la-ricamatrice-di-winchester

“La ricamatrice di Winchester” di Tracy Chevalier

Di Sandra De Bianchi

I libri sono amici, li possiamo incontrare quando vogliamo. Quando ne abbiamo bisogno, loro ci sono sempre, pronti a soddisfare il nostro desiderio di specchiarci in un bel personaggio volitivo. Pronti a farci sentire, con il cuore e con la mente, in sintonia con una certa atmosfera rétro, quell’ambiente storico e sociale d’inizio ‘900, che solo apparentemente è diverso dal nostro.

Certe questioni relative all’identità e al ruolo della donna, ad esempio, restano tuttora aperte. La lotta di emancipazione femminile è ancora un’attualità, anche se viene giocata su un piano strettamente  psicologico. Anche oggi, ogni donna deve ricamare con abilità il profilo della propria indipendenza.    

Questo libro è stato un meraviglioso incontro avvenuto per caso grazie ad un breve articolo su Internet che invitava a scoprire i dieci migliori libri in uscita. “La ricamatrice di Winchester” di Tracy Chevalier (traduzione di Massimo Ortelio, Neri Pozza editore), mi ha subito colpita!

Innanzitutto,  per il colore e l’immagine della copertina: un blu (che adoro!) fa da sfondo, con una tonalità simile a quella della notte, ad un cerchio giallo che sembra una grande e pacifica luna sulla quale si staglia il disegno del profilo di una donna. Un filo bianco viene fuori dalla sua bocca. Sembra un filo di fumo di sigaretta. E potrebbe esserlo ma, allo stesso tempo, è anche un vero e proprio filo di cotone che termina in alto nella cruna di un ago da cucito. Un simbolo di forza e di delicatezza. Quella figura di donna indossa un cappello rosso. Un cappello tipo cloche che identifica e, quasi rappresenta, un’epoca. La belle époque d’Europa, i primi trent’anni del ‘900.

Nella mia mente ha subito preso forma quella che per me è la “mia Inghilterra”, un luogo del cuore… Beh, la dolcezza di una nostalgia infinita mi ha invasa e, se un’immagine  può rendere l’idea della sensazione che ho provato, direi che è stato come mettere sulla lingua un po’ di Nutella! Grandi piaceri della contemporaneità: da un lato, la lettura di un best seller della narrativa mondiale e, dall’altro lato, la famosa crema di nocciola spalmabile. Questi sono due esempi di ciò che, in maniera inconfondibile, si è impresso nella mia memoria e nel mio gusto.

La Chevalier,  già autrice di “L’ultima fuggitiva” e “La ragazza con l’orecchino di perla”, con la sua capacità di scrivere in modo semplice e coinvolgente di sentimenti, timori ed emozioni, è riuscita a delineare perfettamente, e con spiccata sensibilità femminile,  il personaggio di Violet, 38 anni, single.

Vive nell’Inghilterra degli anni ’30 dove di sicuro, le donne come lei, non venivano chiamate “single”, ma zitelle ed esserlo era come avere un marchio addosso, una lettera scarlatta.

Essere zitella nel 1932 in Inghilterra significava essere una minaccia. Essere una zitella (che termine odioso!) nel 1932 in Inghilterra era una vera e propria tragedia, vista la società basata sul matrimonio. Le zitelle erano “le donne in eccedenza” cioè quelle rimaste nubili (spesso a causa della guerra.

Violet stessa  perde un fratello e il fidanzato nelle trincee), quelle con scarse probabilità di convolare a nozze, quelle che “il dovere di una figlia non sposata, è di servire e riverire i propri genitori”.

E invece no, Violet non ci sta: vuole una vita sua, provare nuove esperienze, trovare di nuovo l’amore. E così decide di allontanarsi da Southampton dove vive con una madre soffocante che la denigra e che si lamenta continuamente.

Decide di trasferirsi a Winchester provando a vivere puntando tutto su di sé. È una coraggiosa, prova a misurarsi con i suoi limiti, le sue paure, i pregiudizi. Una volta a Winchester, trova lavoro come dattilografa per una compagnia di assicurazioni ed entra a far parte di una rinomata istituzione della città: l’associazione delle ricamatrici della cattedrale.

Tutto questo la porterà a conoscere amici che possono essere chiamati davvero tali, capirà quali sono le proprie passioni, imparerà a curare il dolore dei propri ricordi. Si troverà anche in situazioni delicate (come quelle derivanti dall’essere amica di Gilda, una ricamatrice anche lei single che però nasconde un segreto), compromettenti (come con Arthur il campanaro), e pericolose.

Il testo conquista poco a poco, l’ho trovato scorrevole, con un buon ritmo, con descrizioni talvolta molto particolareggiate tanto da riuscire a farmi vedere certi luoghi come se fossero realmente davanti ai miei occhi.

Forse, i moralisti giudicheranno Violet una sconsiderata e sosterranno che ha sbagliato a comportarsi in un modo piuttosto che in un altro. Ma Violet è oltre il giudizio morale: è una donna che vuole far sentire la propria voce e ci mostra l’esempio di un’esistenza capace di sfidare certi pregiudizi e di sperare in un destino diverso. Un destino migliore. “Basta davvero un solo filo per cambiare l’intera trama di una vita”.

Mi sono molto identificata in lei. Come lei e con lei, io mi chiedo: se resti sempre ferma e non rischi mai, vivi davvero? Se ti lasci sempre sopraffare dagli altri e dalle loro idee di giusto o sbagliato, riuscirai mai ad essere ciò che tu vuoi essere? E poi, sì dai, diciamocelo: alla fine, nonostante gli anni che separano Violet da me oggi, e nonostante i tanti discorsi sull’emancipazione ottenuta nel tempo dalle donne, beh… La storia si ripete, e anche se in modo più soft, meno palese. Forse, ancora oggi, ci si deve scontrare contro pregiudizi e idee bigotte che colpiscono le donne in generale e, in particolare, noi “zitelle”, cioè, volevo dire noi single.

Leggi le altre recensioni di Sandra De Bianchi

“Se fosse tuo figlio” di Nicolò Govoni

Leggi gli altri articoli del blog

Facebook