2005).
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