“Zabor o i salmi” di Kamel Daoud

Di Angelo D’Andrea

Scrivere fino all’estasi di un’inaspettata rivelazione

Pensiamo a Prometeo, leggendo “Zabor o i Salmi” di Kamel Daoud.

Sì, è al mito classico greco che improvvisamente guardiamo, nel lampo di un passaggio rivelatore, scorrendo un libro già molto denso di espliciti riferimenti e tributi alla letteratura occidentale, in particolare, di lingua anglosassone (un posto di riguardo è dato al “Robison Crusoe” di Daniel Defoe).

Appare inconfondibile la figura del dio disubbidente a Zeus, nella filigrana delle prime pagine che accolgono la penna dello scrittore algerino (tradotto meravigliosamente dal compianto Sergio Claudio Perroni, per La Nave di Teseo, 2019) così come il nostro orecchio accoglie chiaro il soffio lieve, a volte impetuoso vento desertico, del suo messaggio aleggiante lungo tutto il libro: realizza il sacro dono che hai ricevuto.

Farlo, è una legge di necessità che non puoi ignorare; e ricorda ciò che a te è prescritto: quando tu dimentichi (il dono), la morte ricorda e si mostra risoluta, e piomba in picchiata, ed è come un falco, ed è la morte che cade sul tuo villaggio, sulla tua gente senza più memoria, senza ancora una storia (nessuno l’ha mai scritta per loro, vinti e disgraziati), gente chiusa tra le mura alte di una lingua che tace la bellezza, una lingua aspra che non nomina l’essenza, l’eros da cui tutto si crea.

Impara una nuova lingua, dunque, e impara ad usarla come nessun altro. Impara un nuovo alfabeto (foss’anche l’alfabeto dell’odiata lingua della colonizzatrice Francia) e racconta, descrivi, i corpi (“E’ quello che cerco di circoscrivere da anni. Il nesso tra la mia scrittura e il suo esito nel corpo altrui”).

E’ una vera e propria missione con tratti religiosi quella del protagonista dell’opera di Daoud: un giovane uomo, quasi trentenne, tutti lo chiamano Zabor, un non-nome “nato dal suono prodotto dall’urto della mia povera testa di bimbo sul terreno pietroso quando venni respinto violentemente dal mio fratellastro”.

Il terreno brullo e arido del piccolo villaggio natale di Aboukir, Algeria (“un piccolo mondo sprovvisto dei racconti in grado di salvarlo, a parte quello del suo libro Sacro”) e un fratellastro odioso: Zabor è disprezzato, emarginato fin da bambino, persino i suoi parenti lo evitano o quantomeno lo guardano con sospetto.

Solo un’ amorevole zia, Hadjer, lo accudisce e lo cresce. Lui ha una voce così acuta che pare un capretto belante ed è debole di salute, è un “diverso” insomma, uno sfortunato: orfano di madre, è abbandonato dal padre, un macellaio ricco di grandi greggi e ottimo, prodigo, sgozzatore di agnelli.

Ora, a distanza di anni, il vecchio padre sta morendo e chiama Zabor, il rinnegato, perché vuole vedere il potere del dono (sempre sbeffeggiato): il potere della scrittura che, a quanto pare, avrebbe l’effetto miracoloso di allungare la vita dei morenti.

Eh già! Il dono di Zabor. “Il vero fuoco rubato e avvolto nell’inchiostro per non farsene bruciare”. E’ la scrittura. Zabor scrive. Fa qualcosa di assolutamente inutile e, soprattutto, inedito nel suo piccolo mondo tribale e famigliare di semianalfabeti. Zabor scrive. Ed è il primo a saperlo fare con compassione nella sua genealogia.

E se ha imparato a scrivere, deve aver imparato anche a leggere. Se ha appreso il potere della scrittura, infatti, è solo perché prima ha appreso il potere della lettura. L’una e l’altra, sorelle entrambi della conoscenza e dell’estasi, hanno il potere di salvare. Salvare nel senso di risvegliare, liberare.

Lo stesso Zabor ha sperimentato su di sé tale potere. Questo è tutto ciò che Zabor ha, dalla sua. Nell’imperfezione e nell’esclusione, nella sua menomazione sociale e fisica, egli è portatore di un risveglio e di una sapienza, è realizzatore di una missione (“scrivere è illuminare”), è  in ultima analisi colui il quale mostra il senso salvifico della letteratura.

Zabor scrive. Riempie interi quaderni. Ogni giorno, sempre. Annota tutto. Fa l’inventario della sua vita, delle sue osservazioni. Osserva i morenti. Li accompagna dolcemente scrivendo, al loro capezzale, la biografia che traspare sulla pelle, nelle ultime, decisive espressioni dei volti. Nulla gli può, gli deve, sfuggire. Non è uno “scrittore” in senso laico-commerciale. Non inventa storie, non immagina ma registra e trasforma. Egli agisce la scrittura, la attua come strumento celestiale, dono quasi prometeico.

Torniamo all’inizio: al vero fuoco della conoscenza che salva. Fu Prometeo, secondo la mitologia classica, a rubare il fuoco della conoscenza agli dei, disubbidendo all’ordine di Zeus di lasciare nell’oscurità gli uomini, nudi nel corpo e ciechi nella coscienza.

Ma Prometeo, il titano, scese sulla terra e donò la luce agli esseri mortali. Ebbe fegato, si direbbe. E fu proprio il fegato la sua punizione. Ben sappiamo il triste epilogo: incantenato ad una roccia, un’aquila gli avrebbe dilaniato il fegato in eterno.

Il “vero fuoco rubato e avvolto nell’inchiostro” è qui, per Zabor/Daoud, la scrittura. Che porta però ad un esito meno doloroso. Se Prometeo ha patito il suo gesto, Zabor tramite il suo proprio è arrivato alla liberazione. “E’ l’unico stratagemma efficace contro la morte. Gli uomini hanno provato con la preghiera, le medicine, la magia, i versetti ripetuti a litania, l’immobilità, ma penso di essere l’unico ad aver trovato la soluzione: scrivere”.

Farlo fino all’estasi di un’inaspettata rivelazione.

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